Quando l’arte è questione di testa: Emanuela Bracaglia

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emanuela bracaglia cappelli

Quando l’arte è questione di testa: Emanuela Bracaglia

L’artista di oggi è Emanuela Bracaglia, nata nel 1971 a Frosinone dove vive e lavora.

Si diploma al Liceo Classico di Frosinone e si laurea in studi Etno-Antropologici, Antropologia del Paesaggio, all’Università La Sapienza di Roma. Dal 2009 studia e pratica fotografia; inizia a realizzare cappelli in lana dagli anni ’90 e qualche anno fa inizia a sperimentare nuove tecniche e materiali per costruire artigianalmente cappelli e fascinator di ogni foggia e per ogni occasione, proponendosi ad un pubblico eclettico sia maschile che femminile.
In continuo aggiornamento e ricerca, definisce la sua attività con questo efficace aforisma:
Alla continua ricerca di assegnare un valore al mio stare al mondo, mi riesce di ex-istere solo attraverso l’arte nelle sue diverse forme.”
Emanuela non è solo una creatrice di moda ma un’artista eclettica che spazia dalla fotografia alle creazioni materiche che rappresentano la punta di diamante delle sue creazioni.
 
-Qual è stato, in breve, il percorso che ti ha condotto a realizzare queste opere di assoluta raffinatezza e originalità?
Sono arrivata quasi naturalmente ad intraprendere l’arte di creare cappelli. Sin da adolescente ne realizzavo di lana, all’uncinetto, per me e per i miei familiari ; nel tempo ho sperimentato tecniche nuove e, dietro esortazione di amici cari, mi sono esposta alla proposta delle mie creazioni al pubblico.
-Pensi che in Italia ci sia una certa resistenza nel concepire la moda come un atto creativo a tutti gli effetti? C’è un atteggiamento compassato e rigido verso gli accessori originali e si nota una certa omologazione. Indossare una tua creazione è invece “un atto politico” di determinazione e di risolutezza.
In Italia, ma forse nel mondo, mi pare ci sia una decadenza (purtroppo non letteraria, bensì letterale) del buon gusto in generale: nei modi sociali e anche nell’abbigliarsi. Ammiro molto la Moda creativa e raffinata, ma credo anche che vestirsi secondo un personale vocabolario stilistico sia un modo ricercato di avere stile e personalità . Le mode passano, il buon gusto dovrebbe restare. Credo che stia andando a mancare l’educazione al bello e all’arte.
 
-La domanda che ti chiederebbero le lettrici e di cui mi faccio portavoce è questa: il fascinator è un accessorio destinato alle signore che frequentano la Royal Family o è un’attenzione che possiamo concederci tutte?
 
Il fascinator così come il cappello ed ogni genere di copricapo è un accessorio complementare e valorizzatore dell’abbigliamento quotidiano; è sufficiente e necessario scegliere di volta in volta quello adatto : è lo stesso che indossare le scarpe giuste. Con i termini “adatto” e “giusto” non voglio riferirmi neppure ad un codice di moda generalizzato e condiviso, che pure esiste, ma che può risultare un “manuale” eccessivamente esigente o che non si ha facilità o possibilità di conoscere; mi riferisco piuttosto ad una educazione minima alla misura estetica, alla armonia degli abbinamenti e al rispetto della decenza sociale.
 
 
-Quali sono comunque le regole basilari da seguire per non sconfinare nel cattivo gusto? 
L’educazione alla misura è educazione artistica ma anche gli eccessi sono compresi nell’arte . Il gusto estetico cambia storicamente nel tempo e nelle diverse culture umane. Nell’arte e nell’estetica occidentale sono stati codificati dei criteri di classicità, cui si fa riferimento per seguirli o negarli (anche il brutto è in epoca attuale considerato artisticamente bello). Ci si può documentare su quali siano di volta in volta i dettami della moda, oppure, si può scegliere di coordinare in modo creativo i propri gusti e le conoscenze minime su abbinamento di forme e colori, ma , soprattutto ci si deve basare sulla propria conformazione fisica e sulla propria personalità per conciliare abbigliamento, fisicità, carattere e situazione sociale. 
 
