Donato Zoppo racconta “il nostro caro Lucio”

Vent’anni fa, il 9 settembre 1998, ci lasciava una delle pietre miliari della nostra musica italiana: Lucio Battisti. Donato Zoppo con il suo bellissimo Il nostro caro Lucio ripercorre la storia di uno straordinario musicista che ci manca ancora moltissimo.

 

Chi è stato Lucio Battisti? Quale è stato il suo apporto alla musica italiana? Perché a distanza di molti anni dalla sua morte il suo ricordo è ancora vivissimo?

A queste e molte altre domande risponde Donato Zoppo, raffinato scrittore e poliedrico conduttore radiofonico, con il libro Il nostro caro Lucio. Storia, canzoni e segreti di un gigante della musica italiana.

Edito da Hoepli questo libro, (il primo di una serie di biografie previste dalla casa editrice nella collana Storia della canzone italiana – I protagonisti, curata da Ezio Guaitamacchi e dedicata ai grandi della nostra musica leggera), rappresenta il modo migliore per conoscere Lucio Battisti, la sua musica ma anche il suo mondo così distante da quello stereotipato di tanti altri cantanti.

Il nostro caro Lucio è molto più di una semplice biografia.

Si tratta di una sorta di bibbia per tutti gli amanti di Battisti (straordinari i diversi “box” su alcune indimenticabili canzoni) ma anche di uno strumento indispensabile per coloro che sanno poco o nulla di chi ha segnato, e per sempre, la storia musicale del nostro paese.

Nulla rimane intentato nel libro di Zoppo.

Dai primi passi nella natia Poggio Bustone, ai timidi esordi con il gruppo dei Mattatori.

Ma anche la fondamentale esperienza con I Campioni, un gruppo musicale che, come ricorda Zoppo, vantavano «un songbook impressionante» dai Beatles ai classici del rock’nroll passando per i pezzi da ballare e naturalmente per la canzone italiana.

Poi l’incontro decisivo con Mogol, il successivo sodalizio con Pasquale Panella e, per finire, la decisione di eclissarsi.

Tappe diversissime fra loro che hanno scandito l’esistenza di un genio che fu tale anche nel suo silenzio.

Una vita intensa e originale quella di Battisti che ha avuto il solo torto di essere troppo breve.

Donato Zoppo nel suo libro, dalla veste grafica accattivante e dalla prosa godibilissima, ci racconta davvero tutto di Battisti. Fatti, aneddoti, giudizi di altri cantanti, curiosità ma anche e principalmente la musica, il grande amore di Lucio.

Perché al centro dell’opera di Zoppo ci sono innanzitutto le canzoni, un filo ininterrotto che lega tutta la vita dell’artista.  

Un racconto polifonico che rende omaggio a chi ha composto la nostra colonna sonora, perché ognuno di noi ha cantato, suonato, vissuto, immaginato le canzoni di Lucio.

Leggere Il nostro caro Lucio di Donato Zoppo equivale a compiere un viaggio unico, scandito dalle indimenticabili note di Battisti attraverso trent’anni di storia della musica italiana.

Abbiamo incontrato Donato Zoppo per cercare di sapere qualcosa di più della sua opera e di Lucio Battisti.

Innanzitutto Donato volevo farti i complimenti. Il nostro caro Lucio è davvero un libro straordinario che ho divorato in una notte e che consiglio a tutti.

Non era facile il compito che ti attendeva. Scrivere un libro su un’icona della nostra musica come Lucio Battisti, è un’impresa davvero improba.

Tu hai avuto il grande e non facile merito di condensare, in poco meno di 200 pagine, la storia di Battisti ma anche quella di trent’anni di musica italiana e non solo.

Quando e perché hai deciso di scrivere Il nostro caro Lucio?

Bella domanda. Ho deciso di scrivere questo libro quando Hoepli, agli inizi del 2018, me l’ha proposto.

In realtà la decisione parte da molto lontano. Dal 2011 direi, quando terminai il mio primo libro su Battisti, che si chiamava Amore, libertà e censura. Il 1971 di Lucio Battisti (Aereostella).

