Serata in carrozzeria: quando il concerto interpreta lo spazio

Domenica 2 Ottobre speciale serata alle Carrozzerie n.o.t. all’insegna di corpi ed emozioni nello spazio.

Elettrosuoni - Trascrizione del silenzio - Walter Paradiso
Le interpreti di Trascrizione del silenzio durante la performance. (c) culturamente.it
Nell’ambito del festival Teatri di Vetro il 2 Ottobre si è svolta a Roma la seconda serata del percorso Elettrosuoni alle Carrozzerie n.o.t, divisa in tre esibizioni visivo-musicali dedicate alla creazione di stimoli adatti ad amplificare l’immaginazione e la sua percezione in tutte le sue sfumature.
All’arrivo alle Carrozzerie n.o.t. la prima performance è già in corso, totalmente mimetizzata nello spazio del salone d’ingresso. Due ragazzi in camicia e cravatta sono seduti ad un tavolo con un Mac, una stampante-scanner e una console per l’audio con numerosi pulsanti e manopole. Si tratta di Si serve il numero: ufficio per la dieta dell’immaginazione del gruppo S’Odinonsuonare, di e con Alessio Mazzaro e Marco Campana, con il sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura di Toronto. Gli spettatori prendono un numero da un erogatore, attendono seduti nel salotto e una volta chiamati si accomodano alla scrivania, come in una giornata alla banca per una consulenza sul mutuo. Aspettiamo anche noi e quando arriva il nostro turno ci presentiamo, ci vengono prestate un paio di cuffie e chiesto di appoggiare una mano sullo scanner. 
Passiamo così dalla dimensione dell’attesa, della sala d’aspetto, con le sue chiacchiere e la tensione minima, all’esperienza del giudizio, dell’angoscioso disagio e della curiosità. Siamo costantemente sotto gli occhi di due persone in cravatta nera. Uno scrive e ci ignora palesemente. Cosa starà scrivendo? Il secondo armeggia con i pulsanti della sua strumentazione. Non ci viene dato alcun comando. Ai nostri sguardi interrogativi ne vengono scambiati altri inquisitori.

Elettrosuoni - Si serve il numero - sodinonsuonare
Il collega durante il suo turno. (c) culturamente.it
L’atmosfera è resa particolarmente fantascientifica dai suoni costantemente diffusi nelle nostre cuffie. Si tratta di una melodia di distorsioni elettroniche, capace di immergere in un preciso contesto dai toni orwelliani e retrò. Forse è questo un ufficio immigrazione distopico? Siamo in attesa di un via libera? Passeremo l’esame delle impronte digitali? Un insieme molto semplice di elementi produce così nella psiche del soggetto reazioni di disagio, inadeguatezza, preparazione, difesa.
Un esperimento intrigante, accompagnato da un sottinteso senso di scherzo. Alla stampa del foglio preparato per noi scopriamo di esserci messi in fila per una dieta. Ci vengono prescritte attività per risvegliare l’immaginazione, improbabili quanto affascinanti azioni da fare a precise cadenze. La ricetta è individuale e composta sulla base dei pochi dati che i due esaminatori riescono a cogliere da chi siede davanti. L’obiettivo, spiegano, è di spingere a “vedere la realtà in modo diverso” con “qualcosa di personale e privato come una dieta”.


Elettrosuoni - Elara
Gli Elara durante la loro esibizione. (c) culturamente.it
Arriva quindi il momento della seconda esibizione: è la volta del concerto degli Elara con il loro In the depths of time, in an ocean made of stars. Alla chitarra Luigi Cerbone, al basso Alessio Tozzini, alla batteria Vincenzo Barbone, fonico Martino Casedda.
Entriamo nel grande spazio di esibizione delle Carrozzerie e troviamo la band in fondo. Non ci sono sedie né una vera divisione fra pubblico e musicisti. Si è tutti parte dello stessa sperimentazione, da un lato chi produce e dall’altro chi riceve. L’intento è far vivere agli spettatori uno spazio a tutto tondo senza il bisogno di un posto preimpostato. Inizia il concerto e gli effetti scenici sono minimi, giusto luci soffuse, colorate di blu e viola per coadiuvare la sensazione di sogno ad occhi aperti. Vi è totale assenza di parole e parti cantate. C’è una precisa volontà a sperimentare, a lasciarsi trasportare dalla musica che compone passo dopo passo i suoi arzigogoli, i suoi castelli in puro stile dream pop, elettronica e shoegaze. I musicisti non sono sul palco per catalizzare l’attenzione sulla loro figura, quanto per dilatare i confini dell’immaginazione di chi ascolta attraverso suoni ripetitivi, ambientali e sintetici. Vengono strategicamente fusi per ottenere un effetto rilassante, adatto all’esplorazione della coscienza nel momento in cui, prima di lasciare il posto al sonno, essa diventa molle e carica di visioni fantastiche e creative.
Si è trattato di un momento specificatamente dedicato alla contemplazione e ogni spettatore ha potuto interpretarlo il più liberamente possibile. Lo spazio vuoto è stato utilissimo e appositamente studiato perché ognuno lo occupasse con ciò che il proprio ego suggeriva, senza il bisogno di dover comunicare niente al proprio vicino.
È stata senza dubbio un’esperienza nuova: lo spazio evocativo era la nostra mente. L’ambiente spoglio intorno non è stato altro che un palco comune su cui ognuno ha proiettato le proprie immagini, senza il bisogno di dover fornire spiegazioni o di dover mascherare i propri istinti.

