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Bullet Train: viaggiare in treno non è mai stato così divertente

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È inutile negarlo: ambientare una narrazione letteraria o filmica su un treno, è sempre affascinante. Mentre il mondo all’esterno schizza a grande velocità, all’interno dei vagoni viene a crearsi un microcosmo dalle dinamiche proprie e, quello che potrebbe sembrare un semplice mezzo di trasporto, si trasforma in qualcos’altro. Uno spettatore nemmeno troppo silenzioso delle storie dei suoi numerosi passeggeri che, nella condivisione dell’attesta di giungere a destinazione, finiranno inevitabilmente per confrontarsi, ritrovandosi ai rispettivi capolinea un po’ cambiati rispetto alla partenza.

Ma in che cosa è diverso il nuovo film di David Leicht e qual è la ragione per il quale è un titolo che merita tutta la vostra attenzione? L’ex controfigura di Brad Pitt, ormai regista affermato dopo la buona direzione di Atomica Bionda e Deadpool 2, trae ispirazione dal romanzo I sette killer dello Shinkansen di Kōtarō Isaka, per portare sul grande schermo il suo personale e riuscitissimo mix tra azione e intrigo. Bullet Train si scopre essere il film perfetto per l’estate che, grazie a una narrativa totalmente sopra le righe, unisce i volti di numerose star di Hollywood ai colori del Giappone moderno.

Non c’è niente di facile in questo lavoro!

Ladybug (Brad Pitt) è un assassino in piena crisi esistenziale che dice di essere più determinato che mai a cambiare stile di vita. Niente più omicidi dunque, ma semplici scippi e furtarelli, proprio come la nuova missione affidatagli dal suo supervisore. L’obiettivo è salire sul treno più veloce del mondo, lungo la tratta Tokyo-Kyoto, per entrare in possesso di una misteriosa valigetta e scendere alla prima fermata utile.

Un compito che si rivelerà più complicato del previsto, dato che la valigetta è custodita da una coppia di sicari: Lemon (Bryan Tyree Henry) e Tangerine (Aaron Taylor-Johnson). I due fratelli killer, che tanto fratelli non sembrano, sono alle dipendenze del temuto criminale Morte Bianca al quale, una volta giunti al capolinea, dovranno consegnare sia il figlio (Logan Lerman) che la preziosa valigetta.

Ma la questione si fa ancora più complicata, dato che anche Yuichi Kimura (Andrew Koji) acquista un biglietto per salire sul treno, desideroso di eliminare l’apparentemente innocua Prince (Joey King), colpevole di aver gettato il figlioletto giù da un palazzo. Stazione dopo stazione, e una fermata mancata dopo l’altra per il nostro Ladybug, i passeggeri si renderanno conto che i loro destini sono più intrecciati di quanto pensassero.

Fortuna o sfortuna? Tutta questione di punti di vista!

Nonostante gli innumerevoli volti presenti sul treno, indubbiamente è Ladybug (nome in codice “coccinella“) a ricoprire il ruolo di protagonista della vicenda, ritrovando un Brad Pitt intento a divertirsi più che mai, ricordandoci le sue indubbie qualità da gran caratterista. Tra l’attore Premio Oscar per C’era una volta a.. Hollywood e il ravveduto sicario a bordo dello Shinkansen si percepisce in più di un occasione un filo conduttore tra mondo reale e finzione filmica. Recentemente Brad Pitt ha dichiarato di soffrire di prosopagnosia, un deficit cognitivo-percettivo che porta l’individuo a non riconoscere volti noti, ma all’interno del film il suo personaggio sottolinea in più di un’occasione di “essere bravo a ricordare le facce delle persone“. In secondo luogo, è impossibile dimenticare i tempi in cui Brad Pitt era incastrato nella figura del star sex symbol e di come, dopo Troy, abbia deciso di dare una sterzata decisiva alla sua carriera, selezionando quasi unicamente produzioni più autoriali e che ne esaltassero le doti attoriali. Allo stesso modo, Ladybug è deciso a iniziare una nuova vita meno sanguinolenta e più zen, certo che le sue “sfortune” siano dovute a uno stile di vita poco rispettoso del prossimo. Un tentativo di riequilibrare il karma in modo che possa essere più buono nei suoi confronti ma, come scopriremo durante il viaggio, spesso è sufficiente cambiare punto di vista.

Fortuna e sfortuna non sono altro che due facce della stessa medaglia che Ladybug fatica a riconoscere, imparando a farlo proprio durante la tratta Tokyo-Kyoto. Un viaggio collettivo che parte dalla stazione “Casualità” per arrivare al capolinea “Destino“, e anche se con il procedere della narrazione il quadro diventa sempre più artificioso per il volere dell’uomo che dall’ombra muove le fila del treno, scopriremo come anche l’azione più insignificante possa avere drastiche conseguenze.

Alla ricerca di Diesel

A rendere ulteriormente piacevole questo viaggio cinematografico di due ore, ci pensa anche la splendida coppia composta da Lemon e Tangerine, così come l’ingannevole Prince. Ogni personaggio è letale a suo modo, forte di un tratto distintivo unico che ne esalta la personalità. A questo proposito, è estremamente divertente seguire Lemon alla ricerca del Diesel che viaggia sul terno. Il killer interpreto da Brian Tyree Henry è infatti ossessionato dallo show per bambini Il trenino Thomas, associando le persone che incontra nella vita ai personaggi del suo cartone animato preferito, in base ai tratti personali. Parallelamente alla storie di vendetta individuale e al futuro della fantomatica valigetta, si delinea questa apparente innocua caccia al Diesel che ricorda costantemente l’obiettivo del film di Leicht: divertire, divertire e, ancora una volta, divertire.

E a conti fatti Bullet Train riesce perfettamente nell’intento, passando dalla commedia all’azione continuamente, tra eccellenti scambi verbali a sparatorie e combattimenti ben coreografati. Cosa che non stupisce dato che abbiamo alla guida uno dei creatori del fenomeno John Wick, di cui troviamo anche qui l’influenza nel delineamento di alcune personalità e l’innegabile valore delle scene action, coadiuvate da un montaggio intelligente che permette alla pellicola di sfrecciare a un ritmo indiavolato. Veloce come un proiettile, con giusto qualche breve fermata nelle stazioni intermedie che non appesantisce la visione, ma permette allo spettatore di riprendere fiato prima di un finale esplosivo, nel vero senso della parola!

Colorato, violento e schizzato, Bullet Train è indubbiamente uno dei titoli migliori di quest’estate cinematografica e non solo, che trova la sua dimensione nelle stessa settimana distributiva delle imperdibili pellicole autoriali di Cronenberg e Alex Garland: Crimes of the future e Men.
All’interno di uno dei simboli del Giappone, anche se girato interamente a Hollywood causa pandemia, il film di David Leicht è una mina vagante di citazioni e comparsate (se avete visto The Lost City impazzirete). Per certi versi, è l’incontro in salsa action-comedy tra Assassinio sull’Orient Express e Kill Bill, dove il sangue che scorre copioso e il divertimento è assicurato.


Michele Finardi

Alma: la serie Netflix per chi ama il soprannaturale

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Sergio G. Sánchez, sceneggiatore di The Orphanage, realizza per Netflix “Alma” (The girl in the mirror), una serie di 9 episodi dedicata al soprannaturale.

Trama

La storia ruota attorno a un gruppo di ragazzi che sta per diplomarsi. Al rientro da un viaggio insieme, avviene un tragico incidente nella strada di montagna vicino alla quale c’è il cottage in cui avevano pernottato. Sul pullman c’è Alma, la sua amica Deva e il suo amico Tom. Come è facilmente intuibile dal titolo, Alma è la protagonista della serie: la ragazza si risveglierà in ospedale malconcia senza ricordare nulla del suo passato. Da quel momento sarà perseguitata da una serie di fenomeni paranormali che la condurranno a scoprire la verità su se stessa, su chi la circonda e sulle quelle strane strade di montagna.

Una serie composita

Un po’ thriller soprannaturale, un po’ horror e un po’ teen drama, Alma è una serie piacevole come non se ne vedevano da un po’. Per capire realmente cosa sta succedendo bisogna arrivare agli ultimi episodi, in cui la prospettiva dello spettatore cambia radicalmente. Fondamentalmente è una storia d’amore immersa nel paranormale, ma le scene di sangue sono piuttosto crude e ne sconsiglio la visione a chi è sensibile. Verso il finale la serie sfiora delle corde melense che potevano essere gestite meglio. Alcuni spunti della trama non sono molto originali, ma gli episodi scorrono lasciando la voglia di proseguire con la visione. Se non la cancellano, probabilmente ci sarà una seconda stagione perché il finale della prima è aperto. A mio avviso, però, la serie poteva tranquillamente finire così, è completa con i suoi 9 episodi.

Tempo e spazio

“Alma” salta da passati remoti a passati prossimi, e il presente stesso risulta movimentato perché viene osservato con gli occhi di vari personaggi. A volte c’è il rischio di perdersi un po’, ma nel complesso è tutto piuttosto chiaro.

I protagonisti indiscussi sono i ragazzi: e come accade spesso nelle serie di questo momento (vedi Resident Evil o First Kill), insieme al paranormale c’è sempre lo sguardo rivolto verso le questioni giovanili. Amicizia, amore, morte, conflitto con i genitori e violenza. Anche l’omosessualità trova il suo spazio in Alma, con scene anche piuttosto sensuali e spinte.

Ho molto apprezzato la lente d’ingrandimento sui genitori: pur essendo un teen drama, non manca l’attenzione sui sentimenti degli adulti, che fanno da cornice alle vicende dei ragazzi protagonisti.

Alessia Pizzi

Crimes of the future: un noir distopico firmato David Cronenberg

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Dopo otto anni di assenza e dopo aver calcato il red carpet di Cannes 2022, David Cronenberg torna al cinema con il suo secondo Crimes of the future. Nonostante riprenda il titolo di un precedente lungometraggio datato 1970, non si tratta di una riproposizione in chiave moderna del suo precedente lavoro, ma di un richiamo simbolico a quel microcosmo body horror che l’ha reso celebre. Un ritorno a un’estetica viscerale fatta di corpi in movimento e in mutamento che mancava dai tempi di eXistenZ, attraverrso i quali il regista canadese continua a interrogarsi sui cambiamenti del nostro presente, dando uno sguardo sul futuro. Con la sua più recente e allegorica visione, Cronenberg ci mostra un domani cupo e crudo con nuove dinamiche sociali. Un futuro in cui è in atto una rivoluzione dei corpi e delle menti, che porterà l’essere umano alla disperata ricerca di nuove forme di piacere e d’intrattenimento. Un percorso che avrà come tappa ultima, ancora una volta, lo scontro tra l’uomo e la propria natura mortale, nell’accettazione del peccato e dei nuovi crimini dei quali andrà inevitabilmente macchiarsi.

La chirurgia è il nuovo sesso

In un fatiscente futuro, il genere umano ha quasi perso completamente la sensibilità corporea, diventando incapace di provare dolore. Senza più sofferenza fisica e senza più il rischio di contrarre infezioni, parte della popolazione è attratta dal piacere estremo di tagliarsi, aprirsi per poi ricucirsi, sottoponendosi anche alle più disparate operazioni chirurgiche per ridefinire la propria immagine di sé, diventando simultaneamente essere umano e opera d’arte.

In questo contesto, Saul Tenser (Viggo Mortensen) è famoso in tutto il mondo per la capacità del suo corpo di sviluppare autonomamente nuovi organi, apparentemente privi di una funzione. Definiti come veri e propri tumori, Saul si sottopone a spettacoli d’estrazione degli stessi con l’artista e amante Caprice (Lea Seydoux). La coppia si rivolge alla National Organ Registry per registrare i precedenti organi estratti, facendo la conoscenza della nervosa Timlin (Kristen Stewart). Il protagonista percepisce però un cambiamento inarrestabile dentro di sé, e questa sensazione lo porterà a prendere strade nuove, ritrovandosi invischiato in un intrigo che vede al centro l’omicidio di un bambino “diverso”.

Un film da sentire sotto la pelle

Non sono passati nemmeno tre anni da Venezia 76 dove, senza alcun cedimento, David Cronenberg dichiarava di “avere chiuso con il cinema” e di non avere alcuna nostalgia dei bei tempi dietro la macchina da presa. Fortunatamente, l’autore canadese è tornato sui suoi passi e, nel suo ultimo lungometraggio, sembra che si lasci anche andare a un’ammisione di colpevolezza per le precedenti dichiarazioni. Non è un caso che il nuovo alter-ego del maestro del body horror sia al tempo stesso tela e artista della body art. Stanco e pieno di cicatrici che simboleggiano la nascita di vecchie opere, Saul Tenser inizia a provare un sentimento nuovo. Nel profondo, vorrebbe tenere dentro di sé questi nuovi organi senza funzione, senza eclatanti spettacoli di condivisione ma semplicemente per la curiosità di sapere quello che potrà accadere alla sua persona.

Eccezionale è la performance di Viggo Mortensen, rauco e abile nel simulare le problematiche corporee del suo personaggio che riesce a dare il meglio di sé quando è affiancato dalla straordinaria Lea Seydoux. Inizialmente castata per il ruolo di Timlin, l’attrice francese ha dichiarato di aver sentito immediatamente una connessione con il ruolo di Caprice, tanto da convincere il regista ad assegnarle la parte. Più lo spettatore andrà fondo della pellicola e più scoprirà che l’artista, nota per esibirsi sguarciando il corpo dell’amato che brama per essere dall’altra parte. L’idea stessa di eccedere ed esporsi addentrandosi all’interno del proprio corpo è un gesto rivoluzionario di riscoperta, in un futuro che vede l’umanità privata dal dolore, emotivamente vuota. Senza scopo o direzione, l’atto chirurgico diviene dunque erotico, sensoriale.

L’arte, l’artista, l’opera e il concetto stesso di natura umana sono alla base di questa narrazione in pieno stile Cronenberg che torna a interrogarsi sul futuro dell’essere umano, sempre più in simbiosi con l’artificio. Una fusione apparentemente inarrestabile, tanto che il prossimo step evolutivo, si scoprirà essere la naturale risposta del corpo al grande peccato ecologico dell’uomo contemporaneo. Un’ammissione di colpa difficile da confessare, che comporterebbe l’accettazione di un legame ormai indissolubile con la materia sintetica. Dopotutto, siamo ciò che mangiamo e quando l’apparato digerente autonomamente si adegua ad assorbire la plastica, il segnale del cambiamento è impossibile da tenere nascosto. Ed è proprio in questa direzione che vanno gli sforzi della Nuova Buoncostume: un’agenzia che si occupa di contrastare, arginare e insabbiare i cambiamenti della società del Domani. Un’organizzazione che ha soppiantato le autorità che oggi conosciamo e attraverso il quale l’autore ci porta a riflettere sul sentimento avverso dell’uomo nei confronti della novità, del diverso.

Crimini del futuro o del presente?

Ogni dialogo di Crimes of the future riporta inevitabilmente al nostro presente: fatto di filtri e alterazione, di chirurgie estetiche alla ricerca della perfezione e di una tecnologia sempre più pensata per essere il proseguimento del corpo dell’individuo. Tutto questo, nel disperato tentativo di non provare e di non trovarsi in una situazione dolorosa. Tuttavia, la percezione del dolore è un segnale di pericolo e di allarme che, più di qualsiasi altra cosa, ci tiene ancorati alla nostra forma umana. Privi di questa capacità volta alla sopravvivenza, l’indole umana è portata a ricercare artificiosamente questo sentimento, eccedendo, sottoponendosi consensualmente a situazioni estreme pur di provare un’emozione preziosa e naturale che diventa, in una parola, piacere.

