Nell’estate del Globe di Villa Borghese il Sogno di una Notte

Compie dieci anni di repliche il classico del Globe di Villa Borghese: Sogno di una Notte di Mezza Estate!

È raro che una compagnia torni a rimettere in scena lo stesso spettacolo, col medesimo assetto. Invece Sogno di una Notte di Mezza Estate torna al Silvano Toti Globe Theatre di Villa Borghese per il decimo anno di fila, guarda caso il 10 agosto, riscuotendo ancora un grande successo. La regia è di Riccardo Cavallo e il testo shakespeariano è preso dall’ottima traduzione di Simonetta Traversetti. Assistenti alla regia Mario Schittzer e Elisa Pavolini; progetto fonico Franco Patimo.

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La compagnia al completo al momento dei saluti, accolta dalla pioggia di applausi.
La scenografia di Silvia Caringi e Omar Toni è sobria ma efficace. Pendono dal soffitto delle lanterne coperte di stoffa. Liberate dai drappi al momento giusto, splenderanno come gabbie di lucciole o fantasiosi uccelli notturni, che noi non vediamo ma le cui piume, neve di cotone o polline della foresta, cadranno a terra dolcemente al vento della sera. L’atmosfera risalta al coordinamento luci di Umile Vainieri.
Le creature di questo spettacolo salgono sul palco: le anime fatate e incantate sono sicure nel loro entrare nel teatro, mondo dell’impossibile e dei giochi della psiche, mentre i poveri mortali si fanno strada disorientati. Un po’ sconvolti, un po’ complici, faticano a costruire un’illusione nell’illusione e così spariscono dietro i portali di legno del Globe.
Sono questi ultimi Ermia, Valentina Marziali, la bella giovane che si ribella al matrimonio programmato del padre e cerca di fuggire con il suo Lisandro, Daniele Grassetti. Demetrio, Sebastiano Colla, bullo e oltremodo sicuro amante, pazzo per Ermia, è chi il padre della ragazza le ha scelto per sposo. Poi c’è Elena, Federica Bern, sarcastica, innamorata di Demetrio e disposta a tutto pur di mettere nella testa dura dell’altro un germe di passione per lei. Non si può non sorridere alla figura del Duca d’Atene, Martino Duane, e della moglie, Daniela Tosco, che per il loro titolo ducale lasciano intuire una giocosa e confusa concezione del mondo greco, consapevole o meno, nell’immaginario del bardo. La coppia di governanti è esempio di un’unione contrattuale, fatta senza amore e con forza, quasi una violenza che nel finale calma le proprie ferite scoprendo la felicità dei giovani innamorati. Figure più esterne sono il maestro di cerimonie, Raffaele Proietti, che colpisce nonostante la piccola parte, e il padre di Ermia, Egeo, ossia Alessio Sardelli.
L’apparato comico emerge principalmente con due gruppi: i clown e gli spiritelli. Il primo è una cerchia di artigiani di Atene improvvisatisi attori; provano nella foresta lo spettacolo, Priamo e Thisbe, da dedicare per le nozze del duca. Sono Bottom, Gerolamo Alchieri, Snug, Roberto della Casa, Snout, Claudio Pallottini, Quince, Marco Simeoli, e Flut, Roberto Stocchi. Come gruppo sanno coordinarsi a vicenda, con grande abilità nelle tempistiche, fondamentali nel comico e nella naturalezza dei giochi di parole. Gli spiritelli sono invece due: un Puck molto convincente, interpretato da Fabio Grossi, e una Fata, Andrea Pirolli, più propriamente un “fato”. Rispondono entrambi a quella realtà silvestre della regina delle fate Titania, Claudia Balboni, e del suo sposo Oberon, Carlo Ragone, re degli elfi. Proprio la gelosia di quest’ultimo per Teseo, il preferito della moglie Titania, lo spinge a chiamare Puck al suo comando, per stregare con un fiore i sensi della regina e giocarle un brutto scherzo d’amore. Ma il comparire nella foresta delle coppie di amanti in fuga, chi per catturare il proprio amato, chi per andarsene insieme, muoveranno Oberon ad aiutare i mortali a ottenere l’amore ricercato e non corrisposto. Dall’incapacità di Puck scatta il gioco di malintesi e così si sviluppa la storia.
La regia di Riccardo Cavallo cerca di trovare un punto d’incontro italiano tra la comicità shakespeariana e quella che può apprezzare il proprio pubblico. Il che implica rendere in una forma nostrana la goffaggine popolare dei clown ateniesi, ossia degli attori improvvisati, e la confusione di parole e situazioni che intorno a loro si formano. Queste figure, satira shakespeariana semplice e gustosa delle compagnie d’attori dei suoi tempi, riescono a conquistare i presenti del Globe di Villa Borghese con una spiccata comicità napoletana: si salta dal linguaggio aulico alle più corporee battute. Si scherza, ma con criterio e attenzione a non logorare troppo l’incanto della Notte di Mezza Estate. Se però non tutti possono essere d’accordo con l’adattamento di alcune scene in chiave semi dialettale, Cavallo, come d’altronde è previsto nel testo del Bardo, combina a questo svago un secondo, più smaliziato e meno rumoroso: gli incontri e scontri fra gli amanti. In essi si determina la continua ironia dell’abbellire i più forti desideri sessuali attraverso incipriati e pomposi versi d’amore.
A spezzare l’altalenante comicità è Oberon, interpretato magnificamente da Carlo Ragone. Il re degli elfi è vestito come un Bacco silvestre di straordinaria eleganza. Il costume realizzato da Manola Romagnoli è affascinante: Oberon cammina su alti stivali, mascherati tra stoffe che ricordano edere e torrenti, appoggiando ogni volta il piede per traverso, con cura, come se stesse fluttuando sul prato. Il portamento è androgino, da rockstar del ’70, solo privo di emotività. Il suo volto impalpabile è tradito dalle parole che la voce altezzosa e leggera, quasi lirica, trasmettono. C’è gelosia e fastidio, ma anche una pietà paterna per quegli omuncoli che corrono per la foresta, persi nell’illusione delle proprie passioni. La sua presenza riesce ad ammorbidire le corse e i litigi che caratterizzano gli incontri fra le coppie innamorate, quasi isterici nella somma di movimenti. Solo le sue apparizioni riportano alla mente il sogno che Shakespeare racconta, con quei celebri versi che il regista fa riportare ad una voce narrante, un po’ Macbeth (“La vita è un’ombra che cammina […]“), un po’ The Tempest (“Noi siamo fatti della stessa materia di cui son fatti i sogni […]“) e un po’ Sogno di una Notte (“Se noi ombre abbiamo offeso […]“), che racchiudono l’intero senso della realtà in un gioco. Eppure proprio perché questo sogno possa esser considerato tale, nella Notte di Mezza Estate la poesia deve essere fantastica e allo stesso tempo ridicola; l’amore poetico e malamente gridato; la regina delle fate una creatura mistica e poi una squallida amante. Tutto è il contrario di tutto e non potrebbe altrimenti e in questa duplicità, tra ombrelli di foglie e lanterne, tra neve e piume, tra risate sguaiate e improvvisi momenti di opera lirica, ecco, ha luogo il Sogno di una Notte di Mezza Estate. Il pubblico è contento: ha riso, si è lasciato affascinare e poi raccontare la grande poesia dell’illusione.

@GabriDDC

Gabriele Di Donfrancesco

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