Tito Schipa: istinto e talento in allerta tra dramma romantico e quotidiano

Tito Schipa castello di bari
Costumi di scena appartenuti al cantante, ritratto a figura intera dello stesso, inserti di giornale, e abito da sera della prima moglie LIlly MIchel d' Ogoy.

Tito Schipa è la sua soave voce. Dolci melismi abbracciano e cullano i visitatori della mostra.

“Tito Schipa: la voce e la grazia” : la sala Sveva ospita il sentito e amorevole omaggio all’imperituro e leggendario tenore. Fra le mura del maniero romanico, pertanto appassionati melomani e  curiosi presenti sono immersi in un’atmosfera ovattata. Oltre il tempo e lo spazio fra le note delWerther” di Massenet, avviene il trasporto nella gloriosa esistenza dell’ “usignolo”. Un affettuoso soprannome riservato alla stella, secondo solo a quello che lo proietterà nell’olimpo della lirica: “titu” (il piccoletto)

L’impegno dellArchivio Schipa-Carluccio per promuovere fra i più giovani e tenere viva la memoria dell’ interprete.

L’ingegner Gianni Carluccio ha onorato per anni, con la sua vasta raccolta di cimeli, la memoria della straordinaria carriera di Tito Schipa. Il grande esperto di cultura salentina  infatti ha organizzato retrospettive, scritto manuali storici sulla molteplice figura dell’illustre salentino. Dopo la recente e precoce scomparsa di Carluccio, l’associazione nata dal suo impegno porta avanti la meticolosa e amorevole opera di diffusione del sapere e dei tesori della tradizione salentina. Tutto il materiale in esposizione è stato gentilmente concesso dall’archivio e dalla famiglia Schipa.

Ammirabili dunque sono i costumi e gli accessori indossati da Tito Schipa per le prime delle memorabili recite. Artista  di una maestria che come ha scritto il critico Rodolfo Celletti: “Ha fatto storia non cronaca”.

Le testimonianze parlano di un vissuto intenso e intriso di grandi dolori, passioni, conquiste e privazioni. Molto toccante è  conoscere dettagli intimi della vita professionale e privata dall’ “intervista impossibile” condotta dal figlio dell’artista Tito Schipa Jr. Appare fulgida la figura dell’interprete nei ricordi “narrati” al figlio. In lui istinto e talento sono in allerta tra dramma romantico e quotidiano. Lo spessore umano del cantante difatti è paragonabile alla limpidezza dello strumento vocale che lo eleva come migliore tenore di grazia nella storia dell’opera.

Il delicato ed umile ricordo di Giacomo Puccini che provinandolo per il ruolo di Ruggero ne “La rondine” esclamò: “Ma a te chi ti ha mandato, Dio?”.

É in questa occasione nel 1917 che Tito Schipa conosce a Montecarlo Lilly Michel d’Ogoy la sua prima moglie. Il cuore del giovane artista ha già subito una lacerante delusione con il drammatico epilogo della tenera storia d’amore con la cugina Emilia Cesani quando ancora risiede a Lecce. Notificata di un tradimento del nostro, avvenuto durante una trasferta professionale, la Cesani lo abbandona e denigra la propria libertà diventando monaca di clausura a Napoli. Questo è solo uno dei turbamenti che costellerà l’esistenza dell’artista.

Tito Schipa fu infatti un uomo dal turbolento carisma e al contempo leggero nello spirito.

Schipa Jr invita il pubblico ad ascoltare i sofferti e lievi passaggi dell’aria “Ah non mi ridestar!” dal suo cavallo di battaglia “Werther” di Massenet. Mentre recita nella pellicola “Vivere!”, drammone del “cinema dei telefoni bianchi” di epoca fascista, possiamo ammirarlo mentre esegue la romanza.

Alla sofferenza del personaggio, il tenore affida i propri aneliti d’amore?

Schipa Jr sottolinea come per evitare di gesticolare, di disperdere il tumulto interiore e dunque rispettare una certa compostezza ed eleganza, il cantante tenesse in mano un libretto di pelle. Era fondamentale infatti indirizzare l’intensità alla sola voce.

Le pene degli eroi romantici incarnati per qualche ora ben si addicevano al dramma quotidiano vissuto dal cantante.

Dopo il fallimento del primo matrimonio con la d’Ogoy, con violenta e furiosa gelosia della sposa per i numerosi tradimenti, vi è un’altra delusione d’amore a segnare l’animo dell’artista. La storia travagliata negli anni ’30 con l’attrice Caterina Boratto, conosciuta proprio sul set di “Vivere!”. Naufragata per differenti visioni politiche: Schipa era vicino al regime fascista, la Boratto aveva perso un fratello in nome della causa antifascista. Durante il dopoguerra sul set di “Rosalba” , Schipa conosce Diana Prandi nome d’arte di Teresa Borgna, più giovane di 27 anni. Con Teresa l’artista è unito da un legame profondo di stima e affetto  condiviso sino alla morte di lui che avviene nel 1965 a New York.

Tre sono i ruoli di cui è plasmato il mito di Schipa : Werther, Nemorino in “Elisir d’amore” di Donizetti e Federico ne “L’Arlesiana” di Cilea.

Per preservare il timbro vocale, il cantante riduce il suo repertorio a soli 15 opere. É proprio questo a permettergli di onorare ben 57 anni di carriera, calcando i palchi dei maggiori teatri di tutto il mondo. Esordisce con “Tosca” di Puccini nel 1909 a Vercelli. Nel 1914 con la recita leggendaria al San Carlo di Napoli diretto dal maestro Leopoldo Mugnone, s’impone alle cronache artistiche mondane come il migliore fra i tenori di grazia. Il debutto internazionale avviene nel 1918 al Real di Madrid con “Manon”. Nel 1919 esordisce negli Usa al Civic Opera di Chicago con “Rigoletto” diretto dal maestro Gino Marinuzzi. L’addio alle scene avviene al Petruzzelli di Bari nel 1955 con “Elisir d’amore”. Segue una tournée in Unione Sovietica che gli causa un’ accusa di filocomunismo. A questo era preceduto il rifiuto de La Scala nel dopoguerra per filofascismo.

É in America che Tito Schipa si rifugia. L’america che l’aveva osannato agli albori della sua carriera come presenza stabile al Met Opera di New York in sostituzione di Beniamino Gigli.

Qui il cantante ha modo nei primi anni ’20 di conoscere le nuove tecnologie cinematografiche presso gli Studios a Los Angeles. Entra in contatto con le culture musicali e popolari afroamericane del jazz e del tango argentino. A quel periodo, uno dei più prolifici per il tenore, risale la composizione di un’operetta jazz ben 15 anni prima di Gershwin! Lo studio e la curiosità per le tradizioni musicali straniere lo porta a cimentarsi nelle interpretazioni del genere ispanico della Zarzuela.

Il ritorno negli Usa in età matura consacra il mito e permette a Tito Schipa di realizzare il più grande dei suoi sogni, infranto in Italia: una scuola di canto.

Proprio ai suoi allievi impartisce un caloroso e decisivo insegnamento che può sancire una sorta di testamento spirituale e artistico:

“Non forzate mai la voce; in concerto non gesticolate mai. Pronunciate ben chiaro il testo e ricordate: le parole sono piccole, è il fiato che le fa volare! “

“Tito Schipa – La voce e la grazia” (Castello Normanno-Svevo di Bari, 10.04.2017 / 30.10.2017)

La mostra è visitabile tutti i giorni dalle 8:30 alle 19:30. Il costo del biglietto: intero 8 euro, ridotto 4 euro.

Marilù Piscopello

 

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