Attacco a Manchester. Siamo capaci di dire no al terrorismo?

attentato a manchester

La notizia dell’ennesimo attacco terroristico ci ha svegliati prepotentemente la mattina del 23 Maggio. Questa volta  si tratta dell’attentato a Manchester, Regno Unito.

L’ennesimo, appunto, dopo quelli di Parigi, Nizza, Tripoli, Kabul, Il Cairo, Tunisi, Bruxelles, Dacca, Istanbul, Orlando, Berlino, Londra. Solo alcuni, per destare memoria.

Questa volta alla fine di un concerto, quello di un’artista internazionale, Ariana Grande. Un ordigno che esplode. Quanto può essere pesante portare dentro di se quel rumore per sempre? Alcune frasi martellanti e disperate si possono sentire nei video in rete come “oh my God”, ”what’s going on?” e ancora “oh my God”. Urla e poi panico.

“I terroristi, i kamikaze, non ci ammazzano soltanto per il gusto d’ammazzarci. Ci ammazzano per piegarci. Per intimidirci, stancarci, scoraggiarci, ricattarci. Il loro scopo non è riempire i cimiteri. Non è distruggere i nostri grattacieli, le nostri Torri di Pisa, le nostre Tour Eiffel, le nostre cattedrali, i nostri David di Michelangelo. E’ distruggere la nostra anima, le nostre idee, i nostri sentimenti, i nostri sogni.”

Così scriveva Oriana Fallaci nel suo libro “La forza della Ragione” pubblicato nel 2004. Che cosa sono queste parole se non la descrizione di un regime del terrore? Curioso scoprire che la Costituzione italiana non ne dà definizione, e io oggi voglio aggrapparmi a questa. Terrore di uscire da casa, di professare o meno la propria fede, di andare al ristorante, di riunirsi in piazza, di prendere metropolitane e aerei, di andare in un centro commerciale, in vacanza o ad un concerto. Di vivere, praticamente.

Se la più grande arma del terrorismo è mettere paura (meccanismo, tra l’altro, che toglie linfa al nostro animo, cioè la cosa più pura che ci appartiene), la nostra è andare avanti, nutrendolo, il nostro animo.

Continuare ad incontrarci, a dialogare, a mangiare una pizza insieme, a cantare a squarciagola con altre migliaia di persone, a viaggiare, a sorridere. A sentirci uniti. La nostra arma deve essere culturale. Provano a toglierci le piazze, gli uffici, le strade, le chiese e le sinagoghe, i centri commerciali, i locali, i palazzetti. Tutti luoghi che uniscono, indipendentemente da chi si è.

Specie nei concerti, dove l’unico potere ce l’ha la musica e l’unica arma sono le voci che cantano all’unisono, le mani che battono a tempo, il ritmo che si tiene con i piedi. Perché in un certo senso la musica siamo noi: mentre parliamo, mentre camminiamo, partiamo e torniamo, mentre ci dirigiamo da una persona. Mentre siamo liberi di fare ciò che ci fa stare bene. Lo scopo del terrorismo è lederla questa libertà. E farci sentire piccoli, schiacciati. E’ farci piangere, non sapendo che poi dalle lacrime e dall’indignazione si possono raccogliere frutti.

Per cui proviamo a coltivare l’amore, la fratellanza, l’arte, la musica, la morale. Facciamo festa, organizziamoci e partecipiamo, affinché la nostra attività, per empatia, ne incoraggi ancora e ne scoraggi tutt’altre. Senza vergogna sentiamoci spinti a vivere quello che tutte le vittime di questi attentati non possono più, a urlare tutte le parole che loro non possono più dire. A dare voce a quanti non ne hanno più, a cantare tutte le canzoni del mondo e a sorridere, insieme. E così, provare a vivere due volte, per noi e per loro.

Serena Pastorelli

 

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