I puri, gli ipocriti e il luogo non lontano di Giampiero Rappa

Nessun luogo è lontano

Il teatro non è solo una forma di espressione visiva. 

Com’è ben noto a molti, il testo teatrale è spesso uno strumento. C’è chi lo utilizza per sperimentare, chi per sfogarsi. Alcuni lo usano per far riflettere il pubblico di fronte a sé. Dalle trame satiriche aristofanesche al silenzio culturale beckettiano: tutti mostrano il messaggio di quanto vogliono esprimere. Non sono trame vane, inutili, fini a se stesse: parlano, raccontano, spiegano. Come quelle trame, l’autore genovese Giampiero Rappa porta in scena la sua ultima opera: “Nessun luogo è lontano“, atto unico al Teatro Argot di Roma, in scena fino al 21 febbraio. Un’opera introspettiva ma chiara, profonda ma senza la necessità delle ‘note di regia’, agra dalla punta di dolcezza, oggettiva e al tempo stesso personale.
Locandina dello spettacolo
Il testo narra dell’eremitaggio volontario di uno scrittore di successo (Rappa) dal carattere burbero e scontroso, deluso da tutto e da tutti, dai colleghi alla famiglia. Qui, nell’ultima casa di un paesino di campagna sperduto nel nulla, incontra una giornalista, Anna (Valentina Cenni), per farsi intervistare dopo anni di silenzio, dovuti a delle polemiche nate a seguito del rifiuto di un prestigioso premio letterario da parte dello scrittore.
Incontro che lo sprona, lo provoca, lo fa arrabbiare e lo scuote. Nell’arco di una notte arriva anche il nipote di lui, Ronny (Giuseppe Tantillo), giovane, curioso, impetuoso e carico di rabbia repressa che cerca nella baita, ma soprattutto nello zio, un rifugio. Per una serie di scene dal carattere dolcemente ilare, dovute ai caratteri opposti, e per una strana coincidenza, i tre personaggi si trovano uniti partecipando ad un susseguirsi di frasi, sfoghi, verità e, soprattutto, traumi, vissuti e in atto, dove lo stesso protagonista dovrà fare i conti con il passato, il futuro ma, soprattutto, il suo presente. 
Giuseppe Tantillo (davanti) e Giampiero Rappa (dietro) in una scena (foto di scena: Manuela Giusto)
Quello che Giampiero Rappa ci mostra è un teatro dove i ruoli sono chiari, le parole espressive e la trama avvincente. La prima cosa che si nota nell’opera è l’intreccio degli avvenimenti. Non è un ‘collage’, una ripresa o una libera interpretazione. Il pubblico respira il desiderio di scrittura dell’autore: si può quasi toccare la passione del ‘creare’.
La gestione della regia ci viene mostrata tramite un elemento che alcuni registi contemporanei, compresi grandi nomi, ritengono ‘superata e antica’: il ritmo. Tanto piano quanto veloce, gestito con semplicità, gestisce tre realtà vicine, tre attori diversi ma primari, tre personalità che s’inseriscono in situazioni che fanno anche sorridere.
Come tutte le opere di Rappa, non manca anche qui la denuncia. Per nulla velata è la denuncia ai valori, da quelli familiari a quelli sociali. La figura del protagonista è mal-fidato, burbero, deluso dalle continue falsità che lo circondano, dai colleghi ben pensati alla ‘celebre’ sorella. Una denuncia che va nella redazione ipocrita di Anna alla scuola violenta di Ronny, passando per una famiglia egocentrica, incapace di aiutare ma solo di criticare. Ma, al tempo stesso, la commedia ci dice anche che esistono i puri: che siano essi coerenti, compassionevoli o riconoscenti.

Un’opera da vedere, che merita almeno quattro stelle su cinque, dove il teatro si respira, si vede ed è maestro e portatore di un messaggio. Un luogo dove capiamo (parafrasando una frase del protagonista) che, in fondo, noi non siamo diversi dai titoli di borsa.

Francesco Fario

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