“Il Professionista”, la dark-comedy del Fabrique du Cinéma

Il Professionista, spettacolo teatrale presentato dal Fabrique du Cinema al Teatro Sala Umberto, è la storia del tormentato Aron. 

L’uomo è un sicario, schiacciato dalle conseguenze psichiche che il suo lavoro gli porta. Cerca in tutti i modi una soluzione nel suo inconscio per cambiare vita. Finché un giorno incontra Juliet, una giovane cantante, che per circa un anno gli farà scordare di essere un assassino. Ma il caso vuole che per chiudere con la sua vecchia vita, deve far un ultimo, pericoloso, lavoro a Bergamo. Le storie dei personaggi si intrecciano, formando una catena di eventi, che porteranno ad un’unica fine: la morte dei protagonisti.
La storia, presentata come una dark-comedy sembra a volte non riuscire a partire del tutto. Iniziando con i cambi scena che lasciano molto a desiderare, essendo lenti e molto frequenti. I silenzi troppo lunghi di alcune battute lasciano perplessi il pubblico che non riesce a capire che cosa sta succedendo. Immersi in una luce a volte verde e a volte rossa, lo spettacolo ricorda un quadro caravaggesco, ed è un vero peccato dover dire che la valida storia di questo spettacolo a volte lascia dei buchi silenziosi, dove lo spettatore non riesce a riconoscersi.
I tormenti psichici di Aron potrebbero essere i nostri, in altra forma magari, tutti abbiamo un inconscio, che rappresenta il nostro doppio e a volta ci fa paura. Ma non riusciamo a riconoscerci negli assillanti pensieri di Aron perché essenzialmente non capiamo quali sono. Lui vuole veramente evadere dalla sua vita? Ci prova sul serio? È addolorato se non ci riesce? Non si capisce il suo angoscioso mondo. Aron è arrabbiato con se stesso, ma la domanda è: veramente ci si arrabbia così?
Da quand’è che il teatro è finzione? C’è un punto di contatto molto sottile che riesce a far emergere nel teatro una sorta di realtà quotidiana e l’attore che interpreta Aron non è riuscito a calcare questa linea sottile, perché sono sicura, che nessuno, tanto meno lui, si potrebbe mai arrabbiare nella vita reale in modo così finto. La voce pesante e roca non bastano a far pensare che una persona è pesantemente schiacciata dal sentimento d’odio che porta dentro. L’attore sembra essere più adatto ad una cornice diversa, quella del cinema. Si vede che è adatto a calcare le scene cinematografiche rispetto a quelle teatrali. O magari con ruoli diversi, meno pesanti di questo, la sua interpretazione sarebbe sicuramente migliore.
Per tutta la rappresentazione ci sorge una domanda: Ma dovevamo ridere o “piangere”? A volte le scene sembrano incollate in modo frettoloso sul palco. Non arriva il messaggio finale, perché? Essenzialmente perché non si capisce esattamente qual è il messaggio, se c’è.
A parte alcuni attimi divertenti, lo spettacolo è lento e faticoso non riuscendo così a decollare, infatti solo dopo i primi 45 minuti, si riesce ad entrare nell’atmosfera magica del teatro. Un applauso di incoraggiamento però va al progetto luci e ai fermo immagine e alla splendida voce dell’attrice che interpreta Juliet (Mimosa Campironi). Un applauso anche all’attore Luigi di Fiore che con il suo personaggio ha reso il dramma, in alcuni tratti tangibile e vero. Essendo la storia molto valida, andrebbero riviste delle cose e senza dubbio lo spettacolo ha le potenzialità per migliorare e prendere pieghe diverse. 
Elena Lazzari

Dopo aver conseguito il diploma di Psicopedagogico si è iscritta, senza pensarci due volte, alla facoltà di Lettere Moderne di "Roma tre". Da due anni il teatro è la sua seconda casa e oltre che praticarlo, ogni volta che può, è pronta a recensire uno spettacolo, cercando sempre di essere clemente e diplomatica con i suoi "colleghi" attori.

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