Ciononostate, per quanto i temi siano forti e centrati, resta l’amaro in bocca per aver avuto soltanto un piccolo squarcio di questo interessentissimo distopico mondo del futuro. Infatti, quando la narrativa sembra pronta a esplodere, il lungometraggio giunge alla sua conclusione. Per quanto David Cronenberg sia un esteta nella sua estrema e cruda visione scenica, osservando i nostri protagonisti passare costantemente da una stanza all’altra, da un vicolo buio a un nuovo sotterraneo, si ha la percezione di non aver potuto godere pienamente di quanto il genio dell’autore aveva da offrire. La motivazione è da ricercarsi in un budget limitatissimo, dove tante (tantissime) piccole case di produzione, organizzazioni e fondi si sono fatte avanti per finanziare il progetto. Ne consegue un ritorno al body horror non così spettacolare in chiave visiva, privo di quegli effetti prostetici e quella genuinità che ha reso l’autore canadese il padre di questo genere.

Al termine della visione di questo capolavoro mancato, non resta dunque che interrogarsi se sia davvero questo il Nuovo Mondo che vogliamo. Un mondo dove uno dei più grandi esponenti della Storia del Cinema, nella sua poetica tanto disturbante quanto riflessiva, fatica a trovare i fondi necessari per realizzare il suo prossimo film. Un mondo che, per contro, ci sommerge giorno dopo giorno con produzioni multimilionarie di plastica, tanto patinate da essere vuote. Se è davvero questo il futuro che ci attende, questo sarà il crimine più grande, cinematograficamente parlando.

Michele Finardi

Tales of the walking dead, episodio 3: il ritorno di Alpha

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Accento del Sud, occhi cerulei e poca voglia di socializzare: chi è Dee, la protagonista del terzo episodio di Tales of the walking dead?

Chi è Alpha

I fan dell‘universo The Walking Dead l’avranno riconosciuta subito: Samantha Morton nei panni di Alpha, la pazza leader dei Sussurratori, torna a regalarci la suspense di sempre, portando un pizzico di brivido alla nuova serie sui non morti.

Alpha è probabilmente uno dei personaggi migliori – nonché la “cattiva” per eccellenza – che abbiamo incontrato nelle varie serie di The Walking Dead: colei che cammina insieme al suo branco in mezzo ai non morti, sussurrando nei boschi. L’attrice che la interpreta ha contribuito fortemente a renderla un’antagonista indimenticabile, al pari di Negan (Jeffrey Dean Morgan). In questo episodio scopriamo come si è unita ai sussurratori, ma soprattutto chi era prima. Qualcosa sapevamo già: come ad esempio che è stata lei stessa ad uccidere il padre di Lydia, poiché era “troppo debole”.

Chi era Dee

Come si evince dal titolo “Dee”, questo era il nome della donna prima che Alpha nascesse. In questo episodio, lei e la piccola Lydia si trovano su una sorta di barca in una laguna circondata da non morti, dove una piccola comunità di sopravvissuti tenta di vivere normalmente.

Regina di questo regno è Brooke, una donna che vuole a tutti i costi regalare alla gente una vita normale fatta di feste, fitness e giochi per i bambini. Il suo personaggio sembra proprio voler ritrarre la donna benestante che vuole ricreare il suo piccolo mondo felice senza adattarsi alle nuove condizioni esterne. Fino alla fine dell’episodio non riuscirà a dimostrare un briciolo di personalità.

Dee fa parte del team di inservienti e non esita a rubare coltelli tra un allestimento e l’altro della tavola: la sua difesa è sempre stato l’attacco, sin da quando era piccola. Non sono ammesse debolezze, né momenti per abbassare la guardia: il suo compito è proteggere la figlia da tutto e tutti. Il personaggio oscilla tra la sfiducia nei confronti di questo debole regno galleggiante e la competizione con Brooke, molto amata da Lydia, che in questo frangente ha solo nove anni. La donna non vuole integrarsi, ma allo stesso tempo realizza quanto la figlia abbia bisogno di una certa parvenza di normalità. La trasformazione in Alpha sembra quasi fisiologica: Dee non è mai stata parte del mondo “precedente”, ma sicuramente è una donna che sa cavarsela da sola nel nuovo mondo. L’episodio stesso inizia proprio come un racconto della stessa Alpha, conscia che Dee è morta per sempre:

Let me tell you how I die

Alpha

Come nelle precedenti puntate, il racconto è principalmente emotivo: è possibile indagare chi è Dee, appurare le sfumature della sua superba follia, ma anche la sua forza e la sua determinazione. Sicuramente questo episodio è il più riuscito al momento e conduce lo spettatore verso l’evoluzione di un personaggio che ha fatto la storia di The Walking Dead. Non sono molto soddisfatta, invece, del ritratto di Lydia, che risulta una bambina testarda e capricciosa, a detta di Brooke “spaventata” dalla propria madre. Il rapporto tra le due è molto conflittuale e appare evidente che Lydia non vuole stare con Dee, il che è piuttosto plausibile; tuttavia, nella narrazione, c’è stato qualcosa che ha stonato rispetto al quadro che mi ero fatta di Lydia in The Walking Dead.

Alessia Pizzi

Promo trailer del quarto episodio

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Ricomincio da Tre: l’esordio di Massimo Troisi

Titolo Originale: Ricomincio da tre

Regista: Massimo Troisi

Sceneggiatura: Massimo Troisi, Anna Pavignano

Cast Principale: Massimo Troisi, Lello Arena, Fiorenza Marchegiani, Lino Troisi, Marta Bifano, Marco Messeri, Marina Pagano

Nazione: Italia

Basta che ‘o facevano nascere ricco e già s’evitava tutta st’ammuina.

I film di Massimo Troisi, seppur pochi, sono una benedizione per il cinema italiano. Riguardarli, anche a distanza di anni, fa comprendere quanto abbiamo perso, un talento che non tornerà facilmente nella cinematografia contemporanea.

Troisi era unico, la sua comicità ironica e amara è ancora oggi inconfondibile. Ecco perché oggi, in un giorno d’estate qualunque abbiamo deciso di rivedere Ricomincio da Tre, un piccolo capolavoro italiano diventato cult, solo grazie alla bravura di questo attore, regista e sceneggiatore napoletano.

Cos’ha di speciale? Scopritelo in questo nuovo appuntamento con il cineforum.

L’esordio cinematografico di Massimo Troisi: Ricomincio da Tre

Ricomincio da Tre, uscito nelle sale italiane nel 1981, rappresenta una vera svolta nella carriera di Massimo Troisi: fino ad allora, l’attore si era cimentato solo nell’esperienza teatrale e televisiva. Da poco si era conclusa la Smorfia, insieme a Lello Arena e Enzo De Caro suoi amici storici, e all’epoca era molto indeciso sul suo futuro.

Alla fine, il cinema gli aprì le porte e, spinto dal produttore Mauro Berardi, venne fuori questo suo film d’esordio.

Qui, si cimenta non solo come attore ma anche come regista e sceneggiatore, insieme a Anna Pavigano, realizzando una pellicola che oggi, nel 2022, ci sembra ancora di una bellezza estrema.

La trama di Ricomincio da Tre

Ci troviamo nel 1980, dopo il tragico terremoto dell’Irpinia che invase la Campania. Tutto comincia con Lello (ovvero Lello Arena) che va a trovare il suo vecchio amico Gaetano (Massimo Troisi). Nella prima scena memorabile, Lello chiama ad alta voce l’amico dall’ingresso del palazzo, mentre sullo sfondo si può notare un palazzo distrutto dal terremoto.

Gaetano ha 26 anni, introverso, insoddisfatto del suo lavoro e molto timido. Il giovane non è convinto di cosa fare della sua vita, ma ha un desiderio: andare via da Napoli.

Così, approfitta di un punto d’appoggio a Firenze e va a vivere con zia Antonia, tentando di cominciare una nuova vita. Qui, farà un incontro che gli cambierà la vita: in una casa di cura, dove accompagna un professore conosciuto da poco, vede per la prima volta Marta (Fiorenza Marchegiani) e se ne innamora perdutamente.

Tutto si ravviva quando Lello arriva a Firenze, per fare da spalla all’amico, una scelta di sceneggiatura incredibile visto che i duetti comici con Lello Arena portano avanti tutta la trama.

Insomma, Gaetano alla fine fa il primo passo e si fidanza con Marta, che poi gli propone di convivere. Così, i due fanno lo step successivo e vanno a vivere nella stessa casa. Quando poi Gaetano torna a casa per il matrimonio della sorella, al suo ritorno Marta gli confessa di essere incinta ma…non sa chi è il padre!

Una storia con dei temi importanti

In Ricomincio da Tre Massimo Troisi esordisce in modo brillante: la sua non è solo una semplice commedia da ridere, ma un film che riflette su tematiche importanti che probabilmente ancora oggi rappresentano la vita di molti italiani.

In primis si parla di emigrazione: per svoltare la sua vita, deludente e con un lavoro precario, Gaetano lascia Napoli per andare a Firenze. Ma qui si rende conto che tutti lo trattano come un emigrante, quello che “viene dal sud” per trovare fortuna.

Se ci pensate, non è una situazione del tutto sconosciuta ancora oggi nel 2022: in molti dalle regioni del Sud Italia sono “emigrati” al Nord per trovare lavoro e, purtroppo, ci sono ancora episodi di discriminazione solo dovuto alla provenienza.

Si sente, poi, in Ricomincio da Tre quel senso di inadeguatezza, quella smania di evasione che caratterizza tantissimi giovani non solo negli anni ’80, quelli di cui parla Troisi, ma anche al giorno d’oggi. Massimo racconta un cambiamento, quello del tessuto sociale di un popolo che cerca una rivalsa, anche se non la trova facilmente.

In costante turbamento, con dubbi amletici fissi, Massimo Troisi racconta con leggerezza, ma non troppo, la società che vede e analizza, con le sue mosse, i suoi tic, i suoi pensieri a volte vaganti. E poi, non dimentichiamo il suo sodalizio con l’amico Pino Daniele che, già in questo primo film, firma la colonna sonora ovviamente stupenda.

Ricomincio da Tre: il ritratto giovanile di Troisi

Un bel film, quindi, ma non dimentichiamo che parliamo sempre dell’esordio dietro la macchina da presa di un attore comico, che fino ad allora aveva solo fatto ridere (nel senso buono della parola).

Massimo Troisi con Ricomincio da Tre mostra al suo pubblico il suo esordio, la sua ricerca di una cifra stilistica personale che nel film è ancora acerba. A volte sembra ancora di vedere lui e Lello Arena su un palco, con le loro gag che sono quelle che li hanno portato al successo.

Una visione ancora non a fuoco ma vederlo oggi, nel 2022, ci fa venire la pelle d’oca perché è un ritratto di come Troisi da giovane cercava la sua strada, inventando, sperimentando e tentando un percorso per lui così nuovo, ma che presto diventerà il suo destino.

3 motivi per vedere il film

  • L’esordio di Massimo Troisi, se vi piace il genere, è imprescindibile. La sua bravura vi sconvolgerà.
  • Fa parte della storia del cinema italiano, quindi perché non aggiungerlo alla lista dei film in coda?
  • Comicità, dramma, emozione: perché Ricomincio da tre può essere tutto questo.

Quando vedere il film

In un bel pomeriggio d’estate, magari in un bel giardino, al mare, con gli amici per riscoprire la genuinità di una volta.

Se avete perso l’ultimo cineforum, eccolo di seguito:

Ilaria Scognamiglio

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

I migliori zombie da vedere: film e serie tv sull’apocalisse

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Non ce ne sono mai abbastanza di apocalissi zombie, di questo ormai sono certa. Nel corso degli ultimi vent’anni – e forse anche qualcuno di più – mi sono cibata di questa tipologia di film come gli zombie si cibano delle carni delle loro vittime. Famelica, sono andata alla ricerca di qualunque uscita sul tema: a volte sono rimasta stupita, altre molto delusa. Ma le prove nel corso degli ultimi anni sono state davvero molte, quindi ho deciso di stilare una lista per tutti gli appassionati come me.

Apocalissi zombie nei film (e dove guardarle)

Zombi / Dawn of the dead (George A. Romero) – Amazon Prime Video

Non è un caso che Dawn of the dead, titolo originale di questo assoluto cult del 1978, sia un pilastro dei film di genere horror dedicato agli zombie. La sceneggiatura è di George A. Romero e Dario Argento: e di quest’ultimo il tocco si sente fortissimo, specialmente nelle scene di sangue. Perché Romero alla fine è uno che pensava al messaggio. Pensiamo a La Notte dei Morti Viventi, uscito 10 anni prima. Non è il sangue il protagonista. Mentre Dario Argento qui firma un capolavoro, a cui viene aggiunta la ciliegina sulla torta: la colonna sonora dei Goblin di Claudio Simonetti.

Su Prime è disponibile anche Diary of the dead, sempre di Romero.

La notte dei morti viventi (Tom Savini) – Amazon Prime Video a pagamento

“La notte dei Morti Viventi” è uno di quei rari remake degni di essere visti. L’originale del 1968, firmato George A. Romero, viene omaggiato degnamente grazie soprattutto alle innovazioni inserite da Tom Savini. Oltre al tocco più moderno legato strettamente al ventennio che separa i due film (basti pensare che la pellicola del 68′ è in bianco e nero), la novità più interessante è senza dubbio quella che riguarda la caratterizzazione della protagonista femminile. Su Amazon Prime Video è disponibile anche il film originale in caso si volessero mettere a confronto.

Resident Evil (I film della saga) – Amazon Prime Video

IL MIO NOME È ALICE.

Nessuno degli amanti della saga di Resident Evil potrà mai dimenticare queste parole, e anche se alcuni gamers magari non hanno apprezzato la trasposizione cinematografica del celebre gioco Capcom sull’apocalisse zombie, nessuno potrebbe negare che è stata un successo.

Sarà perché i personaggi del gioco si intrecciano a quelli del film, sarà perché la protagonista è Milla Jovovich – eterea, tostissima, col cuore d’oro – sarà perché nonostante sia una saga basata su un virus che porta morte alla fine il centro resta sempre la vita, l’umanità, la speranza.

28 settimane dopo – Disney+

L’apocalisse zombie colpisce anche l’Europa, e nella fattispecie Londra: in questo film vediamo cosa è successo 28 settimane dopo che il contagio è esploso e quali sono le misure di contenimento adottate. Per la prima volta osserviamo una sorta di “ripresa” per tentare di salvare la popolazione. Protagonista è una famiglia con un patrimonio genetico molto particolare, che si rivelerà interessante per il contagio dei non morti. Il film è molto migliore del precedente, ovvero “28 giorni dopo”, che non mi è piaciuto. Per me è assolutamente un cult: trama originale nonostante il tema e notevoli anche le musiche.

World War Z – Amazon Prime Video

Lo sguardo al virus è la chiave di volta di World War Z: se in 28 settimane dopo la cura poteva essere un’anomalia genetica già in atto (come un occhio di colore diverso dall’altro), nel film di Brad Pitt c’è qualcos’altro che sembra non piacere ai non morti, e sappiate che il nostro protagonista farà davvero di tutto pur di provare questa teoria.

