Laika: il Gesù laico e di periferia di Ascanio Celestini

E’ Ascanio Celestini e sul palco annienta ogni aspettativa. A lui è concesso tutto, animale da palcoscenico di una bravura indicibile. E il suo nuovo spettacolo, Laika, portato in scena all’Auditorium il 23 giugno 2016, è di una bellezza struggente. Sicuramente, uno dei migliori spettacoli del 2016.

C’è uno spazio al centro del palco, cassette di plastica e due tende rosse tirate. Un povero Cristo, forse Cristo stesso, osserva dalla finestra quanto accade sotto casa sua: uno spaccato di mondo di periferia, un discount come se ne vedono tanti, sorto intorno ad una palazzina popolare, un bar poco più lontano, forse una fermata cotral, dove si fermano quegli autobus azzurri, vecchi, malandati, coi sedili pieni di polvere e i finestrini rotti (che quando è inverno qualcuno chiude con lo scotch o con una cicca masticata e quando fa caldo, chissenimporta).

Uno spaccato di mondo, dicevamo, un spaccato di periferia, uno spaccato di realtà. Un barbone dorme da qualche parte, intorno al supermercato. Si lava ad una fontanella e fa i suoi bisogni dietro i cassonetti. Dorme tutto il tempo, si stordisce con del vino scadente.

Anche il nostro narratore – che ha il volto, gli occhi tristi e la voce (tra il timido e il Troisi) di Ascanio Celestini – ama stordirsi con della sambuca da due lire. E si giustifica, in presenza di Pietro, colui che ascolta, adorabile voce disincantata fuori scena di Alba Rohrwacher, fidato tuttofare cauto e guardingo, che racconta anche lui quello che noi e il narratore non possiamo vedere. 
E c’è una vita fuori, una vita quotidiana di persone quotidiane che inscenano ogni fottuto giorno, una pantomima tra bollette, discount, precarietà.

E Ascanio Celestini, moderno Pirandello, diventa uno, nessuno, centomila personaggi. E non serve il tono di voce, perché prendano vita davanti ai nostri occhi: Ascanio gioca con le parole, mago di un’ortografia che va a rovistare fin nei mondezzai della borgata romana per rendere i suoi personaggi un po’ pasoliniani e un po’ la vicina della porta accanto. 
Fonte foto: www.darsmagazine.it
Così, nella tragicommedia della vita nostra, ritroviamo una vecchia, una signora con la testa impicciata e un barbone. Ritroviamo un uomo che ci racconta di Laika, prima vittima ingiustificata dell’imperialismo extraurbano (laddove, per urbano, qua si intende un altro mondo, un altro spazio. Lo spazio, appunto), inviata in orbita a morire per aspera ad astra. Laika, ultima degli ultimi, sfruttata, abbandonata, dimenticata diventa, per Ascanio un fine e struggente gioco di parole, tra il nome della povera bastardina e il laicisimo di cui si ammanta tutta la storia che ci racconta. 

Perché il Dio di Ascanio, è un Dio invisibile, impotente, silenzioso, un Dio con cui ci si incazza, un Dio che non si capisce, un Dio che viene da chiedersi che senso ha andare a trovare in Chiesa. Che tanto non c’è mai.

La vecchia, per esempio, non ha tempo di andare in Chiesa. Ma quando sa che la sua vicina, responsabile di crudeli missive contro di lei perché colpevole di non andare in Chiesa, ha la testa impicciata per la perdita di un marito e dell’unico figlio, si fa portavoce della sua memoria e delle sue preghiere. E’ l’unica ad affrontare quel popolino frustrato e impaurito che, come un branco di cani affamati, addenta il più debole, l’emarginato: il barbone. Ma anche il barbone ha una storia e Ascanio ci fa conoscere, attraverso quella storia, il dramma del lavoro sottopagato, il dramma di chi è costretto a lavorare senza straordinari pur di mantenere il proprio posto di lavoro. E’ un dramma italiano e non, di padroni e lavoratori sfruttati, povera gente raccolta dalla strada, come Laika. E su quanto accade in questo piccolo mondo di smistamento dei pacchi, si consuma una tragedia di cui, il più delle volte, i nostri giornali sanno tacere: lo sciopero legittimo e la forza becera, schiacciante del potere. Un dramma che non ha colore, nazionalità, passaporto o carta d’imbarco. Non è l’odore della pelle, non è ciò che mangi o che Dio preghi, non è la lingua che parli.

Parla anche una puttana, italiana, di mezza età. Parla di come è rimasta orfana, di come i suoi amori, tutti innocenti, l’hanno sedotta e abbandonata. Parla della vita che fa, del fatto che fa la vita, che la vecchia e la signora con la testa impicciata sono le uniche nel palazzo a rivolgerle la parola e che i musei, una volta al mese sono aperti a tutti e nessuno può mandarti via.

Parla, moderna Maria Maddalena, dolente spettatrice dell’unico, vero, meraviglioso miracolo che si vedrà in scena. Lo racconta ad una vicina, che però non le apre la porta. Racconta di tre persone, tre ultimi tra gli ultimi, che, in una notte dove Dio non guarda, scendono in strada per difendere la vita di un ultimo tra gli ultimi. Perché quando il potete fiuta l’odore del sangue, anche una piccola realtà di periferia può diventare una scuola Diaz.

Così, amaro, rassegnato, il nostro Ascanio conclude la sua parabola di attore, narratore, spettatore. E a noi non rimane altro che raccogliere le borse, tirare su col naso, asciugarsi quelle lacrime che, inevitabilmente, sono venute giù come un fiume in piena; attendere che le luci si spengano, che la folla si disperda, che, nel cielo che imbrunisce, non rimangano le stelle. E magari anche Laika, da qualche parte, nella sua piccola capsula crudele.  
Chiara Amati

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