“Sul set di Vanina”. Storia di una pellicola sfortunata

sul set di vanina

Una mostra che ricostruisce la sfortunata storia di una delle pellicole meno riuscite di Roberto Rossellini: Vanina Vanini.

Nella splendida e suggestiva cornice del Castello di Gradara, dallo scorso 8 aprile e fino al prossimo 10 settembre, è stata allestita, ad opera della direttrice della Rocca la dottoressa Maria Claudia Caldari e del regista Antonio Bigini, in una sala al piano terra accanto al bookshop, la mostra dal titolo Sul set di Vanina. Rossellini a Gradara.

Una piccola ma ben fatta esposizione che, attraverso le foto di scena di Vittorugo Contino, alcuni dei bellissimi abiti originali realizzati da uno dei più grandi costumisti di sempre, Danilo Donati, ritagli, giornali, didascalie e supporti video, ripercorrere la storia, decisamente tormentata, di uno dei film meno fortunati del grande regista romano.

Nel 1961 Roberto Rossellini, dopo l’esperienza non certo entusiasmante dal punto di vista della critica di Viva l’Italia, (dove si raccontavano le vicende della spedizione dei Mille) definito un film senza un vero e proprio linguaggio, si accostò nuovamente al genere storico con l’idea di portare sul set Vanina Vanini, una novella di Stendhal, l’autore del Rosso e nero nel 1829.

Rossellini nella realizzazione del film Vanina Vanini credeva moltissimo; riteneva, infatti, che la storia del travagliato amore fra l’aristocratica Vanini e il carbonaro Pietro Missirilli nella Roma papalina del 1823, raccontata nell’omonima novella da Stendhal, fosse ideale da trasporre su un set cinematografico, un’intuizione, in verità, non certo originale, visto che per ben due volte il racconto stendhaliano aveva ispirato altri registi. Nel 1922 Arthur Gerlach aveva girato Vanini e nel 1940 Carmine Gallone Oltre l’amore, con Alida Valli nella parte dell’aristocratica romana e Amedeo Nazzari in quella di Pietro.

sul set di vanina
Rossellini, prima ancora di pensare alla sceneggiatura, ebbe ben chiara quale sarebbe stata la location privilegiata della futura pellicola: il castello di Gradara. La scelta cadde sul maniero marchigiano, non solo perché già quinta di altri film, non celeberrimi in verità, fra cui Il principe delle volpi di Henry King del 1949 con Orson Welles nei panni di Cesare Borgia, ma principalmente perché era stato teatro di un altro celebre e tormentato amore, forse dopo quello fra Giulietta e Romeo, il più famoso.

Nelle stanze medievali del castello, infatti, secoli addietro si era consumata la storia di Paolo e Francesca, poeticamente raccontata nelle terzine del V canto della Commedia da Dante Alighieri, di quell’amore sbocciato per colpa di un libro “galeotto” e conclusosi nel modo più drammatico, per mano del geloso Gianciotto, marito della bella Francesca da Rimini:

“Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense”.

Ma se la scelta di Gradara fu semplice e per certi aspetti scontata, visti anche gli illustri e letterati precedenti, diversa fu la gestazione del film, visto che i dissidi fra Rossellini e il produttore Moris Ergas, proprietario della Zebra film, si palesarono praticamente da subito. Il regista greco, infatti, impose senza appello la moglie Sandra Milo per la parte di Vanina.

Per l’attrice nativa di Tunisi lavorare da protagonista con il grande Rossellini, dopo alcune non certo indimenticabili caratterizzazioni, poteva significare la sua definitiva consacrazione, convinzione condivisa anche da Ergas, certo che la moglie, sapientemente diretta dal padre di Roma città aperta, si sarebbe imposta finalmente nel panorama cinematografico internazionale come una grande attrice.

Il “suggerimento” sulla Milo fu poco digerito da Rossellini e ancor meno la decisione di non doppiarla, visto la non bellissima voce dell’attrice.

Il regista romano provò più volte a convincere Ergas dell’opportunità di doppiare sua moglie ma invano. Il proprietario della Zebra film, infatti, sapeva che, qualora la Milo fosse stata doppiata, non avrebbe potuto aspirare ad ottenere la Coppa Volpi, il più importante premio per un attore alla Mostra del Cinema di Venezia, dove il film sarebbe stato presentato.

