“L’arte è affermazione della vita”. Intervista a Miguel Bonneville

Essere uno spettatore non equivale ad essere uno studente; io non sono un insegnante e l’arte non è una scuola. 

[English version below]

Questa è probabilmente la terza volta che ci occupiamo di Bonneville. Performer, artista internazionale, è un uomo al di là del genere. Un nome sbarrato, Miguel, è il presagio di un nuovo cammino personale: dopo anni di attività, la sua identità emergente non ha bisogno di un nome, solo un segno neutro, così come né uomo né donna è il senso di umanità, empatia e comunità. Il suo lavoro, bilanciato tra l’autobiografia ed il suo potere di identificazione negli altri, cattura la mente in scenari perturbanti. Miguel Bonneville gioca con gli stereotipi e li torce nei loro opposti. Questa volta, al centro del suo lavoro è l’immedesimazione in Simone de Beauvoir, ne “L’Importanza di essere Simone de Beauvoir“.

Bonneville nella foto promozionale dell’ultima sua performance. 
Le tue performance sono in genere correlate ad un tipo di arte attiva; richiedono la partecipazione dell’individuo nella ricerca di un messaggio che non è direttamente espresso. E se il messaggio si perdesse nel processo? 
Credo che il significato non vada mai perso, è sempre lì. La performance potrebbe non andare come era stata programmata o il pubblico non trovarvi significato, ma il messaggio in sé non va mai perduto. Se la performance non è come avrei voluto che fosse, è perché qualcosa è andato storto, cosa abbastanza possibile quando ci si prende dei rischi e si è costantemente alla ricerca di un nuovo approccio all’esecuzione. Se il pubblico non trova una spiegazione al lavoro, forse è perché non la sta cercando; probabilmente sta provando a capire e credo che, quando ci si rapporta ad un’opera d’arte, la sua comprensione non sia l’esperienza più adatta. Essere uno spettatore non equivale ad essere uno studente; io non sono un insegnante e l’arte non è una scuola. Non cerco nemmeno di rendere le cose più semplici, visto che credo ci sia poco, se non proprio alcun interesse, in un’arte pienamente spiegata. Non sono nemmeno interessato ad intrattenere, né a farmi complice di un sistema che desidera perpetuare l’alienazione. Il significato è sempre presente; la domanda è se noi vogliamo o siamo preparati ad individuarlo. 
– Sul tuo sito affermi: “Il mio lavoro è autobiografico”. Quanto di Simone de Beauvoir è parte del tuo cammino d’artista? Quanto c’è di Simone in Miguel
Non è qualcosa che posso quantificare. Né posso tracciarlo esattamente perché credo che, ancor prima di leggere i suoi libri, la sua storia ed il suo lavoro fossero in qualche modo già presenti nella mia vita. Con Beauvoir ho avuto – ed ho- come l’impressione che lei materializzasse le idee in cui credevo, ma che ancora non avevo fissato a parole, come se stesse spiegando i miei pensieri a me stesso, rendendoli chiari. Dal più piccolo dettaglio della sua vita ai saggi più densi e complessi, ci sono vari punti in comune. Uno di questi è l’autobiografia: è un modo di sottolineare l’importanza della soggettività, della testimonianza dell’esperienza individuale – specialmente quella di coloro che sono socialmente emarginati da un sistema capitalistico e patriarcale- e di riconoscerla come un elemento chiave nell’approccio alla filosofia. 
– Miguel Bonneville. Come ti descriveresti da artista? 
Il mio nome è Miguel Bonneville
Sono nato nel gennaio 1985 a Porto, in Portogallo. 
Il mio lavoro è autobiografico. 
Riguarda la decostruzione e ricostruzione dell’identità. 
Decostruire e ricostruire il passato. 
Lavoro nel campo dell’arte dal vivo, performance ed arti visive. 
Così è come mi descrivo da artista. 
Miguel Bonneville
Uno scatto di scena. Rosso lo sfondo, rossi gli abiti in ombra. © Joana Linda

Connettere gli essere umani, le loro identità, superare l’abisso delle differenze di genere che noi creiamo; questi sono solo alcune delle tematiche che trasmettono le tue performance. C’è un bisogno personale nel trattare questi argomenti? 

