La Classe. Questioni di “estraneità” in scena

La Classe - Teatro Marconi
La Classe - Teatro Marconi

Lo spettacolo, in scena al teatro Marconi fino al 9 aprile, passa al crivello la paura del diverso, e non solo in termini di emigrazione.

Una classe sporca. Musica confusa. Dei ragazzi che ballano. Non ci sono nomi, né luoghi né età. Non esistono identità predefinite, ma solo la voglia di vivere tipica della giovinezza.

Potrebbero essere degli adolescenti qualunque in un’aula di una città qualsiasi. E alla fine, apparentemente, lo sono.

In ognuno di loro, però, si cela la complessità di un dissidio recondito, che stenta a palesarsi se non con atti impulsivi e grida violente.

Almeno finché non arriva Albert, il professore che li aiuterà a scegliere di vivere ogni giorno con la voglia di fare qualcosa di più, senza pregiudizi, senza la paura di essere giudicati. Un uomo comune forse, ma con un grande dono. Quello di saper vedere ciò che guarda.

E lo sguardo in scena, severo e compassionevole, accogliente e autorevole, è quello di Andrea Paolotti, un attore che sul palco non passa inosservato nemmeno quando è in silenzio. Al suo fianco, “i suoi studenti” problematici, un cast di giovanissimi davvero talentuosi. Edoardo Frullini, Valentina Carli, Carmine Fabbricatore, Cecilia D’Amico, Haroun Fall e Giulia Paoletti.

Il gruppo è omogeneo e ben coordinato, anche se la componente maschile tende a risaltare lievemente di più. D’Amico e Fall spiccano senza dubbio per la spigliatezza, ma complessivamente tutti i ragazzi hanno regalato un’ottima prova alla prima dello spettacolo.

La Classe - Teatro Marconi

Si aggiungono al gruppo le figure del preside, interpretato da Tito Vittori con squisita naturalezza, e quella della rifugiata di Ludovica Modugno, che offre un significativo cameo nel finale.

Tutti gli studenti vestono i costumi colorati ed esuberanti di Laura Fantuzzo, in contrasto con Albert e il Preside, che rappresentano il “mondo dei grandi” con delle mise decisamente più sobrie. Anche la scenografia di Alessandro Chiti è molto “lirica” ed esprime appieno il senso di disorientamento dei personaggi.

Il testo di Vincenzo Manna, dedicato alle paure umane, ma soprattutto alla paura del diverso, si concretizza in uno spettacolo di due ore che non pesa allo spettatore, grazie ai giochi di luci e ombre di Javier delle Monache e alle musiche di Paolo Coletta, che conferiscono il giusto sprint a una storia complessa, intensa, fatta di tante parole ma anche di tanti mutismi. Forse c’è un unico momento che rallenta un po’ l’andamento spedito, magari anche perché si colloca in prossimità del finale, ed è il monologo della rifugiata.

Nonostante ciò, la regia di Giuseppe Marini rende fruibile un’opera laboriosa, ma dal messaggio immediato. Il data storytelling, frutto della collaborazione con Tecnè, non poteva che manifestarsi con semplicità. L’Italia dei numeri non è altro che l’Italia delle persone. E queste, in fondo, provano tutte lo stesso smarrimento, le stesse paure.

Non c’è bisogno di essere straniero per sentirsi estraneo.

Alessia Pizzi

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