Anche sul piano emotivo, World War Z non ci lascia indifferenti: dall’affetto che Brad ha per la sua famiglia al magico cameo di Pierfrancesco Favino, che dice poche parole ma lascia il segno con la sua solita eleganza.

Rec (Saga spagnola) – Amazon Prime Video

REC sicuramente non è un colossal, ma ha tutti i requisiti per una buona maratona dell’orrore: gli zombi sono realizzati bene e le scene di suspense non mancano. Sicuramente l’approccio è molto differente dal filone coreano che sta prendendo piede con #Alive e Non siamo più vivi, molto più legato all’apocalisse dal punto di vista antropologico e con una forte denuncia della società contemporanea.

Dawn of the dead, 2004 (Zack Snyder remake) – Netflix

Con somma delusione Netflix propone in streaming la versione tagliata del remake di Snyder: il cult del centro commerciale firmato da Romero viene rivisto nel 2004. Il film è piacevole e si discosta molto non solo dalla trama originale, ma anche dagli intenti che avevano contraddistinto la pellicola del maestro. Tuttavia, per essere un remake, è sicuramente guardabile.

La ragazza che sapeva troppo – Netflix

A differenza di tutte le apocalissi zombie standard, qui i veri protagonisti sono gli zombi di seconda generazione: i bambini nati da madri infette hanno aspetto e facoltà intellettive come gli esseri umani e vengono utilizzati dagli umani per trovare una cura.

The end – l’inferno fuori (film italiano) – RaiPlay

Impossibile non ricordare due scene cult negli ascensori: quella di Demoni 2, mentre esplode l’epidemia nel condominio, e quella che porta il sigillo di George Romero in Dawn of the dead, nel momento in cui Steven viene morso.

Insomma, Misischia prende una delle immagini più ansiogene nel repertorio zombie e la rende l’unica prospettiva. Claudio è al sicuro nell’ascensore, nessuno può uscire né entrare, ma vive appieno l’angoscia della solitudine mentre osserva dalle porte bloccate cosa sta accadendo fuori.

#Alive (film coreano) – Netflix

C’è da dire che quando i coreani ci si mettono sanno realizzare prodotti davvero interessanti, persino sugli zombie. In questo film un ragazzo resta chiuso nel suo appartamento durante lo scoppio della pandemia: deve tentare di sopravvivere con quello che ha in casa, in totale solitudine, mentre per strada la gente muore davanti ai suoi occhi.

Film Zombie Comici

Non sono solita guardare film trash dedicati agli zombie, perché mi irrito molto facilmente. Il più delle volte ho trovato trash anche quelli che avevano intenti seri e che infatti non trovate in questa lista. Tuttavia, ce n’è stato uno che merita una menzione d’onore poiché ispirato al romanzo “Orgoglio e Pregiudizio” di Jane Austen.

PPZ: Pride Prejudice and Zombie – Amazon Prime Video

La borghesia ottocentesca, descritta con tanta ironia dalla scrittrice inglese, viene catapultata in un mondo dove la lotta con i non morti è diventata ordinaria amministrazione. Tanto che le fanciulle di buona famiglia, come sottolinea anche il Signor Darcy, non sono solo acculturate e di buona compagnia, ma anche ottime guerriere.

Film usciti di recente (2021)

Army of the dead (Zack Snyder) – Netflix

Il film scorre senza annoiare e, a parte alcune scelte discutibili nello snodo della trama, è sicuramente consigliato. Cosa avrebbe detto Romero dell’omaggio di Snyder? Secondo me non gli sarebbe piaciuto, ma qualcosa dovremo pur guardare ora che lui non è più dei nostri.

Welcome to Raccoon City (2021) – Amazon Prime Video

Resident Evil: Welcome to Raccoon City” è un film che avrà molto più da dire agli appassionati che ai neofiti della saga, dove la cura nella trasposizione passa anche per i fedelissimi costumi e gli innumerevoli easter egg. Per quanto sia un indiscutibile passo avanti, e un ritorno alle origini estetiche, manca ancora una volta la fuga claustrofobica horrorifica a inseguimento, da assaporare a ogni titubante passo.

Serie TV consigliate (e dove guardarle)

The Walking Dead – Disney+

Su TWD ne potrei dire davvero molte. Sicuramente quello che è certo è che nel corso del tempo la serie ha perso la tempra delle stagioni iniziali, dove Rick è stato il nostro faro nella notte, affiancato da personaggi di altissimo livello come Carol, Glenn, Maggie e Daryl. Alcuni di loro ce l’hanno fatta fino all’ultima stagione, di cui aspetto con trepidazione il finale, altri ci hanno abbandonato lungo il cammino. Quello che è certo, è che nonostante a volte abbia preso troppo la piega dello psicodramma, The Walking Dead ha ripreso le redini di un genere di nicchia e lo ha reso una star internazionale sotto forma di serie tv. Non posso affermare lo stesso degli spin off Fear of the walking dead e Tales of the walking dead (lanciata il 14 agosto 2022).

Black Summer – Netflix

Mi limito a commentare la prima stagione, la seconda mi ha annoiato dal primo episodio. Non solo è possibile conoscere la prospettiva dei vari personaggi in questa serie, ma anche quella degli infetti: le parti interessanti di Black Summer sono quelle in cui una persona che prima vedevamo lottare per la sopravvivenza, poi si trasforma in zombie e rincorre i vivi. Le inquadrature sono davvero interessanti!

Serie TV recenti (2021-2022)

Non siamo più vivi – Netflix

Dopo una serie di esperimenti, un professore dà il via ad un’apocalisse zombi: il virus da lui ideato aumenta la rabbia delle persone rendendole dei mostri cannibali, assettati di carne umana e altamente contagiosi. Tale virus colpisce una scuola intera e tutta la città circostante, ma i protagonisti restano gli studenti barricati che tentano di sopravvivere. Per metà della serie (si tratta di dodici lunghi episodi) la suspense sarà messa in secondo piano, come la fantasia dello spettatore di proseguire la visione. Ma col passare degli episodi, oltre ad aumentare le scene dell’orrore (incluso lo splatter) aumenta anche lo sviluppo psicologico dei personaggi. 

Resident Evil, La Serie – Netflix

Forse uno dei più clamorosi flop originali Netflix: altissime le aspettative, che purtroppo non sono state ripagate. Protagoniste le figlie di Wesker su due linee temporali, tra pre e post Virus T.

Alessia Pizzi

Only murders in the building 2: recensione del decimo episodio

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Shakespeare scriveva: “Tutto il mondo è un palcoscenico, donne e uomini sono solo attori che entrano ed escono dalla scena”. Ed effettivamente il teatro è sempre stato a guardarci da dietro un angolo. In 19 episodi ne abbiamo sentito parlare da Oliver, miniera inesauribile di aneddoti ed ex regista teatrale. Ne abbiamo sentito parlare più o meno in modo diretto da suo figlio Will, da Dimas, da Amy Schumer. La costruzione dei podcast, inoltre, è essa stessa teatralità: dizione, frasi ad effetto, intonazioni giuste, ripetizione delle battute per renderle incisive. Il teatro, dicevo, aleggia su questa serie tv come una polvere magica, che rende tutto più intenso e vivido.

E dopo 2 stagioni di colpi di scena, l’ultimo episodio devo confessare che non ha deluso le mie aspettative. Tutta la puntata è una grande e divertentissima corsa sulle montagne russe, costruita con un grande senso dell’ironia e della performance. Se è vero che gli uomini sono attori, questo vale soprattutto per gli abitanti dell’Arconia, veri professionisti dell’inganno, depistaggio, doppie vite, segreti.

Oliver, Charles e Mabel arrivano finalmente alla soluzione del caso.

Il finale di stagione (Spoiler)

Nel penultimo episodio, i tre hanno capito che tutto ruota intorno al pocast All is not OK in Oklahoma e alla scomparsa di Becky Butler, che è in realtà Poppy, l’assistente di Cinda. Inizia a farsi spazio l’idea che Cinda possa organizzare gli omicidi per avere materiale per i suoi podcast, e che lei sia effettivamente la mente criminale dietro l’omicidio di Bunny. Ma come farla confessare?

Ho la sensazione che ancora non abbiamo trovato un finale

Oliver

Mabel, Oliver e Charles cercano in tutti i modi di carpire informazioni su Cinda interrogando Poppy: cosa la infastidisce, cosa la terrorizza, come fare pressing psicologico? Seduti nella tavola calda dove andava Bunny, i tre scoprono cosa significa la frase “14 savage”. Bunny, prima di morire, in realtà aveva detto “Sandwich 14”, ovvero il panino preferito di Poppy. Questa scoperta dà il La alla seconda metà della puntata, che ha un ritmo frenetico e galvanizzante.

Il finale si svolge nell’appartamento di Bunny all’Arconia. Tutti gli inquilini più o meno coinvolti, Cinda, Poppy, la gallerista Alice e il pappagallo Mrs Gambolini vengono invitati tutti a “Una festa con l’assassino”, per rivelare a tutti il nome del killer. Con trucchi di varia natura (esilaranti) provano a far confessare Cinda. Ma senza successo, perchè Cinda è innocente. La vera colpevole, secondo Mabel, è Alice: la accusa davanti a tutti e Alice accoltella Charles. Cinda si congratula con Mabel e le offre un lavoro. A questo punto, l’atto finale della commedia/tragedia è pronto per essere servito: Poppy, maltrattata da Cinda da sempre, impazzisce di gelosia e si rivela per la psicopatica che è. Voleva solo il suo posto nel mondo, un po’ di successo, una nuova vita con la complicità del detective Kreps.

Un gancio wow per la terza stagione

Tutto scorre liscio nelle vite di Charles, Oliver e Mabel. Siamo alla prima dell’opera teatrale di Oliver, con Charles come protagonista. Tutti sono allegri, tranne Charles che discute con il co-protagonista Ben Glenroy (Paul Rudd). Ripeto: Paul Rudd, il mio amato Ant-man!

Un’apparizione da mascella per terra, a pochi secondi dalla fine dell’episodio: sale sul palco dopo aver discusso con Charles, dopo una battuta si ferma, sviene, muore. Ci sarà una stagione 3? A quanto pare il mood è quello. Nel frattempo, se vi volete sbizzarrire con teorie parallele, retropensieri, dettagli da detective, la pagina Facebook dedicata a Only Murders in the Building è un vero spasso e vi farà sentire meno l’attesa.

Micaela Paciotti

Lingua della suocera: caratteristiche, significato e abbinamenti culturali della cactacea

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Se cercate su Google “Lingua della suocera” vi usciranno fuori diverse piante, come anche la Sansevieria.
Ma tra le signore la lingua della suocera è quella pianta che si regalano (senza malizia) tra di loro, rigorosamente tramite talea, con delle lunghe e carnose foglie verdi, di varie forme.

Il suo vero nome è Epiphyllum, che deriva dal greco e significa fiore sulla foglia.
Viene chiamata anche orchidea cactus o ancora epicactus, ma questo nome è molto meno comune nel nostro Paese.

Caratteristiche

L’epiphyllum, comunemente detta lingua della suocera, è una pianta epifita, cioè una che vive su altre piante, usate come sostegno, la cui crescita è sorprendentemente rapida. A differenza delle altre piante appartenenti alla famiglia dei cactus, la lingua della suocera ama l’umidità, infatti viene dalle zone tropicali del Centro e del Sud America. L’epiphyllum è una pianta perenne, e dal fusto piatto, solitamente stretto, e con i margini dentellati o ondulati. Solo alcune specie sono leggermente spinose.

Non ha foglie e sono i suoi rami a venire considerati, erroneamente, tali. Gli steli possono arrivare a misurare fino a un metro, e le ramificazioni hanno un comportamento generalmente cadente. Le nuove gemme sono di colore rosso intenso o rosso scuro, che poi diventeranno verde acceso crescendo. Nella fase “adulta”, gli steli sono di un colore che varia tra il verde scuro e il grigio.

I fiori misurano circa 15-20 centrimentri di diametro e possono essere rossi, bianchi, gialli, fucsia o arancioni. Spesso il colore cambia in base alla specie, che sono in totale 12. La fioritura avviene di notte, direttamente sui rami, e dura pochi giorni.

A sinistra: due germogli di rami di Epiphyllum dal tipico colore rosso; a destra: una pianta adulta di Epiphyllum dal caratteristico aspetto ricadente dei rami. Foto di Ambra Martino

Significato

Il nome comune è dovuto alla lunghezza dei suoi rami, alcuni dei quali con delle piccole spinette, che fa pensare allo stereotipo della suocera dalla lingua lunga e pungente, cioè che parla troppo e male e spesso alle spalle di generi e nuore.

Il mio consiglio è di infischiarsene del significato e di regalare comunque questa pianta, o una sua talea, il cui fiore è davvero uno spettacolo, un piccolo fuoco d’artificio.

Abbinamenti culturali

La scelta dell’abbinamento cinematografico per questa pianta grassa è stata immediata, e l’ho fatta sia per il nome sia per la somiglianza tra la vera protagonista del film e la pianta in questione.
Per la canzone ho impiegato un po’ più di tempo prima di arrivare a quella decisiva, perché mi sono fatta ispirare proprio dal fiore dell’epiphyllum.

Canzone

Come detto prima, il fiore sembra un piccolo fuoco d’artificio, e il testo di Fireworks di Purple Disco Machine fa pensare a un discorso tra se stessi e l’epiphyllum, in particolare nella strofa che fa “you can come and say hello”.
Tutte le piante che coltiviamo sono come i nostri animali domestici, che sono felici di vederci e sono felici se gli parliamo. Lo dice anche la scienza!

Film

Quel mostro di suocera è una meravigliosa commedia con Jane Fonda e Jennifer Lopez, in cui Fonda è la suocera e Lopez la nuora. Nel film, Jane Fonda è spinosa come la pianta e di grande impatto visivo, per carattere e costumi, come i fiori dell’epiphyllum.

Se ho citato finora solo Jane Fonda non è perché lei è, appunto, la suocera del film e l’incarnazione della pianta. Il suo carisma e la sua bravura l’hanno resa protagonista di questo film, mettendo in secondo piano la mitica J-Lo.

Ambra Martino

La psicopillola sulla suocera

Uno studio condotto su 140 coppie del Colorado ha rivelato che l’interferenza dei suoceri nella coppia fosse legata sì, ad un più alto numero di problemi all’interno della coppia, ma anche ad un maggior amore per il partner (Driscoll, Davis, & Lipetz, 1972). Tanto più le famiglie di origine diventavano invadenti tanto più l’amore si accendeva, mentre tanto più questa interferenza scemava tanto più il desiderio per l’altro/a calava.

Testimone la notte: un nuovo giallo per l’ispettore Miranda

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In libreria è disponibile un nuovo giallo italiano scritto da Daniele Bresciani e pubblicato da Bompiani: Testimone la notte.

Dopo Anime trasparenti, romanzo in cui aveva debuttato il personaggio di Dario Miranda, Daniele Bresciani ci regala questa nuova indagine dell’ispettore milanese gigante, robusto, diretto, a volte scorbutico, grande conoscitore del mondo animale e amante della natura.