Qualunque sia l’obiettivo, ogni nostra azione nasce da esigenze personali. 
Il 14 novembre hai partecipato a Roma alla rassegna Teatri di Vetro. Ad ogni modo, non era la prima volta che ti esibivi alle Carrozzerie n.o.t. Raccontaci le tue impressioni sull’evento. 
Sfortunatamente non sono stato presente all’intera rassegna, ma la mia esperienza nell’edizione più piccola come in quella più grande del festival è stata molto gratificante sotto ogni aspetto. Sono a conoscenza della formazione filosofica del direttore Roberta Nicolai, e ciò significa che il mio lavoro è percepito e analizzato non solo da un punto di vista puramente artistico, ma anche con una prospettiva filosofica e concettuale. Questo mi fa sentire accompagnato e rassicurato, poiché abbraccia i miei modi di pensare e di produrre arte, che cercano di andare al di là di un contesto strettamente artistico. Riguardo alle Carrozzerie n.o.t si potrebbero dire molte splendide cose, e di nuovo mi sento totalmente rassicurato dal modo in cui il mio lavoro è ricevuto e presentato da Maura Teofili, che ha diligentemente seguito le mie esibizioni per molti anni, e Francesco Montagna, entrambi infaticabili e appassionati nelle sempre impegnative complessità della scena delle arti dal vivo. 
Sei un artista internazionale di origini portoghesi. La visibilità è un fattore importante per l’Arte e i suoi messaggi, ma nella maggior parte dei casi è una sfida complessa. Quale consiglio daresti ai giovani artisti alle prime armi? 
Se hai davvero qualcosa di importante da dire, non arrenderti.
Quest’estate il governo italiano ha deciso di escludere più dell’80% dei soggetti culturali – quali teatri, orchestre, accademie e altri generi di esibizioni dal vivo- da finanziamenti pubblici e sgravi fiscali. Sono stati bollati come indegni senza alcuna sostanziale motivazione. Ora rischiano la bancarotta. Sarebbe una vergognosa perdita culturale. Qual è la tua opinione a riguardo? 
Sfortunatamente non mi sconvolge. Questo è quanto un governo conservatore ha fatto, sta facendo e continuerà a fare alla cultura. Negli ultimi quattro anni il Portogallo non ha avuto alcun Ministero della Cultura a causa di un governo di centro destra, sempre più interessato alle imprese, agli affari e alla privatizzazione che a qualsiasi altra cosa. Per i dittatori, ovvero, per i poveri di spirito, la cultura è – e sempre sarà – una minaccia. Per l’ignorante la saggezza è un lusso. Per coloro che inseguono il potere, fare domande è puro veleno. Pertanto, possiamo solo continuare ad avvelenare le loro certezze ed i loro metodi a prova d’idiota, con cui cercano di banalizzare le popolazioni. Tutti gli esclusi ed i non esclusi dovrebbero riunirsi e chiedere condizioni più eque, chiedere giustizia. 
Un’ultima domanda. Raccontaci quale pensi debba essere il ruolo dell’arte in un epoca di terrorismo ed alienazione sociale. 
Non so se l’idea che l’arte abbia un ruolo mi faccia piacere. Al massimo, può avere molti ruoli. Il terrorismo e l’alienazione sociale sono modi atroci di avvicinarsi alla morte, e l’arte è l’affermazione della vita. 
***

ENGLISH VERSION

“Art is the affirmation of life”. Interview to Miguel Bonneville

To be a spectator is not equivalent of being a student; I am not a teacher and art is not a school.

