Luce sull’Archeologia, “Una città a colori” al Teatro Argentina

Presso il Teatro Argentina si è tenuto il primo di la prima delle cinque conferenze del ciclo “Luce sull’Archeologia” dal titolo “Una città a colori”.

Il Teatro Argentina diventa un luogo importante per lo studio del patrimonio archeologico. Non solo per la cosiddetta “Area Sacra” cioè i quattro templi di Largo di Torre Argentina e per il fatto d’essere stato costruito sul Teatro di Pompeo, dove fu ucciso Cesare, ma anche per un interessante ciclo di cinque incontri dal titolo “Luce sull’Archeologia“. Il primo incontro, svoltosi ieri mattina, verteva sull’argomento “Una città a colori“: il candore che noi pensiamo tipico dell’antichità è infatti un mito da sfatare. Il colore era onnipresente nell’arte romana e greca.

L’incontro, moderato da Claudio Strinati, grande storico dell’arte e presentatore della trasmissione televisiva Divini e Devoti, ha visto gli interventi di Eugenio La Rocca, Professore di Archeologia Greca e Romana presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza, e della Dott.ssa Orietta Rossini, Direttrice del Museo dell’Ara Pacis.

Attraverso le parole del Prof. La Rocca abbiamo avuto la conferma che le fonti antiche non hanno lasciato dubbi al riguardo: le statue erano colorate e lo erano anche le architetture. Nelle costruzioni principali vi era un tripudio di marmi, stucchi, oro e pitture dotate di colori caldi e sfumati. Era dipinta la Colonna Traiana, per rendere più visibile il continuo e meraviglioso bassorilievo, uno dei capolavori dell’arte antica, narrante la conquista della Dacia promossa da Traiano. Era dipinto il celebre Augusto di Prima Porta dei Musei Vaticani, che possiamo vedere qui sotto com’era originariamente (seppur ci sono ancora delle lacune riguardanti se fosse colorito o no anche l’incarnato) e come lo vediamo oggi.

                                     
Già nel XIX secolo furono fatti degli studi riguardanti il colorismo nell’arte antica. Sappiamo che erano colorate le statue che decoravano i frontoni del Tempio di Atena Aphaia ad Egina, ora conservate nella Gliptoteca di Monaco e restaurate da Bertel Thorvaldsen, come questo arciere:
Perché noi pensiamo che l’arte classica fosse dominata dal candore? Perché il neoclassicismo, cioè la ripresa nel XVIII secolo dei modelli antichi, lasciava credere che il colore bianco, riflettendo la luce, rendesse una statua più bella, grande e sempre migliore nella sua perfezione, pur sapendo che poteva esserci la pittura.
La Dott.ssa Orietta Rossini ci ha spiegato gli studi che sono stati fatti per conoscere al meglio l’Ara Pacis Augustae, monumento celebrativo della politica augustea costruito tra il 13 ed il 9 a.C.
La struttura era interamente dipinta. Fondamentale per lo storia di questo capolavoro è lo studio condotto all’inizio del XX secolo da Eugen Petersen, che ha dato certezza sulla presenza del rivestimento pittorico che la ricopriva. Recenti indagini scientifiche  hanno rivelato tracce della pittura sulla scena di Enea che sacrifica la scrofa bianca ai Penati, che possiamo ammirare qui nell’originale e nella ricostruzione che è stata fatta.

  
Uno studio condotto da Giulia Caneva dell’Università degli Studi Roma Tre ha permesso di riconoscere le piante scolpite sul monumento. Tra di esse vi sono l’acanto, l’alloro, l’edera e tante altre, e questo è stato il risultato finale
Un evento interessantissimo, un’ulteriore tappa sulla scoperta del nostro passato, della nostra storia e della nostra cultura.
Marco Rossi

[Foto di RomanoImpero (Copertina), di Archeo Gennaio 2005 e www.abctribe.it (rispettivamente Augusto di Prima Porta colorato ed originale), di Manfred Heyne (Ara Pacis), di Giulia Grassi (Enea che sacrifica la scrofa bianca ai Penati originale e dipinto) e GMT (piante dipinte)]

Lascia un commento

Lascia un commento!
Inserisci il tuo nome qui