All’epoca mi era rimasta tanta acquolina in bocca. In fin dei conti avevo trattato solo una piccola parte del musicista, solo il 1971 e nello specifico il disco Amore e non amore, la copertina, la censura.

C’era ancora tanto da raccontare. Insomma, inseguivo il sogno di poter ingrandire quella cellula ed estendermi a tutta la vicenda battistiana.

Quindi, come vedi, è un’idea che mi porto dietro da qualche anno, e che ho realizzato con Hoepli in un libro che prova a coniugare l’obiettivo prettamente biografico, con quello più analitico e critico.

Spero di esserci riuscito!

Quali sono state le principali difficoltà incontrare nella stesura del libro?

Ti confesso che non ho avuto alcuna difficoltà nel realizzarlo.

Avevo alle spalle un lungo periodo di studio, poiché dal 2011 non ho mai smesso di raccogliere informazioni, archiviare interviste, ovviamente ascoltare musica di Battisti; inoltre avevo le idee abbastanza chiare su che tipo di impostazione dare all’opera.

Tutto ciò ha fatto sì che io scrivessi il libro in pochi mesi, in maniera abbastanza spedita.

Certamente ho dovuto anche tagliare qualcosa, visto che le esigenze della collana erano ben precise dal punto di vista degli spazi a disposizione, ma credo che il risultato finale sia buono.

Lucio Battisti ha conosciuto varie fasi musicali nella sua vita. A tuo avviso esiste un filo conduttore che le lega tutte?

Certo che esiste, non può non esistere, e si chiama Lucio Battisti.

Lucio ha sempre avuto un forte controllo sulla sua musica, anche quando – come mi diceva Gaetano Ria, suo ingegnere del suono nel 1972 – «è stato un agnellino» con GeoffWestley e Greg Walsh, ai quali aveva delegato tanto.

Avendo avuto questa attenzione maniacale per musica, la sua personalità ha segnato profondamente ogni suo lavoro. Dal rhythm& blues degli esordi, alla disco music di Una donna per amico, dall’esperimento di Anima latina, al techno-funk di Cosa succederà alla ragazza.

Battisti ha avuto una speciale devozione per la musica, e questo si sente nella ricercatezza di ogni sua canzone, anche quelle più ruvide e “libertarie” come Il tempo di morire e Insieme a te sto bene.

Se poi volessimo andare un po’ più nel dettaglio, se volessimo entrare nello specifico, credo che gli elementi di sicura continuità nella discografia battistiana, il vero e proprio filo conduttore di cui mi chiedi, siano la melodia e il ritmo. Sono i due aspetti più curati, centrali, evidenti, dell’intero songwriting battistiano.

Credo che Lucio Battisti sia stato il più grande melodista della nostra musica leggera, e la sua accortezza nel confezionare figure, espressioni, caratterizzazioni ritmiche, lo rende ancora oggi un unicum nella nostra discografia.

A volte mi capita di riascoltare Io tu noi tutti, disco dai suoni pazzeschi, e mi delizio al suono di quelle combinazioni ritmiche e melodiche un po’ funk-rock, che meraviglia!

Lo so è una domanda banale ma sono troppo curioso. La tua “CANZONE” di Battisti?

Altro che banale, è una domanda doverosa, inevitabile! Soprattutto se me la fai dopo aver menzionato un disco come quello del 1977, che sfodera pezzi come Sì viaggiare, Amarsi un po’, L’interprete di un film, Ami ancora Elisa, brani che adoro.

Temo, però, di deluderti se ti dico che non ho la mia canzone di Battisti, un po’ perché ho deciso di non averne, in campo battistiano rifiuto in toto la monogamia, un po’ perché mi diverte ascoltarlo e riascoltarlo, e di volta in volta mi affeziono a nuovi pezzi, riscopro sfumature e dettagli.

Sarebbe troppo facile esaltare come canzone battistiana per eccellenza Anima latina, che è un capolavoro, mentre pochi ricordano quella delizia che era Perché non sei una mela, con quella raffinatezza pop-funk screziata di fusion che avrebbe influenzato tantissimi gruppi degli anni ’80.