This is probably the third time we are talking about Mr Bonneville. Performer, international artist, Bonneville is a man beyond gender. A strikethrough on his name, Miguel, is the omen of a new, personal path: after years of activity, the emerging self needs no name, just a genderless mark, as genderless is the sense of humanity, empathy and community. His work, balanced between autobiography and its power of identification in other beings, captures the mind in upsetting scenarios. Miguel Bonneville plays with stereotypes and twists them to their opposite. This time, the centre of his work is the identification with Simone de Beauvoir, in “The Importance of Being Simone de Beauvoir“. 
Your performances are generally related to an active kind of art; they require the individual to participate in the research of a meaning that is not plainly given. What if the meaning gets lost during the process?
I believe that the meaning is never lost, it is always there. The performance might not end up being what it was meant to be or the audience might not find meaning in it, but the meaning itself is never lost. If the performance is not what I wished it would be that is because something has failed, which is quite expectable when one takes risks and is constantly looking for a new approach to performance making. If the audience does not find meaning in the work, it is because they are not looking for meaning, they are probably trying to understand, and I believe that understanding is not the kind of experience one should be looking for in the encounter with a work of art. To be a spectator is not equivalent of being a student; I am not a teacher and art is not a school. I am also not up to making it ‘easy’, since I believe that there is little or no interest in having art bluntly explained. I am also not interested in entertaining and in being an accomplice of a system that wishes to perpetuate alienation. Meaning is always there; the question is if we are willing or prepared to detect it.
– On your website you state: “My work is autobiographical”. How much Simone de Beauvoir is part of your artist’s journey? How much of Simone is in Miguel?
It is not something I can quantify. Nor is it something I can trace exactly because I believe that even before I read her books her life and work were somehow already present in my life. The feeling I had (and have) with Beauvoir is that she was materializing the ideas I believed in but had not yet put into words, as if she was explaining my thoughts to myself, making them clear. From the smallest details of her daily life to her most dense and demanding essays there are numerous common threads. Autobiography is one of these threads – it is a way of underlining the importance of subjectivity, of the testimony of the individual’s experience – specially the experience of those who are socially marginalized by the patriarchal and capitalist systems -, and of seeing it as a key element to approach philosophy.
Miguel Bonneville
Bonneville in his last performance© Joana Linda
Miguel Bonneville. How would you describe yourself as an artist?
I was born in January 1985, in Porto, Portugal.
My work is autobiographical.
It is about deconstructing and reconstructing identity.
Deconstructing and reconstructing the past.
I work in the fields of live art, performance and visual arts.
This is how I describe myself as an artist.
Connecting human beings, their identities, overwhelming the abyss of gender differences we created, these are just a few of the messages your performances share. Is there a personal need in facing these tasks?
Whatever the goal, all our actions spring out of our personal needs.
On November 14 you have been part of the Teatri di Vetro Festival in Rome. It was not the first time, however, that you performed at Carrozzerie n.o.t. Tell us your impressions about the whole event.
Unluckily, I was not present for the whole festival, but my experience both in the smaller and larger versions of the festival have been very rewarding in every possible way.
I am aware of artistic director Roberta Nicolai’s background in philosophy, which means that my work is received and looked into not merely with a purely artistic point of view, but also with a philosophical and conceptual angle. This makes me feel accompanied and reassured, since it encompasses my ways of thinking and art making, which seek to go beyond a strictly artistic context. Concerning Carrozzerie n.o.t there are plenty of wondrous things to say, and again I feel absolutely reassured about how my work is received and presented by Maura Teofili, who has been diligently following my work for many years, and Francesco Montagna, both of them tirelessly and passionately committed to the ever-challenging intricacies of the performing arts scene.
You are an international artist with Portuguese origins. Visibility is an important factor for Art and messages, but it is a complicated task most of the times. What advice would you give to budding artists at their first steps?
If you really have something important to say, don’t give up.
This summer the Italian government decided to exclude more than the 80% of cultural subjects -such as theatres, orchestras, academies, and other live performances- from public funding and tax reduction. They have been considered unworthy without any substantial reason. They are now facing bankrupt. It would be a shameful, cultural loss. What do you think about it? 
Unfortunately it does not shock me. That is what a conservative government has done, still does and will keep on doing to culture. In the last four years Portugal has had no Ministry of Culture due to a centre-right government, which is always more interested in entrepreneurialism, business and privatization than anything else. For dictators, that is, for the poor in spirit, culture is and always will be a threat. For the ignorant, wisdom is a luxury. For those who seek power, questioning is pure poison. Therefore, we can only constantly keep on poisoning their certainties and their foolproof methods of trying to dumb down populations.
All those excluded and not excluded should come together and demand fair conditions, demand justice.
Last question. Tell us what you think the role of art may be in a time of terrorism and social alienation.
I do not know if the idea that art has a role pleases me. At best, it may have many roles. Terrorism and social alienation are atrocious ways of approaching death, and art is the affirmation of life.
Gabriele Di Donfrancesco 

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