Permesso di atterraggio concesso. Ecco gli ultimi dei glitterati: The Darkness

The Darkness permission to land recensione album

Credevate fossero finiti i tempi di tutine in spandex, assoli e riff infuocati? Vi sbagliavate.

Era il 7 luglio del 2003 quando dall’Inghilterra i The Darkness chiedevano il permesso di atterrare. Possibilmente nelle case e nelle auto dei nostalgici del rock anni ’80.

Il loro album d’esordio, intitolato per l’appunto Permission To land (permesso di atterraggio) fu una sorta di boccata d’ossigeno per quegli anni.

Una corrente d’aria fresca utile ad arieggiare la stantia scena musicale rock agli inizi del nuovo secolo.

La formula? La voce inconfondibile del frontman Justin Hawkins.

Un falsetto magistrale coadiuvato da una timbrica inconfondibile.
Se aggiungiamo poi i  riff di chitarra del fratello Dan e una base ritmica serrata composta da Frankie Poullain al basso e Ed Graham alla batteria il gioco è fatto.
Niente di innovativo sia chiaro. Semplicemente le persone giuste nel momento giusto. Così ecco che il FA# che lancia il primo singolo I believe in a thing called love apre sipari che sembravano ormai chiusi per sempre.

Il singolo vola in alto nella classifica del Regno Unito e entra nella top100 delle migliori canzoni hard rock stilata daVH1.

Il video vede i quattro a bordo di una navicella spaziale, combattere un polipo gigante a suon di note e assoli. Usciti vincitori dal duello, i The Darkness prendono la rotta per la terra.
Il messaggio è chiaro: stiamo arrivando.
I quattro cominciano una tournèe che li porterà in giro per dei lunghi periodi. Li vedrà vincitori di tre Kerrang!Award tra il 2003 e il 2004 (tra cui miglior gruppo live e miglior album).
Il disco partorisce altri due singoli: Friday night e la ballad Love is only a feeling, pezzo che darà l’ultimo colpo di scalpello ad una promozione di un album che solo nel Regno Unito ha venduto un milione e mezzo di copie.

I fratelli Hawkins da semplici aspiranti musicisti, intenti a fare serate per i pub di Londra, diventano una delle band più gettonate nel panorama musicale rock.

Genuinità, sfrontatezza e tecnica.

Questi alcuni degli ingredienti che hanno senza dubbio dato una mano alla band, nel tentativo di raggiungere la vetta della notorietà.

Justin Hawkins, oltre ad essere il cantante, è anche chitarra solista di prima qualità.

Gli assoli nei brani sono alternati tra i due fratelli. Quando però è la chitarra del frontman a gridare, l’effetto visivo e uditivo è sicuramente di tutt’altra fattura. Capace di incentrare tutta l’attenzione su se stessso durante i live, l’istrionico inglese intrattiene il pubblico con gorgheggi, palleggi col plettro e corse per tutto il palco. Grande o piccolo che sia.

L’abum scorre che è una meraviglia.

Si comincia carichi con Black Shuck, brano che narra la storia di un cane-mostro della mitologia inglese e che viene utilizzato come primo pezzo d’ingresso ai live. Segue un brano che è una vera e propria scarica di adrenalina. Get your hands off my woman infatti ha una stuttura semplice ma una potenza di fuoco che esplode in tutta la sua forza nell assolo di Dan Hawkins.

Il terzo brano è Growin’ on me ed probabilmente il momento più alto del disco. Un ritornello che entra in testa al primo ascolto e una strofa che risulta essere perfino più accattivante. A mio modesto parere il loro brano più azzeccato di sempre. Le tracce che la seguono sono i due singoli più famosi di cui abbiamo parlato.

Qui si chiude la prima parte del disco.

L’ipotetico side B di Permission to land è all’insegna del più classico rock & roll con i due brani Givin’up e Stuck in a rut, dove i The Darkness ci fanno assaporare tutto il loro repertorio di gusti musicali. La particolarità è che sembrano eseguiti uno dietro l’altro con l’attacco di batteria che sembra creato ad hoc per dare un senso di legato. Friday night è un pezzo semplice che abbassa un pochino i giri del motore e ammicca al pubblico meno hard ma ci prepara al brano successivo. Love on the rocks with no ice invece è il brano che diventerà la chiusura fissa di tutti i loro show. Un falsetto in pompa magna apre la strada ad un outro di assoli che ci accompagnano all’ultimo brano. Forse il più sorprendente. Una ballad che non ti aspetti per due motivi:

  • chiude un album che, nella sua quasi interezza, spettina l’ascoltatore con la sua ruvidità sonora e il suo tiro
  • tocca un argomento molto particolare

Holding my own infatti è un inno alla solitudine. Quella maschile. Quella che le leggende narrano renda ciechi. Geniali (i The Darkness, non è che quel tipo di solitudine renda tali)

Gli anni sono passati e dopo uno scioglimento nel 2006 i quattro sono tornati assieme nel 2011.

In mezzo un percorso di disintossicazione da cocaina, alcuni cambi di line up e altri tre album all’attivo.

Permission to land resta il capolavoro di questa band. Oggi i The Darkness sono tornati con una dimensione ridotta e più di “nicchia”. Sono in tour e aprono gli  show dei Gun’s & Roses (anche in Italia) riassaporando così i grandi palcoscenici. Stessa cosa avvenne nel 2012 quando la band aprì le date europee di Lady Gaga.

A parer mio, il loro esordio, è un album da possedere assolutamente nella propria pila di cd. Per chi ama gli AC/DC, per chi ha nostalgia dei Queen o semplicemente per chi vuole riassaporare un po’ di quelle chitarre elettriche e quel 4/4 che lentamente stanno lasciando spazio alle nuove generazioni musicali. Consiglio inoltre di non perdere i loro show. A novembre saranno in Italia per tre date: 8 novembre all’Alcatraz di Milano, 9 novembre all’Orion di Ciampino e il 10 novembre a Nonantola presso il Vox Club. Che aspettate? Concedete con fiducia il permesso di atterraggio ai fratelli Hawkins & Co.

Emiliano Gambelli

Cantautore e scrittore per passione, "non" poeta per mia stessa ammissione, sognatore e poi sì, ho anche un lavoro vero.

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