“Il ballo”, una giovane vendetta di Sonia Bergamasco

Luci accese e gente in sala. Sul palco una figura femminile, ricoperta in volto da un giornale, e adagiata su una ‘chaise longue’, rimane lì in attesa che il pubblico faccia il suo ingresso.

Intorno a lei, una lunga serie di specchi, alcuni ricoperti da una pellicola di plastica trasparente, circonda la scena. Ad attirare l’attenzione, una scarpa décolleté bianca e nera, sparsa sulla destra del palco: è solitaria, chissà perché.

La luce si spegne e la figura si alza. Inizia a leggere. Ha una voce impastata, un po’ capricciosa, femminilmente incerta: la voce di un’adolescente. A lei poi ne segue un’altra, e poi un’altra… fino a giungere a cinque personaggi che partecipano ad una storia che parla di rapporti familiari, bellezza, amore e vendetta; uno dei racconti più crudeli della scrittrice ucraina Irène Némirovsky: Il ballo, reinterpretato e messo in scena come monologo da Sonia Bergamasco, al Teatro Vascello di Roma fino al 31 gennaio.

A casa della giovane Antoinette si sta organizzando un ballo. Un evento con orchestra, vestiti eleganti, caviale, champagne. La direttrice dell’evento è la madre, Rosine, arricchita e vanesia, ansiosa di una risposta sociale, da parte dei ceti alti. Una donna egoista e fortemente ambiziosa, che per avere la sua serata dei sogni non bada a spese. Non bada neanche a sua figlia adolescente, alla quale non ha mai mostrato il suo amore. Questa infatti viene usata dai genitori solo per scrivere gli inviti, data la bella scrittura. Antoinette però ha dei bisogni, dei desideri, sente fortemente la necessità di essere amata: se non dai suoi, almeno da un uomo. Ma Rosine non lo permette: è troppo ansiosa di mostrare il suo splendore, in barba al suo passato. Antoinette però ha in serbo una rivincita semplice e spietata: un piccolo atto di crudeltà che cambierà i ruoli di vittima e carnefice. 
Lo spettacolo è un atto unico di una perfetta e cronometrata ora, durante la quale Sonia Bergamasco si lascia andare alla perfetta arte del Teatro. Una scena dalla scenografia semplice e pochi suoni la sostengono, il resto è tutto lei. La gestione della gestualità e l’alternarsi delle voci conducono lo spettatore in una casa piena di cattiverie, nel pieno della serata e all’intero delle menti delle due protagoniste principali. Vestita di bianco in una scena nera e carica di riflessi, Sonia Bergamasco muta senza esitazione dalla piccola Antoinette al viscido padre, dall’ipocrita Rosine alla frivola governante anglossassone Miss Betty, passando per la vecchia e pettegola cugina Isabelle. Movimenti semplici, ma anche sensuali, tenebrosi e variegati vengono utilizzati dall’attrice senza la minima esitazione. Uno spettacolo lodevole. L’ultimo sguardo finale (di cui per ovvio motivi non si dirà niente) merita da solo una bella dose di applausi, che svegliano lo spettatore dall’ipnosi e lo riportano a teatro mostrandogli che, davanti a sé, c’è solo un’interprete. 
Scegliere la tecnica del monologo interpretato non è una cosa così scontata. L’esperienza della Bergamasco non è una cosa così sconosciuta, soprattutto sul palco. L’attrice, per chi non la conoscesse, è ben più della spietata dirigente dell’ultimo film di Checco Zalone: non bisogna dimenticarsi che, tra i suoi ultimi premi. c’è il Premio Eleonora Duse 2014. Pubblico e critica sono sempre lì, con l’orecchio teso, sperando in qualche errore. Non è però questo il caso. Sonia Bergamasco è lì, più in forma che mai, pronta a dare al pubblico una storia, dei personaggi e un messaggio, con arte oggettiva e una forma personale. 
Francesco Fario

Attore e regista teatrale, si laurea in Lettere Moderne a La Sapienza per la triennale, poi alla magistrale a TorVergata in Editoria e Giornalismo. Dopo il mondo del Cinema e del Teatro, adora leggere e scrivere: un pigro saccentone, insomma! Con Culturamente, ha creato la rubrica podcast "Backstage"

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