La trama

Siamo a Siena nel 1978. Una classe della seconda liceo della Milano bene è in gita scolastica. Un gruppo di ragazzi sta portando a termine solo l’ennesima azione umiliante nei confronti di un compagno soprannominato “salsiccia” per la sua mole. Gira molto alcol e questo ennesimo atto di bullismo termina in tragedia. Stacco.

Ci ritroviamo a Milano qualche decennio dopo e l’ispettore Dario Miranda indaga sul ritrovamento della mano di una ragazza al Parco delle Cave, meta prediletta delle sue passeggiate nella natura, ma anche di un uomo che si diverte a nascondere tagliole con l’obiettivo di catturare animali. Ma la mano non è l’unico ritrovamento. Nei giorni successivi altri cadaveri fatti a pezzi saranno denunciati alle autorità.

Osteggiato da un superiore con cui ha avuto scontri in passato, ma sostenuto nell’ombra da una PM brillante e affascinante, Miranda unisce i puntini, insegue gli indizi e risolve l’intricatissimo caso grazie all’aiuto dei colleghi della caserma di periferia, Rizzo e Andrea Brunner, e all’informatico Losi.

La recensione

Testimone la notte è un romanzo giallo italiano robusto e amabile, caratteristiche che connotano anche l’ispettore Miranda, protagonista assoluto del libro. Seicentoquindici pagine che scivolano via una dopo l’altra, perché tengono il lettore incollato nella scoperta passo dopo passo di tracce e indizi e nella costruzione del puzzle.

La lettura è scorrevole e la scrittura di Bresciani è misteriosa e ricca di cliffhanger: i capitoli spesso si concludono con una interruzione brusca in corrispondenza di un colpo di scena o di un altro momento caratterizzato da una forte suspense. Nel capitolo successivo si cambia location, personaggi e si passa sempre a una storia “secondaria”, perlomeno in apparenza, e il lettore deve aspettare qualche pagina per risolvere il mistero precedente rimanendo in sospeso.

Un altro punto di forza di Testimone la notte sono i personaggi: da Miranda ad Ascani, il superiore che lo osteggia e rappresenta la sua nemesi, dalla Pm ai protagonisti della vicenda avvenuta a Siena nel 1978 tutti i protagonisti, che siano primari o secondari, sono personaggi a tutto tondo, che presentano varie sfaccettature psicologiche.

I personaggi sono persone, con pregi e difetti, luci e ombre e sono animati da sentimenti umani: amore, odio, invidia, sofferenze, desiderio di vendetta.

Testimone la notte è un romanzo da non perdere in questa torrida estate, torrida come la Milano in cui è ambientata la vicenda.

Valeria de Bari

Un altro consiglio di lettura è Miseria Puttana di Massimo Boddi.

Mrs Caliban: il libro da leggere se ti è piaciuto La forma dell’acqua

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“Mrs Caliban” di Rachel Ingalls è un romanzo breve del 1982 che racconta la storia d’amore tra Dorothy, casalinga di periferia depressa, e Larry, un mostro marino fuggito da un laboratorio. 

Questa sorta di fiaba femminista, che sposa il domestico con lo strano, giustappone i suoi personaggi che portano avanti un’esistenza ai margini della società patriarcale americana con la crudeltà dell’umanità verso coloro che ritiene meno che umani, anticipando per certi versi il film vincitore dell’Oscar 2018 “La forma dell’acqua” di Guillermo del Toro (che vi avevamo consigliato tra i film più belli vincitori dell’Oscar).

La trama

La vita di Dorothy sta andando in pezzi. Il suo giovane figlio è morto, ha appena perso un bambino a causa di un aborto spontaneo e suo marito la tradisce. Incapace di affrontare il divorzio, vive per inerzia sbrigando le faccende domestiche mentre il marito è via, spettegolando con la vicina Estelle e temendo le visite dei suoi intollerabili suoceri. 

Tutto questo cambia quando Aquarius the Monsterman, o Larry come preferisce essere chiamato, scappa dal Jefferson Institute of Oceanographic Research e si presenta nella sua cucina. In fuga dal suo stesso passato traumatico, sperimentato e maltrattato da scienziati senza scrupoli, Larry è uno spirito affine a Dorothy, e i due intraprendono una relazione che dà finalmente un senso alla vita di Dorothy. Ma assecondare i desideri di Dorothy avrà presto conseguenze più oscure e, mentre la polizia si avvicina a Larry, la sua fragile felicità inizia a perdere il controllo.

Mrs Caliban è un ritratto commovente di due persone che si stanno riprendendo da un trauma e dal dolore, trovando brevemente ciò di cui hanno bisogno per guarire l’una nell’altra. Il libro esplora l’erotismo illecito della relazione proibita di Dorothy con un mostro e come questi due estranei siano in grado di colmare il bisogno creato l’uno nell’altro da una perdita traumatica. Dorothy agisce come guida di Larry, aiutandolo a dare un senso al mondo alieno in cui si trova, mentre la sua meraviglia infantile per il mondo dell’umanità permette a Dorothy di vedere di nuovo la bellezza nel mondo. La storia è piena di momenti di tenerezza, con Larry che fa cose come aiutare Dorothy nelle faccende domestiche, qualcosa che suo marito emotivamente assente non penserebbe mai di fare. Nonostante la stranezza di Larry, c’è una genuina dolcezza nella loro relazione che rende ancora più doloroso quando le cose iniziano ad andare tragicamente storte.

Un ritratto di vita quotidiana

Attraverso i suoi personaggi, Ingalls riflette sui limiti posti a Dorothy dall’ideale della casalinga americana di periferia. Dorothy è spesso intrappolata dal suo ruolo, le viene negata una agency significativa in un modo che fa eco all’incarcerazione di Larry presso l’istituto di ricerca. Attraverso le sue interazioni con Larry, Dorothy si ritrova sempre più insoddisfatta delle restrizioni della sua vita e delle varie forze di controllo patriarcale esercitate dalla società. Il romanzo esplora come le istituzioni mediche agiscano come una forma di controllo sociale, dalle procedure invasive sul corpo di Dorothy senza il suo consenso all’atteggiamento condiscendente dei medici che pretendono di conoscere il suo corpo meglio di lei. Allo stesso modo, ci si aspetta che Dorothy rimanga a casa, si occupi delle faccende domestiche e prepari i pasti per suo marito, mentre è lui quello con una carriera e una vita fuori casa. Dorothy nota anche il disprezzo con cui il suo giardiniere, il signor Mendoza, viene trattato dalle altre casalinghe di periferia, nonostante la sua esperta conoscenza del giardinaggio, semplicemente perché appartiene alla classe operaia e di origini messicane.

Sogno o realtà?

Il romanzo descrive l’intrusione di Larry nel mondo della vita domestica quotidiana di Dorothy con una tale franchezza che il lettore non può fare a meno di credere che questo mostro degno di un B movie sia tanto una parte della realtà quanto i noiosi impegni sociali e i supermercati. Ma il romanzo astutamente non permette mai al lettore di sentirsi a proprio agio con questa miscela. Prima di incontrare Larry, Dorothy sta iniziando a perdere la presa sulla realtà, allucinando strane voci confortanti alla radio che rompono il suo malessere e le dicono che andrà tutto bene. Quando l’annunciatrice interrompe il suo programma radiofonico per avvertire della creatura fuggita, né Dorothy né il lettore sono sicuri che questa non sia solo un’altra allucinazione. Ma quindi Larry è semplicemente un’ulteriore manifestazione del deterioramento della salute mentale di Dorothy, causato da stress, traumi e dolore? Questa possibilità si nasconde nell’ombra del romanzo, diventando sempre più sinistra man mano che i risultati di Dorothy che cede al suo desiderio iniziano a mettersi al passo con il resto della sua vita al di fuori di Larry. Ingalls cavalca abilmente questa ambiguità, dando alla storia un ulteriore tocco di disagio.

La forma dell’acqua

Anche il film del 2017 di Guillermo del Toro, “La forma dell’acqua”, presenta un soggetto di ricerca a squame verdi molto simile a Larry che si impegna in una relazione amorosa e sessuale con una donna comune.

Possiamo parlare di plagio? Assolutamente no. “Mrs Caliban” non è la prima né l’ultima storia che racconta la relaziona amorosa tra umani e creature marine. Ci sono alcuni elementi in comune fra le due opere, ma hanno una struttura e un messaggio diverso. 

Certo è che ciò che accomuna entrambe sia il fatto che abbiano il puro fattore di intrattenimento che nasconde una profondità e una brillantezza nello studio del comportamento umano (e non) e delle circostanze. 

Se vi è piaciuto il film di del Toro, questo è il libro per voi!

Veronica Bartucca

Resident Evil, recensione della serie su Netflix

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I fan della saga di Resident Evil possono dividersi sommariamente in due categorie. Quelli che vedono qualsiasi cosa esca sotto il nome di “Resident Evil” per famelica curiosità, e quelli più puristi, che evitano di guardare prodotti che a naso già potrebbero sembrare deludenti.

La doverosa premessa serve quindi a introdurre il fatto che sono una fan tanto del gioco quanto della saga cinematografica, e che aderisco naturalmente alla prima categoria, mentre altri colleghi della redazione si sono tenuti alla larga dalla nuova serie tv Netflix dedicata a Resident Evil, specialmente dopo aver visto il deludente Welcome to Raccoon City al cinema.

Giocherò a carte scoperte per non rendere questa recensione un’agonia. La serie secondo me poteva avere un’idea di fondo molto originale, che però nel corso della sceneggiatura si perde da qualche parte, lasciando in sospeso troppe spiegazioni e tirando invece per le lunghe altri temi meno interessanti.

Il trailer

Una storia ibrida

Protagoniste della serie di Resident Evil creata da Andrew Dabb sono le figlie di Albert Wesker. La loro vita ha un prima e un dopo: nel corso degli episodi le vediamo quattordicenni in un mondo ancora “ordinario”, e poi quasi trentenni, nel mondo distrutto dal Virus T. Jade e Billie erano molto unite da piccole, ma gli oscuri segreti del padre condurranno le ragazze a dividere per sempre le loro strade. Come è intuibile, la serie prende solo piccoli spunti dal gioco e anche meno spunti dalla saga che ha reso celebre al cinema Milla Jovovich. Ma questo non è un punto di debolezza: poteva essere una scelta interessante per rinnovare un po’ l’universo di Raccoon City, quindi l’inizio della serie sembrava molto interessante. Purtroppo però, i continui salti temporali tra il prima e il dopo rendono molto evidenti gli squilibri della trama. La parte in cui vediamo le ragazze adolescenti è la più interessante, anche se spesso prende troppo piede il teen drama, ormai protagonista indiscusso di molte serie, come anche l’ultima ispirata a Buffy, “First Kill“. Quando la lente si sposta sulla Terra dopo il T Virus, invece, si fa molta fatica a seguire il filo della storia. Poca suspense e una trama sconnessa guidata solo da Jade che vuole trovare una risposta al virus.

Il legame tra sorelle

Escluse le sfumature prettamente adolescenziali, la parte in cui le gemelle Wesker sono delle ragazzine, e quindi il “pre-virus T”, mette in risalto il forte legame tra sorelle, evidenziando già da subito le tendenze caratteriali delle due. Jade è da subito molto decisa, mentre Billie ha una personalità più insicura. Il loro rapporto – a tratti quasi morboso – purtroppo viene sviluppato pochissimo nella seconda parte, quella del “post pandemia”, in cui tutta la storia risulta abbastanza confusa e molto più dedicata alla famiglia di Jade.

Il topos della mamma in carriera

Nella serie, infatti, non mancano riferimenti a quelli che ormai sono diventati quasi dei topoi del piccolo e grande schermo. Jade è una mamma in carriera dedita all’analisi del Virus T. Vive per le sue missioni assentandosi per mesi, mentre il compagno cresce sua figlia in questo futuro post-apocalittico. Non manca l’occasione di mettere in evidenza la scissione della donna, che più di una volta metterà in secondo piano la figlia per raggiungere i propri obiettivi, compromettendo anche la vita dei suoi cari.

Alessia Pizzi

“Tutto sarà perfetto”: la recensione del libro di Lorenzo Marone

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Tutto sarà perfetto di Lorenzo Marone fa parte di quei libri, riproposti da La Feltrinelli nella collana Universale economica, che non può mancare sul nostro comodino in questa estate 2022.

Si tratta di un romanzo che profuma di estate: la vicenda, ambientata a Procida, restituisce i colori, i profumi, i sapori e la luce della stagione più calda dell’anno. La storia è nostalgica, commovente e spinge il lettore a una riflessione sull’importanza di certi legami: quello con la terra, con le proprie origini e, soprattutto, con la famiglia.

La trama

Il protagonista della vicenda è Andrea Scotto, un fotografo di moda quarantenne, single incallito. Definito da sua sorella come un irresponsabile superficiale, Andrea ha sempre preferito tenersi alla larga dalla famiglia composta dal padre Libero, comandante di navi, originario di Procida, trasferitosi a Napoli con i figli dopo la morte della moglie, e dalla sorella Marina, sposata, con due bambine e un evidente problema di ansia da controllo.

Quando però Marina è costretta a partire per un weekend, Andrea deve a prendersi cura di suo padre, gravemente malato.
I due vivranno un fine settimana rocambolesco, in cui il divieto di mangiare dolci e fritti imposto da Marina è solo uno dei molti che vengono infranti.
Andrea e Libero, infatti, per volere di quest’ultimo, sbarcano a Procida.

Qui si apre un mondo di ricordi al contempo felici e dolorosi. Andrea ritorna dopo trent’anni tra le persone e i luoghi dell’infanzia, sulla spiaggia nera che ha fatto da sfondo alle sue prime gioie e delusioni d’amore e tra le case colorate dove ha scoperto la sua passione per la luce rubata e la fotografia.

Facendo questo tuffo nel passato Andrea maturerà una decisione importante per il futuro e, forse, troverà un nuovo equilibrio.

La recensione

Da quando mi sono comparsi i primi brufoli sul viso ho cominciato a rispondere alle domande con queste tre paroline; un modo per prendere tempo o anche per non rispondere. E gli altri perdono subito la pazienza. La sera che Sara mi propose di acquistare casa insieme […] risposi proprio così, “in che senso?”, e lei corse a chiudersi in bagno. “Ho solo fatto una domanda” cercai di giustificarmi da dietro la porta, ma non mi aprì e non mi rivolse la parola per due giorni.

Andrea, il protagonista della storia e narratore della vicenda, è un uomo “immaturo”, incapace di affrontare certe situazioni adulte, infallibile nell’evitare di provare emozioni difficili. Il lettore non potrà fare a meno di provare empatia per questo uomo che, come si scopre nel corso della vicenda, ne ha passate tante nel corso della sua infanzia a Procida. Andrea ha perso sua madre quando era ancora bambino.

Questa casa è come uno dei tanti vecchi appartamenti delle famiglie di Procida, come le case delle amiche della nonna con i salotti pieni di gingilli che toglievano aria e spazio. Il mio letto per esempio, anche se adesso è coperto da un lenzuolo di Rapunzel, mi sembra mantenga ancora la forma di mamma sdraiata al mio fianco a leggermi una favola […] e la mia piccola scrivania in faggio custodisce intatta la memoria di Delphine che mi insegna a disegnare, il capo chino e i capelli biondi che le cadono a cascata sul foglio.

Il rapporto tra Andrea e suo padre Libero è molto complicato.

