Shakespeare 2016: il Palladium canta la rovina di Roma

[…] L’occhio non vede se stesso se non di riflesso, attraverso altri oggetti.Così il Palladium ospita Shakespeare.

Nell’ambito del convegno internazionale Shakespeare 2016 Memoria di Roma, organizzato dalle università romane Sapienza, Tor Vergata e Roma Tre, è andato in scena il 9 aprile al Teatro Palladium Della rovina, di tempo e di bellezza: Shakespeare e il destino di Roma”: regia di Luca Aversano, con la partecipazione degli studenti del Dams; musiche eseguite dal vivo dall’ensemble Mirabilis Harmonia. La rappresentazione ha visto una replica il 10, sempre al Palladium, ed un’ultima il 14 aprile al Teatro di Villa Torlonia. Il testo dello spettacolo raccoglie frammenti dai drammi romani shakespeariani, per i quali si è fatto riferimento alla consulenza scientifica di Maria Del Sapio Garbero.
Teatro Palladium
Sfocati in alterne personalità: così sono presentati i volti degli artisti.
La scena prende piede con un ritmo di tamburi, replicando un tribale ancestrale, in cui i gesti e le posizioni si riducono ad una ritualità dell’essenziale. Le pose devono essere rigide, gli sguardi persi attraverso le figure come spettri greci; soffiano versi della caduta di Troia e riportano le sorti di Roma al destino della patria dei suoi fondatori. Come la città di Enea, così l’Urbe latina e la latinità tutta è inesorabilmente votata al sangue della propria fine. A fare da contrappunto alla poetica crudezza dei testi si pongono le musiche barocche, che costruiscono una scenografia di suoni e armonie stridenti contro la violenza dei personaggi. Sono tre gli attori, Alessandra De Luca, Domenico Bisazza, Daniele Di Matteo; le loro voci si trasformano nei protagonisti di ciascun frammento, spaziando tra tragedie e giochi di forza variabili. Fra loro si aggira un’entità spiritica, la ballerina Maria Elena Curzi, che dà una presenza muta e corporea all’assente coro teatrale.
Nonostante la scelta di una rappresentazione di Shakespeare per suggestioni tematiche e psicologiche, Della rovina, di tempo e di bellezza” non convince. Il lavoro sul testo è chiaramente preciso ed accurato e le parole del bardo trovano sempre il modo di emergere da qualsiasi contesto. Resta però traballante la forza della voce: Domenico Bisazza lascia scivolare il termine di ogni frase in un vuoto indistinto, come un soliloquio inudibile, inaccettabile se si considera che gli attori sono microfonati. Pare che, assorto nel controllo dell’espressività delle singole parole, Bisazza perda di vista la necessità di applicarne un volume. Un lavoro migliore è quello di Daniele Di Matteo, che di certo sa far tuonare il dialogo col proprio diaframma. Una lode va rivolta ad Alessandra De Luca, centro di ogni costruzione drammatica che si realizzi fra i tre attori sul palco. Alla sua femminilità, aleggiante fra epoche e personalità diverse, si rivolge uno dei temi portanti dello spettacolo: quello che rende la donna una bellezza che grida alle follie del potere, inascoltata, quando non è essa stessa l’attrice della rovina. Le movenze sono eleganti, altere e cariche di dolore nel proprio silenzio.
Gabriele Di Donfrancesco

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