Virgilio Sieni ricerca Le Sacre tra carne e gesto risonante

Virgilio Sieni porta al Teatro Argentina di Roma il suo ultimo lavoro in due atti: Le Sacre_Preludio/La sagra della primavera.

Già sulla carta si poteva percepire l’importanza di un lavoro nel quale Virgilio Sieni, figura centrale della danza contemporanea italiana, nonché uno tra i suoi fondatori, ha deciso di confrontarsi con l’opera rivoluzionaria per eccellenza, la partitura stravinskiana che da ormai oltre un secolo attrae il genio di moltissimi artisti. Inutile dirlo, La sagra della primavera non ha perso nel tempo la sua potenza espressiva e primigenia.
Le Sacre – La sagra della primavera Compagnia Virgilio Sieni
Punta di diamante del Sacre che Sieni ha proposto al Teatro Argentina di Roma dall’8 al 10 gennaio è stata però la famosa musica fatta di fiati, archi e percussioni, bensì il suo Preludio: una vera riflessione sulla carne, sulla vita nuda, sull’essenza archeologica della forma “nella sua impossibilità di essere afferrata”; il tutto tradotto in scena da sei donne nude e dalla musica per contrabbasso di Daniele Roccato.
Una penombra primitiva determina l’assenza dello scorrere del tempo, trascinando i gesti nervosi delle danzatrici in una dimensione sottratta al tempo storico, dando vita ad una stasi temporale che si contrappone al continuo ripetersi delle partiture di movimento. Nessun bagliore muta la situazione per tutti i 25 minuti di durata e nell’assenza di luce, dell’idea di divinità, le sei danzatrici portano avanti una ricerca inarrestabile del gesto primo e della radice organica del rito.
Una lunga pausa divide questa prima parte da quella effettivamente dedicata alla Sagra della primavera di Igor Stravinskij, che vede in scena 12 danzatori. Assolutamente riconoscibile sin dall’inizio l’Eletta, la stupenda Ramona Caia, traduttrice perfetta della concezione poetica e del movimento del coreografo. Segnata dal volto dipinto di giallo e da una calzamaglia bordeau, è l’unica che si distingue dal gruppo, caratterizzato da un’omogeneità che sfuma perfino la distinzione tra uomo e donna, così presente nell’interpretazione dell’opera da parte di Pina Bausch. La forza espressiva dei singoli si dà nella collettività, nella risonanza, attraverso la capacità di farsi comunità per mezzo del rituale.
La concezione dinamica della presenza si traduce in una visione mai statica e contemporaneamente fa del gesto il mezzo di trasfigurazione del corpo verso il sacro (chi si ricorda di Dolce vita_archeologia della passione?).
“[…]la coreografia guarda al primitivo come forma leale di scavo verso un’archeologia di ossa, allineamenti sottili, corrispondenze neurali, muscolari, tendinee, molecolari, fatti che ci danno al mondo: così la danza diventa un avamposto sul territorio delle abitudini e il gesto accenna all’ignoto che scorre ai bordi della vita.”
Come nel Preludio, la sensazione è quella di trovarsi in un’altra dimensione: un altrove temporale che in realtà però, in questo secondo caso, è assolutamente radicato nell’hic et nunc della scena, inasprito da un palco spoglio non solo di una possibile scenografia, ma anche delle quinte laterali, permettendo allo spettatore di vedere funi e mura solitamente occultate. Non è certo l’unico elemento che ricollega questo agli altri lavori di Virgilio Sieni; una firma inconfondibile, una qualità del movimento e della ricerca di gesti che è diventata parte del bagaglio storico della danza italiana e che, per quanto ormai si conosca e riconosca velocemente, non smette di essere assolutamente funzionante.

Chiara Mattei

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