Il tema portante del romanzo è proprio l’incontro dei due e l’evoluzione della loro complessa relazione fatta di incomprensioni e parole non dette da parte di entrambi. La convivenza forzata di padre e figlio in questo weekend estivo porterà Andrea a rileggere tutti gli eventi con occhi diversi, utilizzando una prospettiva inedita.

Da un punto di vista prettamente stilistico il libro è composto da tre narrazioni diverse riconoscibili grazie all’uso di tre diversi font. La prima tipologia di carattere è utilizzata per raccontare la linea temporale del presente di Andrea e Libero; un secondo font racconta il passato di Andrea, i ricordi che scaturiscono da un profumo, un luogo, una situazione; i capitoli intitolati Collage, invece, riguardano ricordi visivi fotografati e rimasti impressi nella mente del protagonista.

Attraverso Andrea Lorenzo Marone ci insegna che “solo gli stupidi non cambiano mai idea”. Alla luce di nuove rivelazioni si può fare pace col passato, si possono abbandonare i rancori e si possono raggiungere nuovi equilibri.

Valeria de Bari

Tales of the Walking Dead, episodi 1 e 2: una delusione apocalittica

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In attesa del gran finale di The Walking Dead, la cui terza e ultima parte andrà in onda su Disney+ a Ottobre 2022, non potevo sottrarmi dalla visione dell’ultimo spin off di quello che ormai è a tutti gli effetti un franchise: Tales of the Walking Dead.

Iniziata ufficialmente il 14 agosto 2022, la serie per ora non è distribuita sulle piattaforme streaming italiane.

La prima serie antologica di The Walking Dead

Dopo Fear the Walking Dead e The Walking Dead: World Beyond, Tales of the Walking Dead tenta l’intentato: una serie antologica. Sei episodi sconnessi tra loro che mettono al centro uno o più personaggi dopo lo scoppio dell’apocalisse zombie. Oltre ai perfetti sconosciuti, potrebbero apparire anche personaggi già noti, come ad esempio Alpha (la capa dei sussuratori in The Walking Dead) che si vede nel trailer.

I titoli degli episodi si basano sui nomi dei personaggi (fino ad ora in coppia), spia della concentrazione psicologica e dell’approccio monografico che contraddistingue questa serie. Lo scopo finale credo sia quello di apprendere qualche lezione di vita più o meno banale osservando lo scorrere delle varie storie.

Le novelle nel mondo degli zombie

Mentre l’apocalisse fa da cornice alle vicende dei personaggi, eccoci catapultati in una sorta di Decameron dell’orrore, nelle Canterbury Tales del Ventunesimo secolo. Mentirei, però, se dovessi scrivere che questa serie è stimolante come un racconto di Chaucer. I primi due episodi presentano subito uno stile molto diverso da quello che abbiamo visto in precedenza nel mondo di The Walking Dead. Persino le musiche e le grafiche sono più scanzonate: a fianco dell’indagine psicologica appare fino ad ora una certa leggerezza nella narrazione. Devo ammettere che un approccio alla Romero in stile Creepshow non mi sarebbe dispiaciuto affatto, ma in quel caso erano le storie di Stephen King ad essere raccontate dal buon vecchio zio Tibia, quindi i lettori intuiranno facilmente dove sta il problema in Tales of the Walking Dead, ovvero nella scrittura stessa delle puntate. Come è capitato anche nelle serie precedenti, gli zombie restano un mero contorno, mentre la lente di ingrandimento si sposta sul dramma umano.

Primo episodio: Elvie, Joe (14 agosto)

Nell’episodio di apertura, Elvie è un uomo chiuso in un bunker sotto terra col suo cane mentre i morti viventi abitano la terra. Uno sfortunato evento lo condurrà a lasciare il bunker per raggiungere una donna e non stare più solo. Durante il cammino Elvie incontrerà Jo, una donna altrettanto sola: i due inizieranno a viaggiare insieme fino a che la storia non prenderà una piega da giallo, ma sempre con un approccio molto ironico.

Secondo episodio: Blair, Gina (21 agosto)

Nel secondo episodio lo spettatore viene addirittura catapultato in un loop: Blair e Gina (rispettivamente Capo e Dipendente) potranno andare avanti con le loro vite (e il pubblico col finale dell’episodio) solo quando inizieranno a collaborare, naturalmente sempre nel contesto dell’apocalisse zombie. A differenza di quel simpatico episodio di Buffy (Life Serial 6×05), in cui la cacciatrice era costretta a vendere una mano di mummia all’infinito poiché sotto incantesimo, in questo episodio di Tales of the Walking Dead non c’è alcuna spiegazione al loop continuo.

Tra ondate di noia e un pizzico di amarezza, si attende l’uscita dei prossimi episodi per chiudere il cerchio senza troppe aspettative. All’orizzonte ci sono già un altro paio di spin off (Daryl; Maggie e Negan) e il grande ritorno di Rick in una fantomatica trilogia. Per ora le “Tales” sembrano abbastanza trascurabili.

Le date di uscita dei prossimi episodi e le recensioni

NumeroTitoloData di uscita
3Dee (Recensione)28 agosto 2022
4Amy; Dr. Everett (Recensione)4 settembre 2022
5Davon (Recensione)11 settembre 2022
6La Doña18 settembre 2022

Alessia Pizzi

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Matilda 6 mitica, la magia non è nell’età

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“Io sono un genio e tu sei scema, io sono grande e tu sei piccola, io ho ragione e tu hai torto!”

Titolo originale: Matilda
Regista: Danny DeVito
Sceneggiatura: Nicholas Kazan, Robin Swicord
Cast Principale: Mara Wilson, Danny DeVito, Embeth Davidtz, Pam Ferris, Rhea Perlman
Nazione: USA

Lo scorso 15 giugno, è uscito il teaser del trailer di Matilda the Musical, un adattamento filmico dell’omonimo musical firmato Kelly-Minchin, tratto dal romanzo per bambini Matilde di Roald Dahl.

Molti però sanno bene che un primo film tratto dalle pagine del libro è stato fatto nel 1996: Matilda 6 mitica, prodotto, diretto ed interpretato da Danny DeVito.

La storia ci parla di Matilda Wormwood (Wilson), nata e cresciuta in una famiglia che non solo vive in maniera disonesta, ma non comprende le sue straordinarie capacità precoci – come scrivere il proprio nome a pochi mesi. Il padre Harry (DeVito) vende auto usate, a prezzi disonesti, ricomponendole con pezzi altrettanto scrausi e rubati; la madre Zinnia (Perlaman) è superficiale, col vizio del gioco del bingo e dall’appariscenza volgare e ridicola. A questi si aggiunge il prepotente Michael, fratello della piccola, degno erede dei genitori e poco intelligente.

Ciò che più di tutto soffoca Matilde è la completa ignoranza nel suo ambiente familiare: arriva a chiedere come regalo di compleanno un libro – completamente assente in casa – ma viene presa in giro e derisa, poiché tutte le risposte sono in tv. La piccola così, a poco meno di 6 anni, ogni mattina, rimasta sola, inizia a recarsi nella biblioteca del paese, per rifugiarsi tra le pagine di grandi autori.

Quando giunge finalmente il tempo di cominciare la scuola, le cose non migliorano.

Grazie ad un accordo commerciale, il padre iscrive Matilda alla Chruncem Hall, scuola elementare la cui direttrice è la perfida Agatha Trinciabue (Ferris), che odia i bambini e cerca sempre modi più particolari per torturarli, più che punirli…La sua maestra invece, la signorina Honey (Davidtz), si dimostra una persona dolce e molto sensibile. Con lei e con alcune compagne, Matilda sembra trovare un po’ di felicità, ma i genitori e le tirannie della Trinciabue – che sembra averla presa di mira – fanno scoprire alla giovane protagonista una qualità…molto speciale che lei possiede! Qualità che potrà permettere di fare giustizia e, chissà, cambiare la sua vita.

Il film di DeVito non è il primo tratto dalle pagine dell’autore, quando questi era ancora vivo.

Già nel 1971, una sua opera era diventata film, quale Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato, diretto da Mel Stuart, con Gene Wilder nel ruolo del protagonista e il Premio Oscar Jack Alberston nei panni del nonno del piccolo Charlie. Film che non piacque a Dahl: si dice – infatti – che l’autore doveva partecipare attivamente alla sceneggiatura ma, non rispettando mai le date di consegna, il compito venne affidato ad un altro, che cambiò molte cose, che fecero addirittura disconoscere il progetto all’autore del libro.

Dal finire degli anni ’70 fino alla fine degli anni ’80, invece, in Inghilterra andò in onda Roald Dahl’s Tales of the Unexpected, una serie televisiva, con puntate indipendenti l’una dell’altra, tratte dai racconti di Dahl, come quelle nelle raccolte Kiss Kiss e Someone like you.

Di maggiore successo invece la pellicola del 1990, anno della morte dell’autore, Chi ha paura delle streghe? diretto da Nicolas Roeg, con antagonista la Premio Oscar Anjelica Huston, tratto da Le streghe.

La pellicola di DeVito, forse tra le più note dei rifacimenti delle opere di Dahl, cerca di essere molto fedele all’universo di chi l’ha scritto, senza dimenticarne il potente messaggio.

DeVito omaggia nel film più volte l’autore del libro: sapete che il quadro di Magnus (in casa della Trinciabue) in realtà rappresenta…Dahl? Inoltre, nella libreria finale di Matilda, tra i vari volumi, compare anche il già citato Le streghe. Altra dolce curiosità è il nome della bambola “prigioniera”, cioè Lizzy Doll: un gioco di parole con il nome della seconda moglie dell’autore, Liccy Dahl. La voglia del regista di immersione in quel mondo visto da occhi piccoli, con i grandi dittatoriali e raramente puri e degni, faceva costringere Pam Ferris ad allenarsi a spaventare i bambini anche dietro le quinte, di modo che – quando si girava – la paura nei confronti della donna fosse veramente autentica.

La capacità di DeVito è nell’inserire, attraverso queste sue scelte, quel tocco holywoodiano da commedia di tutti i giorni, che rendono la pellicola semplice, da divano, sempre troppo pretese. Fa quindi in modo leggero una trama dai contenuti molto sensibili.

Oltre al dispotismo degli adulti di cui è inutile parlare perché è l’argomento principale della trama, DeVito aggiunge anche l’inno alla diversità. Matilda è una bambina prodigio; Violetta – la sua amica – è afroamericana e più volte la Trinciabue la bullizza; il piccolo e paffuto Bruce Pappalardo subisce la tortura della torta al cioccolato: tutti uniti nel giocare insieme e nella ricerca della scienza, come vediamo quando trovano il tritone nel ruscello.

3 motivi per vedere il film

  • Pam Ferris, nella parte di una perfida direttrice scolastica di cui molti della cosiddetta generazione dei Millenials hanno avuto paura
  • Danny DeVito, che gestisce bene 3 importanti ruoli in un film, quali regista, attore e produttore
  • Trovare le differenze con il romanzo

Quando vedere il film

La sera, insieme ai bambini. È leggero, educativo e porta la curiosità alla lettura

Francesco Fario

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Hai perso l’ultimo cineforum?

La poesia trobadorica spiegata ai bambini e ai matematici

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Se il titolo non vi lascia troppo perplessi, vuol dire che con buona probabilità siete già abbastanza fortunati. Sapete almeno di cosa tratti la poesia trobadorica o che una poesia trobadorica esista. E, se non ne avete mai sentito parlare, probabilmente non siete tenuti, non vi preoccupate. Il punto è che, a questo argomento, non si dedica nulla, se non un rapido cenno durante gli anni scolastici. E di certo, qualche parola lasciata lì confusamente non basta a suscitare l’interesse degli studenti né a rivelare la vera essenza di un fenomeno particolare, più unico che raro. Un peccato, visto che l’argomento potrebbe di per sé suscitare l’entusiasmo di tanti piccoli appassionati o anche delle persone che, di letteratura, davvero non ci capiscono. O non ci vogliono capire, a seconda della prospettiva adottata.

E allora perché non parlare di un soggetto, temo considerato di nicchia, al grande pubblico? Perché non sviscerare un tecnicismo e darlo in pasto alla folla? La cultura è di tutti. E su questo assunto, ci muoviamo.

Lo spazio e il tempo

Partiamo dai dati classici, da quelli che proprio vogliono sentirsi dire a scuola. E partiamo dai moduli che tutte le favole che si rispettino tengono in considerazione, lo spazio e il luogo. In questo caso, non si tratta solo di informazioni in più, che potremmo non sapere. La poesia trobadorica nasce e si sviluppa in relazione ad un preciso spazio e luogo, ad una precisa società. Togliere il dato della locazione, vuol dire non riuscire a capirla. Chi legga per la prima volta un testo trobadorico, si sentirà estremamente confuso. Oltre al dato linguistico, facilmente surclassabile, avrà la sensazione di leggere parole vuote. Le parole dei trovatori, prese così, non significano nulla. Sono come certi piatti che, serviti come la portata principale, non sanno di nulla. Ecco, i trovatori letti senza un contesto sono un’insalata scondita, senza sale e senza olio, quando tu magari altro non volevi che una bistecca.

Ma se magari, nell’insalata, ci mettessimo i giusti ingredienti, tutto avrebbe un volto decisamente diverso. I trovatori compongono in un’area a sud della Gallia, almeno per quanto riguarda la prima generazione. Non sono tutti insieme ma compongono diverse corti: il fenomeno appare non unitario sin dagli esordi. Per la lingua non c’è problema: i nostri erano riusciti a creare una lingua abbastanza flessibile che raccogliesse le diverse inflessioni e che riuscisse ad essere compresa ugualmente da tutti. Per quanto riguarda il tempo, dobbiamo fare un po’ più di attenzione.

I trovatori compongono tra il Dodicesimo e il Tredicesimo secolo. Nel pieno del medioevo; ora non importa quanto sappiate sull’argomentone Medioevo, ricorderete quella storia del sistema feudale. Ricorderete che in questa storia c’entrano le corti, c’entrano giuramenti e cavalieri. Ecco, qualsiasi cosa i trovatori dicano, dobbiamo ricordarci che lo dicono perché sono in n determinato tipo di mondo. E allora leggerli assume tutto un altro senso.

Che romanticoni questi trovatori!

Facciamo un esempio. Questi qui non fanno altro che parlare d’amore, d’amore, d’amore, un po’ come l’ultimo cantante dell’ennesimo reality. Il problema è che quando loro dicono amore non intendono il sentimento che proviamo per la vicina di scrivania in ufficio e che non abbiamo coraggio di confessare, ma probabilmente intendono qualcos’altro.

E lo intendono perché sono uomini, legati alle corti, del XII-XIII secolo. E se dicono amore, stanno probabilmente intendendo anche l’amore come legame feudale. E se parlano di bacio o di stare mano nella mano non sono particolarmente romantici ma stanno facendo riferimento ancora al solito lessico: sapevate che, durante la cerimonia di investimento feudale, avvenivano questi due gesti tra chi giurava e il signore che rappresentavano il legame che si stava creando? No, i trovatori non vanno messi nei baci perugina, sono solo uomini del proprio tempo.

Se inoltre leggerete un loro testo, noterete che sono soliti parlare a qualcuno. C’è sempre un tu o più spesso un voi: parlano- sempre di solito- ad una donna. Che non è una donna qualsiasi, non sia mai: è la donna del signore. Quello a cui hanno prestato giuramento. E gli corteggiano la dolce signora. Alla faccia dei romantici.

