Re Lear al Globe di Roma: quando i matti guidano i ciechi

Così ha inizio la stagione romana del Globe di Villa Borghese

Il 23 giugno ha debuttato sulla scena romana del Silvano Toti Globe Theatre Lear, la storia. La regia è di Giuseppe Dipasquale e la traduzione dall’originale Shakespeariano è ad opera di Masolino d’Amico; nella compagnia troviamo il grande Mariano Rigillo. La produzione di questo Lear ha un’avventura alle spalle: l’adattamento doveva andare in scena al Teatro stabile di Catania e in seguito allo stabile di Napoli, quando il primo, nel quadro della grande crisi che attanaglia il teatro italiano, è stato occupato. Le scenografie, parte del materiale e del personale sono così rimasti bloccati a Catania, ma non i costumi, unico elemento scenico a calcare conseguentemente il palco di Napoli. Nonostante tutto, lo spettacolo si è rivelato lo stesso un grande successo e la sua forma mutila si è dimostrata la sua migliore.
Re Lear, ormai vecchio, decide di dividere il regno fra le tre figlie, prendendo come punto di riferimento per l’assegnazione il loro presunto amore. Abbindolato dalla lingua lunga delle sorelle maggiori, Regana e Gonerill, il re esilia la terza figlia, Cordelia, che al contrario ammette di non poter ricambiare il suo affetto se non con un amorevole silenzio. Rifugiatosi nel proprio lirico sdegno, Lear passa il regno e il potere alle restanti figlie. Così il re senza corona compie l’errore di mettersi in balia di due serpi ingrate; spogliato fin nell’onore di padre, ha inizio la sua discesa in una follia tragicomica, accompagnato da figure giullaresche ed eroiche. Le fila del cataclisma sono comandate dall’affascinante Edmund, figlio illegittimo del conte di Gloucester e magnifico villano shakespeariano, capace di sfruttare la propria carica sessuale e l’ottuso sguardo degli altri per comporre il proprio successo.

re lear
Sono tempi maledetti quando i pazzi conducono i ciechi.
Perfettamente adagiato fra le strutture di nudo legno del palco, Re Lear è tuffo nelle origini: niente scenografie; solo sfarzosi costumi, attori e parole. Un vero teatro shakespeariano, scarno d’oggetti e per questo profondamente immaginativo. Le parole possono tutto e la traduzione dei versi del Bardo di Masolino d’Amico è ulteriormente viva e restituisce il suono delle rime e del metro. Riporta il colore del linguaggio e racchiude in sé la forza del gergo e la poesia dell’atto, senza mai scomporre la costante armonica, quasi ciclica di ciascuna frase. Splendida è la pulizia della messa in scena: la compagnia dimostra di saper dipingere il tempo e lo spazio, lasciando innamorare la mente di alte scogliere e sfarzose stanze; strade polverose e prati spazzati da tempeste. L’ingegno e la furbizia, la meschinità più gustosa e con essa la malizia sono creature che pendono dalle labbra di splendidi affabulatori; i gesti si posano sui costumi di Angela Gallaro. Da quelle stoffe dai colori così scuri e liquidi paiono spandersi le tinte con cui si dipingono ai nostri occhi gli sfondi di scontri e dialoghi.
La messa in scena dello spettacolo è il più possibile attinente al testo, in parte classica e proprio per questo “innovativa”. La scelta di far interpretare le due sorelle maggiori a due uomini, Roberto Pappalardo per Gonerill e Luigi Tabita per Regana, è un’intelligente dedica al teatro shakespeariano, privo di presenze femminili. I costumi e le maschere di trucco sanno ben accompagnare una recitazione che preme sul carattere altezzoso dei personaggi, sulle loro incredibili invidie, senza scadere in travestimento da commedia e avvolgendo le figure in un certo mistero. Sempre secondo tradizione la fanciulla sarebbe stata interpreta da un ragazzo a cui non era ancora mutata la voce, ossia una voce bianca. Nel presente adattamento tale ruolo, quello di Cordelia, è giustamente impersonato da Silvia Siravo. All’opposto del suo candore filiare, David Coco nei panni di Edmund conquista il pubblico con quel divertimento stuzzicante che solo il villain può dare. Non convince del tutto il fratello buono, Edgar, alias Giorgio Musumeci, la cui forza espressiva si perde nel costante sforzo fisico. Tuona l’interpretazione di Mariano Rigillo con un re Lear superbo, di grande sentimento. Rigillo fa vibrare l’aria della sera col dolore, con la pazzia e con la commedia del vecchio re, come se a parlare fosse il respiro dei tempi. Commuove mentre si fa guidare, cieco nella mente, dal Matto della storia, alias Anna Teresa Rossini. La sua figura ricorda uno Sbirulino sbiancato e dalla voce consumata; tramanda verità per indovinelli e dispensa consigli per frasi capovolte, mentre come un fantasma metateatrale compone il senso del dramma. Il pubblico è entusiasta e pronto a rovesciare minuti e minuti di scroscianti applausi, pur essendo una presenza ridotta, senza cedere nel ritmo fino all’interruzione forzata.

Gabriele Di Donfrancesco

@GabriDDC

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