Sound Art Sudamericana al Macro: “Otros sonidos, otros paisajes”

Otros sonidos, otros paisajes: soun art sudamenricana
Hidroscopia/Mapocho

La sound art sudamericana in “Otros sonidos, otros paisajes” un’ inedita mostra al Museo d’Arte Contemporanea Roma.

La sound art è sempre più al centro dell’interesse di artisti, curatori e studiosi.  Attraverso l’arte, il suono, spesso subordinato alla visione, emerge come linguaggio e dispositivo autonomo, connettore tra noi e gli spazi che ci circondano.

Dal 5 maggio all’11 giugno 2017 il MACRO, Museo d’Arte contemporanea di Roma, ospiterà “Otros sonidos, otros paisajes”. L’esposizione, curata da Antonio ArévaloLeandro Pisano, può considerarsi un evento storico. Sarà, infatti, la prima mostra europea a occuparsi della sound art sudamericana.

Cinque artisti, attraverso le loro opere, lasceranno emergere nuove narrazioni, fino ad ora inascoltate.

Le istallazioni sono disposte in due sale distinte. In una delle due troviamo “Lenguas locales” (2014) di Rainer Krause e “Conferencia de Pajaros Cantores (2016) di Sebastian Jatz”.

La prima delle due opere sopracitate si compone di tre altoparlanti che riproducono la voce di Cristina Caldeòn, ultima donna a parlare la lingua yàgan, che racconta un antico mito della sua civiltà. Alla narrazione si sovrappongono suoni tipici della costa meridionale del Cile, emblematici della volontà dell’autore di mettere in risalto le connessioni tra l’uomo e il suo territorio.

Nella stessa stanza troviamo “Conferencia de Pajaros Cantores”. L’opera sonora s’ispira ai principi dell’arpa eolica, uno strumento musicale le cui corde sono fatte vibrare dall’azione del vento.  Attraverso questo meccanismo l’artista è riuscito a creare un’esperienza sonora inedita profondamente radicata all’interno del paesaggio.

Prima di giungere nella seconda sala, ci imbattiamo in Antartica 1961-1996 (2009-2017) di Alejandra Perez Nuñez, forse l’opera che mi ha colpito di più. Si tratta di una tela “interattiva”, composta di fili, cavi e un altoparlante, dove è rappresentata la cartina dell’Antartide. Avvicinandosi all’opera ci accorgiamo che il livello sonoro cambia. Avvertendo il movimento dello spettatore, vengono inviati gli impulsi a un “open software”, progettato dalla stessa artista, che li elabora sotto forma di suoni. In questo modo viene reso possibile percepire l’inavvertibile, ascoltare le tracce invisibili degli esperimenti militari e degli incidenti tecnologici. Connesso al software, vi è anche un dispositivo audiovisivo che traduce, sotto forma d’immagini, l’impulso sonoro.

Appena si entra nel secondo ambiente, si resta colpiti dall’imponenza di Hidroscopia/Mapocho (2016), l’imponente opera di Claudia Gonzáles nella quale l’artista analizza gli aspetti, visibili e non, del fiume Mapocho. L’istallazione si compone di un circuito e schede elettroniche su cui cadono gocce di campioni d’acqua del fiume. Così viene rappresentato lo scorrere del tempo, il modo in cui il fiume cambia mentre attraversa luoghi diversi. Uno straordinario processo di “idrosonorizzazione”, l’entusiasmante creazione di un evocativo ambiente sonoro. L’artista corona tutto con un inserto di foto al microscopio dei campioni d’acqua del fiume.

L’ultima delle opere presentate è, non in ordine d’importanza, “Atacama 22° 54’ 24’’ S, 68° 12’ 25’’ W” (2013).  L’artista Fernando Godoy rappresenta, attraverso una serie di cavi, la mappa del Deserto di Atacama. Nella carina vi sono, in corrispondenza di determinate coordinate, delle entrate per le cuffie. Ogni dispositivo riproduce un suono diverso. Spostandoci lungo la cartina incontriamo registrazioni dei suoni tipici di ambienti diversi (rotaie di un treno, miniera di sale, etc.), frammenti acustici di un luogo in cui s’incontrano passato e presente, naturale e artificiale.

La mostra garantisce un’esperienza davvero suggestiva, evoca la nostra immaginazione. Mentre si ascoltano i suoni riprodotti, ci s’immerge completamente in una dimensione trascendentale, la nostra mente viene trasportata altrove. Perdiamo ore e ore a parlare, a farci sopraffare dal rumore assordante delle nostre vite, quando il rumore più bello proviene proprio dal silenzio. Il silenzio ci sprona a pensare, rende possibile la fruizione di suoni atavici e ancestrali. Se anche voi siete curiosi di sperimentare in prima persona ciò di cui sto parlando, non perdete quest’occasione unica.

Simona Valentini

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