E’ ovvio che per noi è pari ad un tradimento. Ma quello che non percepiamo è che, in quanto legati al signore, erano quasi obbligati a lodare la signora. Un po’ quando andiamo a casa di amici che ci stanno un po’ antipatici e comunque portiamo il vino per ricambiare l’invito: si fa così, che ci vuoi fare.

I valori della cortesia

La cosa più straordinaria risiede nel fatto che i trovatori riuscirono a creare un sistema di valori ben preciso che finì per plasmare anche l’ideale cavalleresco. Avete presente quando pensate al cavaliere bello e gentile, prode e coraggioso? Viene da questo insieme di qualità che i trovatori cantarono. Se notiamo, l’ideale cavalleresco nell’undicesimo secolo era quasi nullo. Fu solo con il fenomeno-trovatori che si arricchì a formare un immaginario che ormai è ben noto.

I valori della cortesia sono legati all’immagine della corte. C’era l’idea infatti che coloro che frequentavano abitualmente la corte del signore avessero modi ben più garbati dei rozzi abitanti della villa, cioè della campagna. Non a caso ai valori, limpidi e puri ,della cortesia si contrapponevano le rozzezze della villania.

E quali sono questi valori? In primo luogo, il fin’amor. Che pure per tradurlo, è una fatica; molti infatti scelgono di lasciarlo così, come una definizione che sia anche linguistica. Fin’ veniva usato solitamente per designare l’argento purificato. Il fin amor dovrebbe quindi essere un amore puro e nobile ( anche se i trovatori non erano sempre così “puri” come li immaginiamo). Quest’amore nobilita l’animo di chi lo prova e non vuole ricompensa. Di conseguenza, il trovatore si trascina in un orizzonte di attesa; attende qualcosa che probabilmente non verrà mai ma ne è felice: perché il suo animo si fa forte nel mentre.

Serena Garofalo

Only murders in the building 2: recensione del nono episodio

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Ecco la coda della seconda stagione, con l’adrenalina a mille, la curiosità che non mi fa dormire la notte, le decine di teorie che mi spaccano la testa! Per chi è abituato alle serie con stagioni autoconclusive, OMITB non fa per voi: qui bisogna ricordarsi ogni cosa, ogni dettaglio, anche detto di sfuggita 15 episodi prima. In fondo, per essere dei bravi investigatori questo è quello che va fatto.

Il nono episodio, “sparring partners”, ci fa cuocere a fuoco lento, perché ricuce le sottotrame che per quasi due stagioni abbiamo seguito, a volte anche distrattamente. Invece, come nei puzzle che Mabel ama tanto, ogni tessera è preziosa per il quadro d’insieme. Ce lo fa capire Alice, la gallerista ambigua, che chiede perdono a Mabel portandole appunto un puzzle molto significativo: rappresenta Mabel con in mano lo smartphone, mentre ascolta All is Not OK in Oklahoma. Di questo podcast ne abbiamo sentito parlare addirittura nella prima puntata della prima stagione, perché i tre protagonisti lo ascoltavano contemporaneamente ed è stata la scintilla per unire il trio. Ovviamente era condotto da Cinda, la podcaster avversaria di Mabel, Charles e Oliver.

All is Not OK in Oklahoma: un vecchio podcast con molti indizi

Mabel si confronta con il detective Kreps: se è certo che sia lui l’uomo brillantino, non per forza è il killer di Bunny. Infatti è solo un poliziotto corrotto, che per amore di una donna intelligente e brillante, si presta a trafugare prove dall’archivio o a cambiare il corso delle indagini a suo favore. Questa donna è Cinda, che ha l’abitudine di circuire i poliziotti per portare nuova linfa ai suoi podcast.

Durante l'ascolto del vecchio episodio del podcast di Cinda Canning, Mabel finalmente mette insieme una parte enorme del puzzle. Il logo che ha visto sullo zaino di Kreps appartiene a un ristorante di pollo in Oklahoma: quindi Cinda e il detective Kreps hanno lavorato insieme sin dall'inizio, mentre indagavano sulla scomparsa di Becky Butler. Per confermare la sua teoria, Mabel va a confrontarsi con l'assistente di Cinda, Poppy White, riguardo alle sue scoperte, ma Poppy è estremamente cauta nel parlare con Mabel e la avverte che Cinda è pericolosa. 
Quindi rivela che la sua vera identità non è Poppy White, ma la scomparsa Becky Butler.

A questo punto il popolo dei fan sicuramente si è lanciato in un collettivo "Oooooohhhhhh" di stupore e di sottile piacere. Chapeau agli sceneggiatori che si stanno giocando questa stagione come una sofisticata partita di poker, in cui ogni carta è svelata lentamente ma con una chiara intenzione.

Il quadro di Charles: un’altra pista?

Già negli scorsi episodi avevamo subodorato che probabilmente ci fossero più persone coinvolte nei vari reati dell’Arconia. L’omicidio di Bunny e la sparizione del quadro possono essere collegati oppure no? Se Cinda è complice nell’omicidio di Bunny per aumentare gli ascolti, chi ha preso il quadro e perché?

Il quadro originale viene scoperto da Oliver e Charles nel cassetto sotto la voliera di Mrs Gambolini, il pappagallo che Bunny ha lasciato ad Oliver (e quindi gli ha lasciato anche un quadro da un milione di dollari?). Allora Charles chiama Leonora -la madre di Bunny- per avvisarla del ritrovamento, ma in un continuo gioco di specchi nessuno è mai chi dice di essere. Scopriamo che la presunta Leonora Folger è in realtà Rose Cooper, autrice (presunta morta) del quadro e amante del padre di Charles.

In un dolcissimo momento, Rose scopre una seconda tela nascosta sotto la prima, che ritrae Charles per mano a suo padre: l’opera le era stata commissionata dal padre di Charles.

Tra un plot twist e un colpo di scena, siamo arrivati alla penultima puntata. Martedì 23 agosto andrà in onda l’ultima, per un finale di stagione che sarà eccezionale!

Micaela Paciotti

Dal sonoro fino al neorealismo, il ruolo delle registe

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LA MIA FILOSOFIA È CHE PER FARE IL REGISTA NON SI PUÒ ESSERE SOGGETTI A NESSUNO, NEMMENO AL CAPO DELLO STUDIO. HO MINACCIATO DI SMETTERE OGNI VOLTA CHE NON HO OTTENUTO QUELLO CHE VOLEVO, MA NESSUNO MI HA MAI LASCIATO ANDARE

(DOROTHY ARZNER)

Se con il cinema muto la donna ha innovato e rivoluzionato la filiera, l’avvento del sonoro ha rappresentato per loro un passaggio di regressione. Hollywood diventa il core business di tutta l’industria ormai governata da soli uomini. Le donne sono presenti ma faticano ad emergere. Il sistema cresce e si espande a favore del genere maschile, l’unico ad avere posizioni di potere.

Le cineaste dimenticate

Di seguito alcune delle cineaste che la storia del cinema ha dimenticato o a cui non ha dato la dovuta importanza.

Cleo Madison (1883 – 1964)

iniziò a muovere i primi passi prima al teatro poi nel cinema. Nel 1915, insieme ad altre registe, furono assunte dalla Universal per dar vita a una serie di corti e lungometraggi. Come farà Lina Wertmüller negli anni ‘70 in Italia, Madison, nonostante il contesto fortemente maschilista e tradizionalista, riuscì a porsi nel panorama cinematografico per la sua posizione controcorrente dando vita a film in cui venivano mostrate le problematiche legate all’oppressione e alla discriminazione sessuale.

Dorothy Arzner (1897 – 1979)

l’unica regista di tutto il periodo classico sonoro americano, insieme a Ida Lupino, a muovere i primi passi nella filiera lavorando, per lo più come sceneggiatrice e montatrice, a circa cinquanta film. Tuttavia, la carriera da cineasta non è stata in discesa. Durante la sua permanenza presso la Paramount ebbe numerosi scontri con i produttori fino a minacciarli di passare alla concorrente Columbia Pictures se non le avessero affidato la regia. Solo a seguito di questa presa di posizione la casa di produzione cedette alle sue richieste e le affidò, nel 1927, la regia di Fashions for Women. Inoltre, la cineasta lanciò attrici come Katherine Hepburn e Lucille Ball e tra i suoi allievi ha avuto Francis Ford Coppola. Le sue pellicole si caratterizzavano sempre per l’ampio spazio dato alle donne, attraverso storie di vita vera. E come la Notari, il suo era un cinema popolare.

Fashion for Women fu un successo tale che le chiesero di lavorare subito ad altre tre pellicole nello stesso anno. Fu lei l’inventrice del microfono su asta (1929). Successivamente divenne la prima donna membro della Directors Guild of America e fino agli anni 40 fu l’unica regista di Hollywood con ben 20 film nella sua filmografia.

La cineasta ha alimentato la nozione di controcinema delle donne o pregressive film. Con questa terminologia si indicava un cinema in controtendenza che rompeva con le codificazioni classiche del tempo, in particolar modo quelle del rapporto maschile-femminile. Nei film di Arzner ci sarebbe una frattura tra “ideologia” e “testo”: attraverso espedienti formali nel film si produce una dicotomia tra ideologia sessista e costruzione testuale. [1] Un controcinema delle donne, dunque, che renda visibile il fuori campo che esiste simultaneamente allo spazio rappresentato, «che lo renda palpabile, udibile, riconoscibile; sottolineando l‟estromissione, dal potere discorsivo della diegesi filmica tradizionale, di quella voce esclusa e marginale, che esiste alla voce assicurata all‟interno della narrazione. E restituisce, così, voce alle donne» [2]

In Dance, Girl Dance (1940) il personaggio femminile si riappropria della sua identità attraverso il desiderio e la trasgressione. Inoltre, ben lontana dall’epoca d’oro del muto per le donne registe, la Azner è l’unica cineasta che tra 1927 e il 1943 sia riuscita a dirigere, per le Major, ben 17 film.

La sua carriera, nonostante la bravura, non fu lunga. Nel 1943 la regista si ritirò dalle scene hollywoodiane. Il motivo non è stato mai dichiarato espressamente, ma è evidente che in quel periodo la cineasta doveva lottare con un sessismo inesauribile soprattutto a seguito delle costanti rielaborazioni imposte dal Codice Hays o Production Code, – un insieme di linee guida per un’autoregolamentazione moralmente orientata della produzione cinematografica – che dal 1930 limitava fortemente l’espressione cinematografica con un codice morale rigidissimo. Lei, regista lesbica[3], se ne sentiva schiacciata. Motivo per cui tenne sempre privatissima la sua vita privata, pur non nascondendo mai il suo orientamento sessuale e scegliendo uno stile decisamente non convenzionale per le donne dell’epoca

Cecilia Mangini (1927 – 2021)

prima documentarista dell’Italia del dopoguerra e cineasta del cinema militante, le sue opere nascono dalla sua ispirazione per il cinema di Jean Renoir e alla poetica di Pier Paolo Pasolini. La Mangini, a seguito di interventi legislativi che favorivano cortometraggi non di finzione[4], ripercorre la strada già intrapresa dalla Notari per ripotare sul grande schermo le periferie cittadine e le classi subalterne. La sua presenza è stata determinante per il genere trattando senza mezzi termini temi politici, indagando sulle complesse trasformazioni politiche e socio-culturali del dopo guerra[5], e raccontando la rapida trasformazione sociale, materiale e immateriale dell’Italia nel boom economico.     
Con la sua cinepresa Mangini ha guardato e riportato la realtà, riscattando il cinema italiano dalle mistificazioni fasciste, raccontando l’Italia dalla fine degli anni Cinquanta fino alla metà dei Settanta. L’Italia che cambiava, che spariva, che rinasceva.   La fine della cultura contadina travolta dall’industrializzazione e dal boom economico, il mutamento dei costumi sessuali. Al centro della sua ricerca anche il mondo delle donne (Essere donne, 1965).[6]

Noi ragazzi ci sentivamo traditi dal fascismo e il cinema neorealista ci ha traghettato verso una soluzione non tragica, era il modo di ricominciare a ritrovare sé stessi.” (Cecilia Mangini)

Ida Lupino (1918 – 1995)

è un’altra cineasta che ha cambiato la storia del cinema. Come la Azner anche Ida Lupino ha fatto parte del periodo classico del sonoro americano. Seguendo le orme della collega riesce a farsi spazio a Hollywood iniziando la sua produzione nel 1949, con la sua casa di produzione indipendente. Inizia la sua carriera come attrice lavorando in Inghilterra e in America. La sua presenza a Hollywood negli anni ’50 rappresentò una vera sfida per il clima repressivo che albergava nella filiera in quegli anni. Si cimentò nel genere melodrammatico discostandosi tuttavia dal classicismo. Le sue opere raccontavano temi controversi, quali la bigamia, la malattia fisica, la maternità al di fuori del matrimonio, insomma riesce a dar vita a scene antipatriarcali. Per attendere il suo debutto come regista si dovette aspettare il 1950 con Outrage (La preda della belva). Un dramma sociale realistico che racconta, attraverso meccanismi del noir, il superamento del trauma di una violenza carnale. In The bigamist (1953, La grande nebbia) la cineasta non solo diresse il film ma lo interpretò. Attraverso la pellicola la film maker tratta il tema dell’adozione criticando anche il modello femminile tradizionale.

Ida Lupino

Qualche anno più tardi, in territorio tedesco, si afferma una nuova regista che rivoluziona il panorama cinematografico: Leni Riefenstahl. La cineasta tedesca tuttavia portò con sé il peso di fare cinema di propaganda, redendo le sue opere massime espressioni dell’ideologia nazista. Documentarista innovatrice nelle tecniche cinematografiche come ad esempio le riprese con telecamere montate su rotaie. Il suo primo lungometraggio fu Bella Maledetta (1923) che fu presentato alla prima edizione della Mostra del cinema di Venezia. Tra Hiltler e Leni si instauro un legame profondo diventando la sua regista attraverso cui esprimere l’immagine di una Germania ricca di bellezza e forza wagneriana. Nel 1933 girò per lui un cortometraggio La vittoria della fede e Il Trionfo della volontà, la sua opera più famosa. Altrettanto notevole fu il documentario Olympia sui giochi olimpici del 1936 a Berlino. [7]

A conclusione di questo breve articolo, che accenna al ruolo e ai lavori delle cineaste di questo tempo, appare ovvia la circostanza che rispetto agli albori della filiera cinematografica, l’ascesa milionaria di Hollywood ha visto una diminuzione della presenza femminile in ruoli chiave nell’industria cinematografica. La prestigiosità di questo settore è divenuto esclusivo appannaggio di uomini assetati di potere che hanno relegato le donne in ruoli da segretarie o receptionist, al massimo editor.


[1] Laura Buffoni (a cura di ) We want cinema. Sguardi di donne nel cinema italiano, Marsilio Editori, 2018, p. 31

[2] C. Johnston, Cinema delle donne come controcinema, op. cit., p. 61.