Una locandina del festival Teatri di Vetro con uno speciale ritocco. (c) culturamente.it
Tra il concerto e l’ultimo lavoro in programma c’è una piccola pausa, durante la quale abbiamo avuto modo di parlare con Enea Tomei, responsabile della sezione musicale e di perfomance del Festival Teatri di Vetro. Tomei si dice contento dell’andamento delle serate e della buona affluenza di pubblico, “pur essendo sperimentali” e richiedendo una partecipazione non passiva. Ci spiega che la selezione al Teatri di Vetro è composta da due metodi di scelta degli artisti: un bando pubblico ed una parte di scouting, di cui lui stesso si è occupato e di cui la serata del 2 ottobre è un risultato diretto.
Elettrosuoni - Trascrizione del silenzio - Walter Paradiso
“I link, le parole, le immagini arrivavano, partivano, portavano passeggeri, ripartivano vuote. […]” (c) culturamente.it
Terminato l’intervallo, torniamo nella sala principale per l’ultimo evento in programma.
A metà strada tra uno spettacolo performativo di ampio gusto e un intricato accostamento di stimoli fine a se stessi, Trascrizione del Silenzio di Walter Paradiso è il secondo e ultimo elemento cardine della serata. La componente danzata è eseguita da Federica Cucinotta e Churui Jiang, entrambe ideatrici della coreografia. A loro va una particolare lode: la fluidità e pulizia dei loro movimenti è quantomai ipnotica e piacevole. La musica e il suono dal vivo rispondono ad Alessandro Altarocca. Il video è realizzato da Paradiso.
Una serie di temi viene presentata attraverso l’alternarsi di proiezioni murali di immagini o parole. Ogni sequenza è dedicata ad una fase di un viaggio esistenziale, immaginativo e astratto, senza punti di riferimento al di fuori di un più o meno velato metaforico. Davanti a questo sfondo si alternano due figure danzanti, il cui protagonismo rispetto alla proiezione è determinato dall’intensità dei fari a terra. Al crescere di questa, le due donne generano danze nuotanti sul pavimento e ginnastiche artistiche estremamente vicine al pubblico. L’essenzialità del loro stile ha un che di orientale. Si muovono davanti la parete di acquerelli eleganti e riprese nebbiose. Le immagini però non si fermano del tutto per garantire su di loro la completa attenzione, né loro nel corso delle stesse. La loro danza continua, tra un baciar terra col corpo e l’alzarsi in saluto al sole. Questa duplicità caratterizza l’intera scena: un doppio percorso corporeo e visivo, tra il materiale della coreografia e l’anima del racconto. L’osservatore deve scegliere se seguire lo schermo o le artiste. Proprio in questa scelta matura il senso della performance: non puoi cogliere entrambe le cose e la tua decisione influenza il tuo viaggio conoscitivo ed interpretativo stimolato dall’autore. Si diventa pellegrini nel creato di un altro. Vengono solamente indicate strade tematiche: la percezione di estraneità di un luogo, la ricerca di una comunità, la scoperta del diverso, la perdita d’orientamento, la necessità di disconnessione. Non manca una linea di costante scherzo e leggerezza. A partire dalla definizione di luoghi “al di là del Laptop” e di località pseudo digitali, si gioca con le parole, con la geografia, fino a comporre lo svago di un Marco Polo da scrivania. Terminato il nostro viaggio, si lascia presagire un percorso inverno, ma come conclude l’autore: il viaggio di ritorno è cosa che non si scrive”.

Tuni Laurenti e Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC

Lascia un commento

Lascia un commento!
Inserisci il tuo nome qui