Se vuoi ti dico anche quali sono le mie “non preferite”, cioè quelle che detesto: beh alcuni titoli di Una giornata uggiosa tipo Gelosa cara e Orgoglio e dignità non li reggo proprio.

Pensi che se Battisti non fosse morto troppo presto, avrebbe potuto regalarci ancora della straordinaria musica?

Questa è difficile, però.

Non lo so, anche se credo proprio di sì.

Intanto c’è un fatto, importante anche se rivelato piuttosto recentemente. Esisterebbe un album inedito che sarebbe stato registrato e pronto per la pubblicazione nell’estate del 1998. Poi Lucio ci lasciò e questo misterioso album senza Panella e senza i suoi familiari restò chiuso nel cassetto degli eredi.

Quindi fino alla fine Lucio ha lavorato alla musica.

Più in generale penso che uno come lui, così innamorato della musica, non facesse altro che “pensare musicalmente” quindi difficilmente avrebbe chiuso con le note.

Casomai sarebbe stato molto interessante scoprire quale direzione avrebbe intrapreso, soprattutto dopo la fine dell’esperienza con Panella.

Perché a distanza di vent’anni Battisti è ancora nel cuore di tutti? Se dovessi spiegarlo a un ragazzo che non lo conosce da cosa partiresti?

Battisti è nel cuore di tutti, soprattutto il Battisti dell’era Mogol, grazie alla immediatezza delle canzoni: ricercate, realizzate con maestria, ricche di sfumature, sonorità affascinanti e soluzioni sorprendenti, ma pur sempre “popolari” nel senso più nobile.

Come ho scritto ripetutamente, quello dei due, era un “artigianato d’arte e, una scelta del genere, che ha dialogato direttamente con il cuore e con il mondo emotivo del pubblico, non poteva che restare impressa nella memoria.

Inoltre, la rivoluzione battistiana, va contestualizzata in un determinato periodo storico nel quale, la musica nostrana, si abbeverava alle novità straniere. Il pubblico era pronto e disponibile ad assimilare tante innovazioni e, anche nei testi, Mogol riusciva con grande abilità a fotografare certi mutamenti in corso, restituendoli all’ascoltatore in modo efficace.

Proprio per questo, quando spiego ai ragazzi le caratteristiche principali di Battisti, parto da questo dato incontrovertibile: la matrice prettamente “popolare” della sua musica.

È lì che si gioca tutto, in questo linguaggio diretto alla massa ma sofisticato, mai banale, mai rassicurante, mai consolatorio, ma con quel brivido dell’imprevisto che è sempre stato presente nella musica battistiana.

Roby Matano, Mogol, Pasquale Panella. Tre figure fondamentali nella carriera di Battisti. Chi credi sia stato davvero decisivo?

Sono stati tutti e tre decisivi in tre frangenti diversi.

Se dovessi sintetizzare, direi che Matano è stato il grande scopritore: più che il talent scout, fu colui che capì il talento e lo spinse a venire fuori, accompagnandolo nella scoperta di una consapevolezza artistica.

Certo è che senza Matano non avremmo avuto Battisti: fu lui ad averlo presentato a Christine Leroux, che lo avrebbe condotto da Mogol. Questi è stato fondamentale: un’alchimia perfetta, un connubio magico, con elementi anche inspiegabili, che attengono davvero a quelle unioni misteriose che generano bellezza.

Panella è stato decisivo per il Battisti della maturità, quello della rottura e della ricerca: i suoi testi sono stati perfetti per una musica che desiderava essere diversa, anche in maniera radicale, rispetto a quella della classicità battistiana.

Lucio aveva il desiderio di demolire il monumento pop che aveva creato e, solo con i testi panelliani, l’operazione poté definirsi in maniera compiuta.

Mi piacerebbe molto che il periodo di Panella fosse approfondito, spesso viene liquidato come difficile. In realtà, i cinque dischi con l’autore romano, sono pieni di musica anomala, sorprendente, nuova.

In cosa ritieni che Battisti sia stato davvero rivoluzionario?

In primo luogo Battisti ha assorbito in maniera intelligente, personale e intrigante tante influenze straniere, dalla soul music al folk-rock. Le ha introdotte nella musica italiana senza essere mai banale o facilmente derivativo. E lo ha fatto aggiornandosi passo dopo passo, penso al grande calderone progressive e jazz-rock di Anima latina, penso alla disco music di fine anni ’70, penso alle deviazioni synth-pop degli anni ’80.

