Borealis, l’elettronica italiana dal gusto tribale ed evocativo

Tra sonorità etniche ed orientali, con un pizzico di commerciale e molto equilibrio: vi raccontiamo il nuovo album d’elettronica italiana Borealis.

Borealis è il secondo album di elettronica ambientale del progetto solista Cosmic Falls del romagnolo Alberto Melloni. Il lavoro segue Uneasiness, esordio di febbraio, ed è uscito a poca distanza il 20 settembre 2016 sulle varie piattaforme digitali. Si tratta di otto tracce per un totale di quarantatré minuti di ascolto piuttosto vari e frutto dell’incontro di stili differenti, dalla musica etnica ad impulsi più commerciali. Il tutto filtrato dall’anima elettronica e d’atmosfera. A trainare concettualmente l’album è l’immaginario del viaggio, dell’esotico tra un nord ed un sud di un mondo rarefatto. L’idea del cammino attraversa le tracce Homeless (2), Back And Forth (3), A Day In The Sun (8), mentre il presagio di sensazioni e viste oniriche è ben riportato da  Borealis, canzone d’apertura, e  da Body of Light. Centrali nell’album, Hands (4) fra le migliori e A Plastic Suite. The Golden Dawn, penultima, risulta la meno originale nel contesto.

Da sempre sono stato affascinato dal lato più spirituale ed onirico della musica” ci dice Melloni spiegando il progetto solista di Cosmic Falls. “Mi piaceva il significato stesso del nome, e l’immagine di questa cascata che nasceva nel cosmo più remoto.” Interessante la scelta del prezzo dell’album di 3,99 euro su Google Play, concorrenziale rispetto allo standard digitale. “Volevo che Borealis fosse il più accessibile possibile a chiunque. In un primo momento, addirittura, pensai di metterlo in free download sul sito della mia etichetta Vibe Records.

Vediamo allora nello specifico le singole tracce di questo suo secondo lavoro. Melloni lo introduce promettendo che ogni volta “sarà un trasmettere un po’ diverso“.

Alberto Melloni


Borealis. I primi dieci secondi ricordano l’apertura introduttiva di Akira, celebre film d’animazione giapponese del 1982 di  Katsuhiro Ōtoma. Ben presto però il ritmo si rifà ai beat commerciali, soft e d’atmosfera. Si presenta l’intero spirito dell’album: musiche ambientali, dotate di una certa eleganza nell’equilibrio e nella pulizia dei suoni. 

Homeless. Suggerisce un jazz elettronico. A partire dalla scelta del titolo, si forma l’esperienza di un cammino pronto a svilupparsi assecondando un susseguirsi di paesaggi. Semplice nel ritmo di riferimento tribale, è una traccia delicata e serale, accompagnata da vocalismi di entrambi i sessi e dal ripetersi dei versi:

I fall dreamin’ back home
I fall dreamin’ back home
Uh deep down in the ashes
Back And Forth. Ha una trama di suoni quasi impercettibili, colpetti dolci sulla sensibilità dell’ascoltatore, supportati da basi a tratti più incalzanti.
Hands. Siamo accolti da un vocale suggestivo, distorto per lentamente differenziarsi dal sottofondo di beat rallentati e rifugiarsi fra gli stessi come un’eco accompagnata dalla chitarra. Accordi minimi che raccontano una storia dal profilo spiccatamente commerciale ma appassionante, senza però disturbare o spezzare la ricercatezza di equilibri essenziali. Particolarmente evocativo il testo, che contribuisce a renderla una delle tracce migliori dell’album:

Intense, let me see your hands
What have you got to loose?
Is got nothing to proove
Watch the world don’t spinnin’ about your in
Fallout, open your ears and shut your mouth
What have you got to loose?
A Plastic Suite. Vocalità distanti e impalpabili, perse all’alba della canzone: “Sometimes you call my name // You spin me right round, again“. Accenni di chitarra e pianoforte a concludere il brano dopo una nebbia di voce ed elettronica. 
Body of Light. Richiama le origini del genere, con distorsioni alla Around the World dei Daft Punk, ma intonate come un canto gregoriano e spezzate da un crescendo interrotto di beat. Questi non sono mai portati a livelli da discoteca e producono un generale senso di attesa di qualcosa che non arriva, tra canto e suoni sintetici. Così la descrive Melloni: “mi sono lasciato ispirare da atmosfere fantascientifiche e suoni retro.
The Golden Dawn. Sono presenti nel brano reminiscenze dei Chemical Brothers, fuse poi tra una voce che riporta alle atmosfere anni ’80 e la base ricorrente dell’intero album. Risulta tuttavia essere il brano meno brillante dell’album, se non proprio noioso. Così racconta l’autore: “ho giocato un po’ con le sonorità tipiche della musica indiana.
A Day in the Sun. Parte con l’incontro tra campanule e un organo da chiesa. Molto dolce e in qualche modo stonata, come a presagire quel pacato alienamento dell’elettronica. Schiocchi di dita, sussurri confusi nel sottofondo e presto una linea guida lounge caratterizzano questo pezzo arioso, sommesso, rilassante e con un pizzico di angosciante malinconia nella distanza. All’apparenza composto da pochi elementi, segue quello stile di pulizia e cura delle quantità accennato prima. Chiudendo gli occhi pare di vedere delle campanule di uno scaccia pensieri, colpite da una leggera brezza, o la banchina di un minuscolo porto sul far del tramonto.

Conclusione

In generale Borealis si inserisce nel panorama elettronico come un prodotto elegante, semplice, professionale e dall’ampia godibilità. A volte sperimentale, è nel complesso un ponte di collegamento fra più sottogeneri e una buona introduzione agli stessi. Un esperimento riuscito e in pieno spirito con quello che Melloni descrive come un periodo di avanguardia elettronica italiana. Melloni nomina alcuni artisti compatrioti del momento: Godblesscomputers, Populous o Clap! Clap! e i “compaesani” Margot. Il mercato è però “ancora un po’ troppo rilegato all’underground“, forse in preparazione di una futura esplosione o ormai maturo e non alla ricerca di una corruzione commerciale.
Gabriele Di Donfrancesco

Lascia un commento

Lascia un commento!
Inserisci il tuo nome qui