[3] Dorothy Arzner è stato un membro del Sewing Circle di Hollywood, un gruppo riservato a sole donne lesbiche, fondato dall’attrice Alla Nazimova. A questo circolo facevano parte anche Greta Garbo, Barbara Stanwyck e Marlene Dietrich. Un luogo di incontro privilegiato in una società che considerava i gay e i bisessuali come dei sovversivi, degli elementi pericolosi per lo status quo. Uno stile di vita, il loro, illegale e che andava contro le leggi dell’epoca sulla sodomia. La regista ha lavorato e avuto delle relazioni con molte donne dell’industria del cinema, ma il suo vero e unico amore è stato Marion Morgan, una ballerina e coreografa alla quale è rimasta legata per oltre 40 anni. Arzner non ha mai ostentato il suo orientamento sessuale, ma non lo ha nemmeno nascosto. E anche in questo è stata una donna all’avanguardia, apripista per tante altre. Fonte: https://www.thewom.it/lifestyle/trend/dorothy-arzner

[4] La legge 897 del 1956 e la 1097 del 1959 riconoscono sconti fiscali agli esercenti cinematografici che proiettino in abbinamento un lungometraggio e un cortometraggio documentario.

[5] Regia al femminile, un nuovo modo di vedere il mondo https://core.ac.uk/download/pdf/84739676.pdf

[6] https://roma.repubblica.it/cronaca/2021/01/22/news/morta_regista_documentarista_cecilia_mangini-283712239/

[7] Simona Santoni, Leni Riefenstahl, chi era la regista di Hiltler https://www.panorama.it/lifestyle/cinema/leni-riefenstahl-regista-hitler-foto

Angela Patalano

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»

La serie del Signore degli Anelli su Amazon Prime Video: uscita, cast e novità!

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Finalmente una data: il 2 settembre 2022

La serie sul Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere, ispirata ai romanzi di J.R.R.R Tolkien, approderà su Prime Video a partire dal 2 settembre 2022. La data era stata già da tempo annunciata, ma in questi giorni la piattaforma Amazon ha confermato che a partire dalle 3 AM del 2 settembre sarà possibile vedere in tutto il mondo i primi due episodi della serie. Da lì in poi, ogni venerdì alle 6 AM verrà rilasciato un nuovo episodio fino ad arrivare al 14 ottobre, giorno in cui sarà disponibile l’ultima puntata.

La serie conterà in totale 8 episodi.

Le recensioni degli episodi (in corso)

Il trailer

Dal trailer rilasciato lo scorso luglio da Prime Video possiamo vedere alcuni luoghi della Terra di Mezzo che faranno da sfondo alle vicende e i personaggi coinvolti nella storia. Immediatamente riconoscibili appaiono Galadriel (Morfydd Clark) e Elrond (Robert Aramayo), ma se ne intravedono molti altri che probabilmente avranno un ruolo fondamentale durante la stagione. Si tratta di High King Gil-galad (Benjamin Walker), gli Harfoot Marigold Brandyfoot (Sara Zwangobani), Elanor ‘Nori’ Brandyfoot (Markella Kavenagh), Poppy Proudfellow (Megan Richards) e Sadoc Burrows (Sir Lenny Henry), The Stranger (Daniel Weyman), i nani King Durin III (Peter Mullan) e Prince Durin IV (Owain Arthur), Halbrand (Charlie Vickers) e Arondir (Ismael Cruz Córdova). La produzione ha anche annunciato la presenza di Isildur, Elendil e di Miriel, tutti nomi ben noti ai fan del capolavoro di Tolkien.

Viene quindi confermato che la serie tv Gli Anelli del Potere darà vita agli avvenimenti della Seconda Era della Terra di Mezzo, l’epoca in cui furono forgiati gli anelli del potere. Partendo da un momento di relativa pace, la serie segue un gruppo di personaggi mentre si apprestano a fronteggiare il temuto ritorno del male nella Terra di Mezzo. Dalle più oscure profondità delle Montagne Nebbiose, alle maestose foreste della capitale elfica di Lindon, all’isola mozzafiato del regno di Númenor, fino ai luoghi più estremi sulla mappa, questi regni e personaggi costruiranno un’eredità che sopravvivrà ben oltre il loro tempo. 

Ciò che sapevamo qualche tempo fa

Grazie agli indizi che ci sono stati lasciati nei mesi scorsi (tra cui la la divulgazione della mappa della serie tv) siamo riusciti a ricostruire quando sarà ambientata la serie e chi potrebbero essere i personaggi coinvolti. Sono state rilasciate anche anticipazioni sul cast: attori internazionali emergenti e affermati, provenienti da cinque diversi Paesi, si sono uniti in quella che da più di vent’anni è diventata la Terra di Mezzo: la Nuova Zelanda.

Ora che sappiamo di più sulla data di uscita della serie tv del Signore degli Anelli, ripercorriamo insieme tutto ciò che sappiamo.

Era il 2017 quando Amazon annunciò di aver acquistato i diritti (spendendo ben 250 milioni di dollari) per produrre una serie tv fantasy dedicata all’universo immaginato dallo scrittore inglese. Tra i contendenti c’erano anche HBO e Netflix. Non fu detto molto altro, se non che il colosso di Jeff Bezsos si impegnava con l’Harper Collins e la New Line Cinema a produrre ben 5 stagioni e, eventualmente, anche uno spin-off. Da allora, a poco a poco stiamo scoprendo le varie tessere del puzzle. Conosciamo il nome degli autori dello show, ovvero Patrick McKay e JD Payne, e del regista dei primi episodi J.A. Bayona, già noto per aver diretto Jurassic World – Il regno distrutto. Grazie a una serie di indizi rilasciati dal profilo twitter della serie, siamo abbastanza certi che la storia sarà un prequel dei film e racconterà gli eventi della Seconda Era, narrati nel Simarillion. Questo ci permette di ipotizzare che tra personaggi presenti ci sarà sicuramente Sauron, lo stesso nemico contro cui si muove battaglia nella trilogia cinematografica (e anche ne Lo Hobbit, alla fine). Le riprese della serie erano iniziate in Nuova Zelanda già a inizio 2020, ma sono state interrotte a causa della pandemia di Covid-19. Sembra che la produzione sia ripartita a settembre, ma le tempistiche non hanno reso possibile l’uscita della serie nel 2021, anno importante perché ricorrono i 20 anni dall’uscita del film di Peter Jackson, La Compagnia dell’Anello.

Le serie tv di Amazon Prime contano solitamente 8 o 10 episodi da 50 minuti ciascuno. Sembra che per Il Signore degli Anelli, invece, si punti più in alto con almeno 20 episodi per la prima stagione. L’obiettivo è chiaro: superare i livelli (e i numeri) di Game of Thrones creando un altro show fantasy in grado di incantare il pubblico. Un po’ la stessa cosa che Netflix ha voluto fare con The Witcher. Di certo puntare su Tolkien, maestro del genere prima ancora di George R.R. Martin e di Andrzej Sapkowski, è un buon punto di partenza, anche se bisogna fare i conti con un fandom appassionato e abituato a prodotti visivi di grande qualità.

Con la divulgazione dei nuovi nomi degli attori che parteciperanno allo show, cerchiamo di fare il punto su tutto quello che sappiamo riguardo la serie tv dedicata all’universo del Signore degli Anelli.

Mappa

Al momento dell’annuncio della realizzazione di una serie tv sul Signore degli Anelli non si sapeva praticamente nulla su quale storia sarebbe stata sviluppata. Si sarebbe trattato di un remake o di un prequel? Sarebbero comparsi dei personaggi nuovi o ci saremmo dovuti abituare a qualche altro nome?

Le prime risposte sono arrivate a partire dal 15 febbraio 2019, grazie alla pubblicazione di una serie di mappe sul profilo twitter ufficiale della serie che hanno fornito preziosi indizi per capire il tempo e l’ambientazione della storia. La prima era una semplice cartina della Terra di Mezzo, priva dei nomi dei luoghi e accompagnata dal primo verso della Poesia dell’Anello (Tre Anelli ai Re degli Elfi sotto il cielo che risplende). Il secondo (Sette ai Principi dei Nani nelle loro rocche di pietra) è arrivato qualche giorno dopo insieme a una nuova mappa raffigurante gli stessi luoghi, questa volta completi di nomi. Ed è qui che notiamo qualcosa di particolarmente significativo: non troviamo “Rohan”, bensì “Calenardhon”. Gli appassionati dell’universo di Tolkien sanno bene che questo era il nome del Regno dei Signori dei Cavalli prima del 2510 della Terza Era. È quindi chiaro che gli eventi della serie tv precedono questa data e, di conseguenza, gli eventi che vedono protagonista Frodo e i tentativi di distruggere l’Anello del Potere.

Le due cartine che hanno come didascalia i versi successivi della poesia (Nove agli Uomini Mortali che la triste morte attende,/Uno per l’Oscuro Sire chiuso nella reggia tetra,/Nella Terra di Mordor, dove l’Ombra nera scende) erano identiche alle precedenti. L’ultima mappa fatta uscire (il 7 marzo 2019), corredata dai famosissimi versi finali del componimento (“Un Anello per domarli, un Anello per trovarli,/Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli,/Nella Terra di Mordor, dove l’Ombra cupa scende“) è sicuramente la più importante perché ci mostra l’isola di Númenor. Data agli uomini come premio per aver aiutato nella sconfitta del primo Signore Oscuro, Morgoth, essa fu teatro di uno dei più grandi inganni tessuti da Sauron contro gli uomini di cui Tolkien parla all’interno del Silmarillion.

È molto probabile, quindi, che la storia della serie sia ambientata durante la Seconda Era, quella nella quale si assiste non solo alla caduta di Númenor, ma anche all’ascesa di Sauron, alla forgiatura degli Anelli del Potere e alle guerre tra lui e le altre genti della Terra di Mezzo.

Personaggi

Sapere l’epoca è utile, ma visti i numerosi avvenimenti che avvengono nella Seconda Era, non sappiamo ancora bene che cosa andremo a vedere, né quali saranno i personaggi presenti nella storia. È probabile che vedremo Sauron, così come è possibile che ritroveremo Elrond e Galadriel (di quest’ultima sappiamo che avrà il volto dell’attrice Morfydd Clark).

Sappiamo che ci saranno nuovi personaggi: Tyra, interpretata da Markella Kavenagh, e Beldor, interpretato da Robert Aramayo, noto per aver interpretato Ned Stark da giovane in Game of Thrones. Sempre da questo show viene anche Jospeh Mawle (Benjen Stark) che dovrebbe interpretare uno degli antagonisti.

Ora Prime ha annunciato l’ingresso nello show di altri attori e attrici, ma nulla si sa dei loro ruoli nello show. Quello che possiamo dirvi sono solo i loro nomi: Cynthia Addai-Robinson, Maxim Baldry, Ian Blackburn, Kip Chapman, Anthony Crum, Maxine Cunliffe, Trystan Gravelle, Sir Lenny Henry, Thusitha Jayasundera, Fabian McCallum, Simon Merrells, Geoff Morrell, Peter Mullan, Lloyd Owen, Augustus Prew, Peter Tait, Alex Tarrant, Leon Wadham, Benjamin Walker e Sara Zwangobani. Si aggiungono ai nomi già noti di Owain Arthur, Nazanin Boniadi, Tom Budge, Ismael Cruz Córdova, Ema Horvath, Markella Kavenagh, Tyroe Muhafidin, Sophia Nomvete, Megan Richards, Dylan Smith, Charlie Vickers, e Daniel Weyman.

C’è qualche volto già noto del piccolo schermo, ma altri sono talenti nuovi e unici. È chiaro che la produzione sia alla ricerca di talenti nuovi e unici. Gli showrunners J.D. Payne e Patrick McKay hanno detto di aver passato anni a cercare gli interpreti giusti che potessero dare nuova energia a un mondo già noto (e amato). Vedremo in base ai loro personaggi se saranno all’altezza dei livelli del cast di Peter Jackson.

Ambientazione

Visti gli indizi a nostra disposizione, sappiamo che una delle possibili ambientazioni della serie potrebbe essere l’isola di Númenor. Potrebbe essere molto interessante perché avremmo modo di vedere una località mai prima esplorata nel mondo cinematografico. Ma tra gli avvenimenti importanti della Seconda Era (durata bene 3441 anni) ci sono tutti i fatti legati all’Anello del Potere, quindi è possibile che rivedremo i luoghi più significativi di queste vicende come Mordor. Sempre in questi anni, si assiste alla nascita di Gran Burrone e alla stagione più prospera di Moria, una delle città più importanti dei Nani. Non è da escludere, quindi, che avremo modo di vedere questi luoghi nel corso delle diverse stagioni.

Quel che è certo è che, ancora una volta, potremo ammirare i fantastici panorami della Nuova Zelanda. È dall’epoca dei film di Jackson che questa nazione è stata scelta come Terra di Mezzo e la tradizione continua. In effetti, sarebbe difficile immaginare qualsiasi altro posto.

Curiosità per gli appassionati del “Signore degli Anelli”

È chiaro che il successo della serie tv sul Signore degli Anelli non è garantito. È vero che parte da un’ottima base e da un universo che ha già la sua (ampia) fetta di pubblico di appassionati. Ciò non toglie che la qualità della storia, delle performance e delle riprese dovrà essere alta perché è questo quello a cui siamo abituati. Da grandi nomi derivano grandi responsabilità.

Chissà se all’interno della serie ritroveremo alcune delle frasi iconiche del Il Signore degli Anelli.

Tutto ciò che dobbiamo decidere è cosa fare col tempo che ci viene concesso.

Il mondo è davvero pieno di pericoli e vi sono molti posti oscuri; ma si trovano ancora delle cose belle e, nonostante che l’amore sia ovunque mescolato al dolore, esso cresce forse più forte.

Frase de Il Signore degli Anelli

O se sentiremo qualche altro pronunciare la tanto nota e citata frase Il mio tesoro!”.

Il Signore degli Anelli è diventato un fenomeno di cultura di massa che ha segnato la storia del genere fantasy. E proprio per questa sua importanza, non ha dato vita solo a opere artistiche, ma anche a tanto altro. Se parliamo del Signore degli Anelli come gioco, possiamo menzionare non solo le tante versioni da tavolo appositamente costruite, ma anche carte francesi e scacchi a tema che qualsiasi collezionista dovrebbe avere.

Negli anni sono usciti anche tantissimi videogiochi del Signore degli Anelli. Per il 2021 è prevista l’uscita di The Lord of the Rings- Gollum per PC, PS5 e Xbox Series X. Il gioco prodotto da Amazon e Deadalic Entertainment avrà come protagonista Smeagol/Gollum e permetterà di seguire tutti gli eventi dal suo punto di vista. Sarà interessante per gli appassionati di Tolkien avere la possibilità di vestire i panni di uno dei personaggi più controversi della vicenda dell’Anello.

Nella casa di qualsiasi amante della Terra di Mezzo non possono mancare i gadget del Signore degli Anelli. Su Internet si trovano le tazze, le scarpe e i cartelli con frasi significative come quello con sopra scritto “You shall not pass!” (“Tu non puoi passare!”). La famosa frase pronunciata da Gandalf contro il Balrog potrebbe essere ottima da appendere sulla porta della tua camera. È possibile trovare in commercio anche le riproduzioni delle spade degli eroi della saga. C’è Andúril di Aragorn e Pungolo di Bilbo e Frodo, ma anche l’arco di Legolas e l’ascia di Gimli.

Tra i gadget del Signore degli Anelli non potevano mancare i gioielli. Oltre a repliche degli Anelli del Potere, troviamo anche collane e orecchini. La più bella è sicuramente La Stella del Vespro, copia del ciondolo donato da Arwen ad Aragorn. Ci sono anche le spille con la Foglia di Rien che ricordano quelle dei mantelli donati da Galadriel alla Compagnia dell’Anello.