La realtà fu ben diversa da quanto auspicato dall’innamorato e ambizioso marito. La Milo non solo non prese, come facilmente vaticinato da Rossellini, l’agognato premio ma venne sarcasticamente ribattezzata, negli ànditi pettegoli del Lido, come Canina Canini. Ma i dissapori fra il regista e il produttore relativamente a casting e doppiaggio non furono gli unici.

Alla Mostra di Venezia del 1961, il film, uno dei più attesi del cartellone, fu presentato in una versione decisamente inedita, a causa di alcuni arbitrari tagli apportati alla pellicola da Ergas. Questi, infatti, al fine probabilmente valorizzare la performance della Milo aveva tagliato in sede di montaggio alcune scene di Martine Carolm che nel film recitava nei panni della contessa Vitelleschi, e, inoltre, aveva anche provveduto a modificare il doppiaggio di Laurent Terzieff, l’attore che impersonava Missirilli.

Venuto a sapere di tutto ciò Rossellini scrisse una vibrante lettera di protesta a Domenico Meccoli, il direttore della kermesse veneziana, con cui lo diffidava a proiettare la pellicola, ma tutto questo invano.
Il film, nato sotto una cattiva stella, non fu premiato a Venezia, non sbancò ai botteghini, risultando anzi un vero e proprio flop e, infine, fu sonoramente bocciato dalla critica, nonostante la buona interpretazione di Paolo Stoppa nelle vesti di Asdrubale Vanini, con una stroncatura difficilmente dimenticabile.

sul set di vanina gradaraLanocita sulle colonne del “Corriere della Sera” definì il “fuoco della vicenda” una tiepida brace piuttosto che una divorante fiamma, aggiungendo che si trattava di una pellicola anonima, attribuibile a chiunque. Ancora più caustica fu la recensione del critico Gian Maria Guglielmino che sulla “Gazzetta del popolo” definì il film “decisamente e incredibilmente brutto”.

Meno tranchant, più articolata ma non certo benevola fu la critica di Gianni Rondolino che osservò come: “il film [fosse] condotto cinematograficamente con dovizia di mezzi, a volte anche con buona e accurata resa spettacolare. Ma vi [mancava] la vera ragione d’essere, il significato ultimo di un discorso che non può affidarsi allo splendore delle immagini”, sulle quali, oggettivamente, i panorami di Gradara e gli interni del castello, fra cui la sala da letto di Francesca, dove furono girati molti ciak, avevano contribuito e non poco.

Insomma un film non certo annoverabile fra i capolavori del padre del neorealismo italiano che per certi aspetti offuscò anche i successivi lavori cinematografici, timida fu anche l’accoglienza di Anima nera del 1962. Ma Vanina Vanini ebbe comunque, al netto di un clamoroso insuccesso, due assoluti meriti. Aver portato nel buio delle sale cinematografiche le bellezze di Gradara e aver gratificato, e non poco, gli abitanti del piccolo borgo marchigiano. La produzione, infatti, fu con i gradaresi piuttosto munifica, visto che coloro che presero parte alle riprese nella veste di comparse, guadagnarono, in pochi giorni, quello che avrebbe preso in un paio di mesi di lavoro, almeno in questo Vanina Vanini fu davvero indimenticabile.

Maurizio Carvigno

1 Commento

  1. Visto questo film di recente. E’ vero che Paolo Stoppa è l’elemento migliore del film e la sparizione del suo personaggio in tutta la parte finale del racconto lascia delusi. Non si può però dire che questo film sia anonimo e attribuibile a chiunque. E’ pienamente coerente con il cambiamento voluto dallo stesso Rossellini e che si sarebbe visto nei film televisivi successivi. Certamente non poteva soddisfare chi avrebbe voluto da Rossellini altri film drammatici come quelli con Magnani e Bergman, ma è in linea con la scelta autoriale del regista di fare opere didascaliche per educare il pubblico. E secondo me efficace proprio nelle scene di questo tipo, come quella in cui Vanina e i cardinali mettono in scena una discussione in cui la passione della donna viene irretita dalla diplomazia pontificia. Resta la curiosità di sapere com’era il montaggio originale di Rossellini, in cui questi caratteri didascalici probabilmente erano meglio valorizzati e l’opera avrebbe potuto apparire più coerente.

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