Chester Bennington, tributo alla voce dei Linkin Park

Chester Bennington
Chester Bennington, cantante dei Linkin Park scomparso il 20 Luglio a causa di suicidio.

Ieri, Giovedì 20 Luglio, è arrivata la notizia della prematura scomparsa del cantante Chester Bennington, lead singer dei Linkin Park, che si è tolto la vita all’età di 41 anni.

Il seguente articolo non si svilupperà come cronaca dei fatti, né verranno fatte le solite “considerazioni del caso”, come spesso e volentieri accade per romanzare l’accaduto (vedi il suicidio di Chris Cornell). Questo è solo il tributo di un fan a uno dei musicisti più amati degli anni 2000.

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Chester Charles Bennington nasce a Phoenix nel 1976 da un famiglia americana di classe media. L’infanzia non è stata affatto una passeggiata, il divorzio dei genitori, il continuo peregrinare da una città all’altra e l’abuso sessuale subito a 13 anni lo hanno condotto all’abuso di droghe molto presto.  Dopo il diploma delle superiori inizia a mettere a posto i pezzi e continua a coltivare una passione che era nata già da piccolissimo, il canto.

Giunge quindi una parentesi con i Grey Daze, che gli consente di calcare il palco e guadagnare un po’ di fama, nel ’98 riceve una telefonata che gli cambierà la vita. Una promettente band Californiana cerca un cantante, così decide di fare il provino… via telefono. La sua incredibile voce lascia a bocca aperta l’agente Jeff Blue che lo scrittura con gli Xero. Solamente due anni dopo, nel 2000, la band, che intanto aveva cambiato nome in Linkin Park, ha sfondato le porte del successo con uno degli album di esordio più veduti di sempre, ‘Hybrid Theory’.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=LYU-8IFcDPw]

Cos’è che ti rendeva così speciale?

Primo, il fatto che attraverso le tue parole chiunque poteva sfogarsi, poteva buttare all’aria tutto e urlare di esistere, di non essere ignorati (‘Faint’ – Meteora). Sicuramente la dolcezza della tua voce che poteva diventare in un attimo tagliente come un rasoio. Sicuramente la tua istintività sul palco e il tuo dare te stesso al pubblico, il tuo pubblico.

Ricordo la prima volta che ti ho visto live al Rock in Roma nel 2015, era la data finale del tour di ‘The Hunting Party’, il vostro disco più duro, il vostro tour più bello. Che bello vederti al fianco di Mike Shinoda, la tua ‘metà’ sul palco, mentre piegato sulla folla tiravi fuori quelle urla che tanto avevo aspettato di sentire dal vivo. Quelle vene sul collo che sembravano esplodere per lo sforzo.

Ricordo le lacrime durante ‘Waiting For The End’, la mia canzone preferita.

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L’ultima volta che ho avuto il privilegio di vedere una tua esibizione è stato un mese fa’ in Germania, all’ Hurricane Festival.

La voce non era più potente come prima ma non mi importava, è impossibile mantenere una tonalità come quella per troppi anni. E poi l’entusiasmo è sempre quello, i salti, i tatuaggi, l’affetto del pubblico sempre uguali.

Poi arriva un messaggio da parte di quell’amico con cui ho visto il concerto di Roma. “Gian, Chester Bennington”, “Cosa?” ,”Pare si sia suicidato”. Non ho parole. A quanto pare scrivere quei testi infuocati non bastava, almeno non più. Forse c’era qualcosa che non potevi più trattenere e che ha lasciato trionfare la depressione. Ironia della sorte ieri usciva anche il video di “Talking to Myself”, la canzone più bella di un album fin troppo contestato, e sembra un tributo a te, Chester. 

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=lvs68OKOquM]

Riposa in pace allora, grazie per diciassette anni di musica, per le urla durante i concerti, per l’anima che hai donato hai tuoi fan e per essere stato la voce di una generazione.

Gianclaudio M. Celia

@Gian_Celia

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