Firmina la martire. Tra storia e leggenda

Firmina la martire

Ogni 28 aprile Civitavecchia festeggia la sua patrona, Santa Firmina (o Fermina). Ma qual è la storia di questo culto?

Quando si scrive di santi, sui santi o attorno ai santi, bisogna sempre procedere con le dovute cautele. Un po’ perché la ricerca non è mai statica ma in continuo movimento, un po’ perché di certezze non ce ne sono quasi mai, e un po’ perché ogni ipotesi, se pure ragionevole, se pure probabile, resta comunque un’ipotesi. In un paese come il nostro, poi, così profondamente “cristiano”, si finisce sempre per andare a fare i conti con la tradizione, che è ragionevolmente dura a morire.

Fatta questa doverosa quanto necessaria premessa, vorrei sottoporre alla vostra attenzione la storia di una santa, la martire Firmina, il cui culto è attestato in ben due città, Amelia e Civitavecchia.

Cominciamo da quanto ci dice la sua Passione (una sorta di “biografia” in cui è narrata la vita e la morte della martire, secondo gli studiosi non anteriore al VI secolo): Firmina, vissuta all’epoca dell’imperatore Diocleziano, era la figlia del prefetto di Roma, Calpurnio, appartenente alla nobile e conosciuta famiglia dei Pisoni. Profondamente credente, abbandonati gli agi e la famiglia per una vita che fosse il più possibile aderente ai precetti cristiani, Firmina si imbarcò dapprima per Civitavecchia, soggiornando per qualche tempo in una grotta (tuttora visibile) presso il porto della città, e infine ad Amelia. Qui convertì alla fede cristiana il console Olimpiade, che aveva tentato di sedurla, e che finì per morire martire prima di lei. Firmina fu martirizzata invece poco tempo dopo, non prima di aver subito tutta una serie di orrende torture; la tradizione ci dice che era il 24 novembre. Il suo carnefice, Ursiano, venti giorni dopo la morte della santa, si convertì alla fede cristiana, ricevendo il battesimo a Ravenna da un prete di nome Valentino.

Un secondo documento, più recente, pur riportando gli stessi elementi della leggenda, suppone, invece, che Firmina sia stata sepolta non ad Amelia ma a Civitavecchia, il 20 dicembre. Un terzo documento attesta, invece, il ritrovamento delle sue reliquie ad Amelia verso la fine del IX secolo.

Ora, quanto di tutto questo è vero? E’ esistita veramente una martire Firmina?

Il Martirologio Geronimiano (da cui, a partire dall’VIII secolo, deriva tutta la produzione posteriore) riporta alla data del 9 e del 10 ottobre il nome di una santa martire Firmina (Primina), di origine africana, sulla cui esistenza, se pure non si hanno altre notizie, sembrano non esserci dubbi. Fuor di dubbio sono anche le due diverse celebrazioni della medesima santa: una ad Amelia e una a Civitavecchia. Inoltre, è possibile dedurre i dati cronologici del culto della Santa in Amelia: anteriore all’invenzione delle sue reliquie del IX secolo, ma posteriore alla redazione del Geronimiano (che infatti ignora completamente l’esistenza di una martire Firmina originaria dell’Umbria o del Lazio).

Per entrambe le due città è assai probabile che si tratti di un culto importato. Una cauta conferma ci viene indirettamente dai testi stessi, ricchi di elementi inverosimili, ma nei quali la tradizione sembra conservare un ricordo di santi “importati”, venerati al nord: Ursicino (nei testi Ursiano, il carnefice di Firmina), martire illirico venerato a Ravenna, e Valentino (per gli studiosi un martire africano caduto sotto la nota topografica Ravenna).

Da questi labili indizi si potrebbe pensare che il caso di Firmina altro non sia che la celebrazione locale delle reliquie di una martire, di origine africana, che il già citato Martirologio Geronimiano commemora al 9 e 10 ottobre.

Fermo restando che il Geronimiano attesta l’esistenza anche di una Ferma l’11 novembre, un’altra ipotesi che potrebbe spiegare l’origine di questo culto ad Amelia propone l’identificazione di Firmina con una Felicissima (ricordata dal Geronimiano il 24 novembre) venerata a Perugia.

Quale sia l’esatta origine del culto di Firmina in entrambe le città, come abbiamo visto, è cosa difficile da appurare. Che spesso e volentieri gli autori delle Passioni stravolgessero nomi e luoghi originali per ragioni mistiche o di altra natura, è un dato di fatto. Il culto dei santi martiri, infatti, non infrequentemente veniva introdotto anche in luoghi che non erano direttamente legati alla loro morte ma che si voleva in qualche modo “sacralizzare“. Era quindi necessario “inventare” racconti piuttosto complessi che dessero ragione del trapianto topografico del martire in questione. In questo modo, si cercava di spiegare, in modo plausibile, lo spostamento di un santo in un determinato luogo.

Nel caso di Civitavecchia, tuttavia, questo “trapianto” appare quantomeno insolito. L’antica Centumcellae, infatti, poté vantare la permanenza, fino alla sua morte, avvenuta nel 253, di un papa, Cornelio, ricordato e come martire (sarebbe stato decapitato) e come confessore (titolo onorifico con cui venivano designati quei cristiani che avevano professato pubblicamente la fede in Cristo durante le persecuzioni ed erano stati puniti con la prigione, l’esilio o il lavoro nelle miniere). Non un nome “senza arte né parte” in un martirologio, insomma, ma un vero e proprio protagonista della storia del Cristianesimo delle origini.

Eppure, di Cornelio, a Civitavecchia, si sa poco e niente. Non c’è una processione, non ci sono miracoli, non ci sono statue o reliquie.

Cornelio che morì di certo a Civitavecchia – se decapitato o di stenti poco importa – fu sepolto a Roma, nelle catacombe di San Callisto. La sua memoria liturgica è fissata al 14 settembre, data da riferirsi, secondo gli studiosi, al ricordo della traslazione del suo corpo da Civitavecchia a Roma.

Chiara Amati

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