Sembra a questo punto che non stia dando delle indicazioni pratiche risolutive. In parte è così, nel senso che , se non si vuole o non si ha modo di seguire un manuale riconosciuto di eleganza, quest’ultima deve basarsi su una educazione familiare e/o sociale al Bello, così come è concepito nella nostra cultura o, meglio, nella estetica interculturale. Qualche indicazione pratica di base si può cercare di darla, comunque:
 
  • direi che si dovrebbe stare accorti ad indossare ciò che esalta la nostra figura fisica e la nostra personalità e non che piuttosto le mortifichi;
  • si può e si deve giocare con gli abbinamenti in modo peculiare per non essere appiattiti dalla diffusione di un unico modo di apparire
  • si dovrebbe tendere a conciliare la propria scelta di abbigliarsi con la considerazione rispettosa della situazione sociale, in cui si interviene di volta in volta; poiché se è vero che nelle società di diritto abbiamo facoltà e necessità di esprimere l’individualità è anche vero che siamo persone sociali, che dovrebbero far riferimento a criteri di buona convivenza;
  • abbigliamento (e includo certo anche i cappelli ) e trucco dovrebbero tendere a dare armonia al proprio corpo o a esaltare un particolare piuttosto che un altro.
 
Così come il “buon gusto” anche il “cattivo gusto” ha riferimenti canonici nella cultura di appartenenza; nel caso occidentale, il cattivo gusto spesso è riconosciuto come sinonimo di “completamente fuori luogo” o “fuori misura”. Ripetendomi direi quindi di considerare la propria fisicità da un lato e la situazione sociale (lavoro, tempo libero, festa, casa..) , dove ci si presenta, dall’altro, nella scelta di come abbigliarsi.
 
Capita che ci si possa sentire “fuori luogo” quando si è gli unici ad indossare un certo capo di abbigliamento, il cappello in particolare, ma non è questo il caso in cui si ha cattivo gusto: al contrario, bisogna stare attenti a non cadere nell’errore che il buon gusto stia nella conformità allo stile degli altri, diffuso ed approvato; spesso è proprio lì che si annida il cattivo gusto. Non è necessario ricercare l’eccentricità ad ogni costo per affermare se stessi in pubblico né ostentare la sessualità nell’abbigliarsi: personalità affermativa e sensualità dovrebbero commisurarsi al rispetto dell’idea che si ha di sé e non assecondare la necessità compulsiva di attrarre l’attenzione altrui. Si rivela molto più costruttivo adeguare la moda a se stessi piuttosto che adattare se stessi alla moda.
 
-Una lezione magistrale…Trovo che le tue creazioni siano un inno alla bellezza e alla gioia di vivere. Ce ne sono veramente per ogni momento della giornata e ogni stato d’animo, realizzati con materiali unici. Sembrano incarnare i diversi tratti della personalità femminile. Come nasce un progetto?
Ogni mio progetto , che sia una foto o un cappello o qualsiasi altra cosa, spesso nasce da un’immagine , che mi sopravviene nei momenti prima di prender sonno, la notte: sono per me le circostanze più creative. Mi ispiro poi a qualsiasi evento o oggetto incontri nel quotidiano così come nei manuali di moda. Quando mi viene commissionato un particolare lavoro tengo in primaria considerazione gusto , esigenze e fisionomia del committente.
 
Inoltre, di fondo, sono ispirata molto dallo stile di abbigliamento europeo , maschile e femminile, dall’ultimo ventennio del 1800 fino a tutti gli anni ’30 del 1900.
-Le tue donne sembrano uscire dalla matita di grandi illustratori come Ertè; hai un artista di riferimento che ami particolarmente?
 
Amo l’arte nelle sue molteplici espressioni e molti artisti segnano la mia visione del mondo, ma qui vorrei dire che ciò che più mi ispira in qualsiasi delle mie realizzazioni è una predilezione cromatica per i forti chiaroscuri luminosi, che danno risalto alle forme.
 
-Non rimane che accontentarci di qualche foto e programmare al più presto una visita al tuo atelier. Grazie, Emanuela.
 
Sono io a ringraziare la gentilissima Antonella Rizzo per aver avuto la generosa volontà di presentare i miei lavori!
 
 
CONTATTI:
Antonella Rizzo

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