In secondo luogo ha rotto alcuni schematismi della nostra discografia.

In un’epoca in cui, una seduta di incisione, era il risultato di un procedimento  piuttosto rigido, che partiva dal convocatore e arrivava al fonico di studio in camice bianco, Lucio se ne fregò altamente e puntò a improvvisare in sala coi suoi musicisti, a volte facendo a meno dell’arrangiatore e dirigendo in prima persona l’orchestra.

Non era una mania da presuntuoso, ma un’esigenza artistica precisa: doveva caratterizzare le sue canzoni con una autenticità e una credibilità che, solo lavorando in proprio o con musicisti fidati, era possibile realizzare.

A tuo avviso Battisti fra i cantanti di oggi ha degli eredi?

Assolutamente sì. La premessa fondamentale è che chiunque faccia o abbia fatto musica in Italia passa, o è passato, necessariamente attraverso Battisti.

Facendo radio da un tredici anni, ho il privilegio di monitorare il mondo della musica italiana, specie quella rock, per cui ti posso rispondere con una certa consapevolezza.

Fra i cantanti di oggi ne vedo tanti di “battistiniani”. Penso a Colapesce, per certi aspetti lo stesso Calcutta, oppure Dente o Fabio Zuffanti.

Sono alcuni nomi ma ne potrei fare molti altri e questo perché non abbiamo un Battisti, ma tanti Battisti.

Lucio, infatti, nel corso della sua carriera, ha proposto mille volti musicali. Quello pop, quello disco ma anche l’elettronico di E già  o il progressive di Anima latina. Senza dimenticare il Battisti tecnofunk o quello rock.

Quest’anno è stato pubblicato l’album La bellezza riunita, un tributo collettivo in cui diversi artisti rileggono la fase panelliana di Lucio Battisti.

Si tratta, a mio avviso, di una splendida dichiarazione d’amore. La conferma che Lucio è ancora una solida certezza nella nostra musica.

Un’ultima domanda. So che sei, come me, un appassionato di Totò. Posso chiederti il tuo film?

Trattandosi di geni, risalgo alla domanda di prima sulla mia canzone battistiana preferita e replico: il mio film di Totò non ce l’ho.

Ne ho però tanti, a seconda del momento, dell’estro o della voglia.

Ad esempio impazzisco per Totò DiabolicusLallo?», «Sì Laudomia?»), lì c’è tutta la straordinaria arte di Totò.

Quanto era musicale la sua recitazione che veniva fuori, ad esempio, nei gesti dinanzi all’Onorevole Trombetta (pensa al ritmo di «Io tocco, ma lei perché mi fa il ritocco?»).

Un altro che adoro e guardo all’infinito è Il medico dei pazzi, irresistibile.

C’è poi un altro che rivedo spesso con piacere, anche perché amo lo straordinario Gino Cervi: Il coraggio, di Domenico Paolella. Lì c’è un Totò leggermente più mesto nel ruolo di Gennaro Vaccariello, abilissimo negli espedienti ma agrodolce, se non amaro.

È uscito in questi giorni un bel libro di Colonnese, si chiama Totò il principe poeta, e raccoglie tutte le sue poesie e tutti i testi delle canzoni, lo consiglio.

Come nei dischi di Battisti, anche nei film di Totò c’è un mondo di continue scoperte. Mi hai fatto venire voglia di Totò lascia o raddoppia. Vado dal Duca Gagliardo della Forcoletta dei Prati di Castel Rotondo («Duca?» «Dica?»).

Grazie davvero Donato per questo viaggio nel mondo di Lucio Battisti e della musica italiana; per la tua passione e per la tua incredibile competenza. Al prossimo libro, al prossimo viaggio e alle prossime emozioni che di certo ci regalerai.

 

«Io parlo attraverso le mie canzoni. Perché volete conoscere anche la mia privata?

Per sapere tutto di me basta mettere un disco sul giradischi»

(Lucio Battisti)

Maurizio Carvigno

 

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