Cosa la serie tv riuscirà ad aggiungere a questo universo lo scopriremo nel tempo!

“Ci avete rotto il caos”, lo spettacolo teatrale dei detenuti del carcere di Bollate

Sotto la romantica cornice del Castello Sforzesco, all’interno del palinsesto culturale cittadino “Milano è Viva“, si è tenuto la settimana scorsa “Ci avete rotto il caos” a cura di Società cooperativa Le Crisalidi. Scritto e diretto dai detenuti della Seconda Casa di Reclusione Milano Bollate, lo spettacolo nasce con l’intento di offrire uno spunto riflessivo sul tema del bullismo e del disagio giovanile, che sfocia in dinamiche spesso pericolose e inadeguate.

Un messaggio potente verso le nuove generazioni, e non solo

Per i detenuti di Bollate è stata la prima volta in cui si sono esibiti in esterna, su un palco nuovo e grande come quello del Castello Sforzesco. Un pubblico, composto anche dai familiari dei detenuti, che non ha trattenuto al commozione davanti a scene di violenza e di bullismo, interpretate egregiamente.

Storie a tratti autobiografiche, storie di chi è entrato in carcere e non ne è ancora uscito. Uno spettacolo che ha tenuto gli spettatori sul filo del pianto, che ha riscosso diversi e lunghi applausi e che non si è trattenuto dal far intendere quanto importante siano le scelte e le motivazioni delle stesse nella vita di tutti i giorni.

Quanto sia importante fermarsi un attimo prima di compiere azioni che avrebbero inevitabilmente ripercussioni negative. Ma anche, quanto sia fondamentale, qualora fossero state commesse tali azioni, raggiungere la consapevolezza dei reati commessi e scegliere di diventare una persona migliore. E sicuramente il teatro è una grandissima occasione di rieducazione.

Non è la prima volta che scrivo di carcere, qualche tempo fa avevo intervistato Salvatore Ferraro rispetto alla gestione del COVID-19 all’interno delle carceri italiane. Ma oggi parleremo di teatro.

L’intervista alle responsabili di “Le Crisalidi”

Ho avuto il piacere di intervistare Serena e Beatrice, le responsabili dell’Associazione “Le Crisalidi” che ha curato il laboratorio teatrale all’interno del carcere.

Come nasce la compagnia teatrale? 

La compagnia teatrale nasce dalla volontà di formare un gruppo di ragazzi detenuti alle attività teatrali con cui intraprendere un percorso laboratoriale volto alla creazione e alla messa in scena di spettacoli. 

Come nasce lo spettacolo “Ci avete rotto il caos”?

Lo spettacolo “Ci avete rotto il Caos” nasce internamente dai ragazzi che anni fa facevano parte del gruppo teatrale di Bollate.

Lo spettacolo, infatti, è interamente stato scritto e diretto dai detenuti e ha visto, negli anni, il susseguirsi di vari interpreti. 

L’idea motrice era quella di portare in scena uno spaccato di vita che, senza entrare in riferimenti biografici specifici, rispecchiasse in qualche modo le storie, o frammenti di storie, di ognuno. 

Come si combatte, attraverso il teatro, lo stigma che si porta dietro un detenuto?

Noi crediamo fortemente che il teatro sia fonte di respiro, sopratutto in un luogo di reclusione dove il concetto di libertà viene meno. A teatro tutti sono uguali e liberi di esprimersi artisticamente come credono.

Un modo per uscire dalla condizione di “detenuto” anche agli occhi del pubblico che partecipa agli spettacoli. 

In che maniera rispondono i detenuti alla proposta di uno spettacolo teatrale?

Le richieste per partecipare al teatro sono sempre molte e se in prima battuta l’approccio a tali attività rappresenta un modo per scappare dalla routine carceraria poi, col tempo, nasce un interesse e una passione che avvicina i detenuti sempre di più alla realtà teatrale. Sono loro stessi che avanzano proposte drammaturgiche e sceniche partecipando attivamente ad ogni fase della creazione dello spettacolo. 

ll teatro ha una potenza rieducativa enorme. Quanti, scontata la pensa, si dedicano con passione a questa forma d’arte?

Dopo tanti anni che facciamo questo lavoro abbiamo visto varie persone continuare con il percorso teatrale anche una volta usciti dal carcere. Alcuni si sono appassionati più alla parte attoriale, altri più ai mestieri tecnici ( luci, audio etc.). Per altri, pur non proseguendo al di fuori, rimane comunque un’esperienza arricchente sotto vari aspetti. 

Se si potesse fare una richiesta all’amministrazione o allo Stato rispetto al teatro in carcere, cosa chiedereste?

Le attività teatrali nelle carceri sono oggi sempre più presenti sul territorio nazionale. Ci sono ancora grandi scogli da superare, soprattutto per quanto riguarda il “portare fuori” dagli Istituti il lavoro svolto dentro. Bollate in questo senso è molto avanti e l’augurio è che, in futuro, la possibilità di esibirsi all’esterno diventi una costante e non un’eccezione. 

L’intervista a Christian Flore, detenuto e attore

A termine spettacolo conosco e chiacchiero con Christian Flore, un detenuto del carcere di Bollate, attore protagonista dello spettacolo che interpreta il ruolo di un disabile bullizzato.

Francesca Sorge e Christian Flore – foto di CulturaMente

Non potevi esimermi da fargli qualche domanda:

Christian parlami del progetto teatrale visto con i tuoi occhi.

Il progetto nasce da un’esperienza svolta all’interno dell’istituto con Michelina Capato, nostra registra che aveva fondato la compagnia teatrale Estia. Gli attori visti in scena sono gli “orfanelli” di Michelina Capato, maestra che ci ha insegnato tutto. Purtroppo è venuta a mancare prima per vicissitudini personali e poi fisicamente e abbiamo voluto portare davanti da soli il suo progetto.

Ci sentiamo un seme della pianta che lei ha fatto crescere in tanti anni di lavoro.

Michelina Capato ci ha insegnato a diventare attori e non detenuti – attori, trasmettendoci passione, strumenti e professionalità. Non poteva disperdere quella eredità. Per tanto abbiamo fondato la nostra compagnia che si chiama “Art27/Figli di Estia”.

Non è facile fondare una compagnia teatrale, ci sono state difficoltà nel scrivere e recitare ma soprattutto nel confronto con gli altri detenuti?

Io ho una forza e una debolezza: io sono un detenuto. Comprendi bene che posso usare e comprendere il linguaggio dei detenuti. Dico sempre che chi non fa la galera non potrà mai cogliere quel lato oscuro della luna che si vede solo se si sconta una pena. Non lo auguro a nessuno ovviamente. Con questa fortuna e la passione del teatro cerco di trasmettere gli insegnamenti che ho ricevuto qui dentro.

La mia metodologia non potrà mai essere approvata perché faccio leva sui loro essere duri, sulle facciate che ci si crea in galera per sopravvivere e sui ruoli che rivestiamo lì dentro e che a fatica, in carcere, riesci a togliere per far vedere realmente chi sei.

In questo spettacolo hai interpretato il ruolo di un disabile bullizzato. le tue fatiche se ci sono state e cosa ti ha restituito quel personaggio?

Intanto mi ha restituito un’umanità che so di avere avuto dentro per esperienze personali ma che non avevo ancora tirato fuori. Serve empatia e serve mettersi in ascolto con il mondo, chiramente la disabilità è una sofferenza e io la vivo quotidianamente per motivi personali.

Ma non solo: mi riferisco alla disabilità fisica, mentale e se posso aggiungere, anche dell’anima. Il personaggio che ho interpretato mi ha restituito l’approccio, la forza e la consapevolezza che ti vien fuori nel cercare di superare la disabilità interiore. Ho cercato volutamente questo personaggio per dare proprio il senso della crudeltà.

Per cercare di essere vero, ho fatto uno sforzo emotivo non indifferente.

Nel tuo percorso di detenzione sei riuscito a dialogare con “Enza – la coscienza” di cui parlate nello spettacolo?

Sì sicuramente, per questo ti dovrei raccontare la storia di Christian “detenuto, delinquente, criminale” che nonostante tutto mi ha portato ad essere quello che sono oggi. Ma questa sarebbe un’altra storia.

Francesca Sorge

Venti volte la Madonna che forse non conosci

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In occasione del compleanno di Madonna venti sue canzoni che meriterebbero di essere molto più famose

La discografia di Madonna è disseminata di perle non troppo conosciute. Brani mai stati singoli, che godono del favore dei fan ma che per vari motivi non sono stati scelti in tal senso. A prescindere dalle ragioni, discografiche e non, di questa decisione ecco una selezione dei venti tra i più notevoli.

“Spanish Eyes” aka “Pray for Spanish Eyes”

Madonna torna musicalmente nei luoghi de “La Isla Bonita”, tanto da essere accompagnata dalla voce di colui che nel video tentava di sedurla suonando la chitarra sotto la sua finestra: Marcos Loya. Non ci troviamo più, però, dove il sole scalda la terra, non ci sono preoccupazioni e i ragazzi si amano: l’atmosfera è epica, la voce dolente, le parole disperatamente speranzose. È stato scritto che il brano rappresenti una metafora dell’epidemia di HIV e delle morti per AIDS ma a riguardo non c’è mai stata una conferma. Più verosimilmente lo scenario è quello di una guerra civile: il titolo porterebbe a pensare a quella spagnola, che condusse alla dittatura franchista. Una donna prega per la salvezza del suo uomo e la voce di Madonna non è mai stata più espressiva.

“Where Life Begin”

In quell’album tanto osannato alla sua uscita quanto apprezzato dal pubblico solo molto dopo che risponde al nome di “Erotica” trova spazio uno dei brani più sessualmente intelligenti di Madonna: un’ode al cunnilingus e, più in generale, al dare piacere a una donna. Il tutto condito da arguti giochi di parole scanditi dall’eccellente coproduzione di Andre Betts.

“Waiting”

Ancora una volta il duo Madonna/ Betts dà vita a una tra le gemme nascoste di “Erotica”: una donna trascurata e gelosa dichiara tutto il suo desiderio frustrato. Tra citazioni subliminali di “Sidewalk Talk” di Jellybean Benitez e “Each Time You Break My Heart” di Nick Kamen – entrambe da lei scritte e dove appare come corista – Madonna rivela un lato più fragile di sé, senza mai dipingersi come una vittima. Prova ne è la geniale chiusa «next time you want pussy, Just look in the mirror baby».

“Forbidden Love”

Ulteriore frutto della collaborazione con Babyface: forse meno commerciale di “Take A Bow”, sicuramente più sensuale, anche grazie alla coproduzione di Nellee Hooper. Inspiegabilmente, qualche anno dopo la cantante intitolerà allo stesso modo una canzone contenuta in “Confessions On A Dance Floor”: qui, però, siamo in un territorio elegantemente R&B. Il consiglio è di indossare un paio di cuffie e non perdere nemmeno uno dei sussurri con cui Babyface si intreccia nelle strofe all’invitante cantato di Madonna. La morale? «Rejection (Love without doubt) Is the greatest aphrodisiac».

“Sanctuary”

Canzone che, in qualche modo, anticipa le sonorità di “Ray Of Light”. È cofirmata da Anne Preven e Scott Cutler della band Ednaswap: per capirci, gli autori di quella “Torn” la cui fortuna verrà sancita dalla versione che ne farà Natalie Imbruglia. Tra gli autori appare anche Herbie Hancock per via del sample di “Watermelon Man”. Si apre con una citazione di “Vocalism”, poesia di Walt Whitman contenuta in “Leaves Of Grass”, opera che tornerà altre volte nel brano.

“Skin”

Tra le cose più sperimentali mai generate da Madonna insieme a quel genio di William Orbit, arricchita dal contributo di Marius de Vries e forte dello zampino di Patrick Leonard, “Skin” si caratterizza per un cantato languido steso su un tappeto di potente elettronica e sample etnici: un vero e proprio viaggio intorno al mondo della seduzione.

“To Have And Not To Hold”

Dichiaratamente ispirata a “Berimbau” di Astrud Gilberto, si può annoverare tra le canzoni più belle e meno famose all’interno di quel capolavoro che è “Ray Of Light”: un’amara riflessione sulla responsabilità di chi ama non ricambiato. Il ritornello è intramezzato dal sussurro «abahu purusakaram» quinto tra i versi del tradizionale “Ashtanga Yoga Opening Chant” che si riferisce al riunire in maniera armoniosa la natura divina e quella animale, entrambe presenti nell’uomo.

“Mer Girl”

Pochissimi strumenti per questa spettrale riflessione: a partire dal trauma infantile per la scomparsa della propria madre, Madonna ripercorre in maniera fantasmagorica le tappe della propria crescita interiore con dei picchi poetici assolutamente inaspettati. Arrivando a contemplare la propria morte confrontandola con il cadavere in decomposizione di colei che l’ha generata.

“Time Stood Still”

Sulla carta “Sai Che C’è Di Nuovo? (The Next Best Thing)” aveva tutti i numeri, compreso Rupert Everett, per essere un’eccellente commedia alla “Il Matrimonio Del Mio Migliore Amico”. Il risultato, invece, è abbastanza terribile. Di buono, però, oltre alla notevole cover di “American Pie” c’è questo gioiello di ballata: un testo dolceamaro sulla fine di una storia in cui si è molto amato incontra felicemente il tipico sound di William Orbit. E le lezioni di canto per prepararsi a “Evita” non daranno mai un frutto migliore.

“Paradise (Not for Me)”

Prima collaborazione tra la Ciccone e Mirwais Ahmadzaï, è un assaggio dell’innovativo sound con cui la cantante decide di salutare il nuovo millennio. Un po’ ispirandosi a Jane Birkin, un po’ giocando con Edith Piaf, Madonna continua a indagare dentro di sé immergendosi in uno degli arrangiamenti più arditi e migliori della sua intera discografia.

“Gone”

Breve ballata capace di cucire insieme classiche atmosfere folk e visionarie soluzioni elettroniche, “Gone” ha in più il pregio di un testo che andrebbe ripetuto come un mantra quando si chiude una storia d’amore: analisi disincantata, assunzione di responsabilità, presa di coscienza del bisogno di andar via prima di compromettere definitivamente la propria essenza. Perché nessun legame può permettersi un prezzo così alto.

“Easy Ride”

A chiudere il controverso “American Life” c’è una straordinaria ballata in cui Madonna, vulnerabile nella sua sincerità come non capitava dai tempi di “Like A Prayer”, rivela paure e desideri. Gli archi, arrangiati e diretti da Michel Colombier, sono eccellenti ma è quando arriva Mirwais Ahmadzaï a calcare la mano sul finale che “Easy Ride” finisce dritta nell’iperuranio delle più belle canzoni dell’artista italoamericana.

“Isaac”

Anche quando Madonna non cerca la polemica, eccola arrivare puntualmente: fin dalla pubblicazione del titolo, questa canzone è stata oggetto di accese speculazioni. Un gruppo di rabbini, infatti, senza averla mai sentita riteneva trattasse di Isaac Luria Ashkenazi: celebre e rinomato kabbalista del XVI secolo. In realtà il titolo è un omaggio a uno dei suoi insegnanti di kabbala dell’epoca: Yitzhak Sinwani. La cui splendida voce farà sì che Madonna non si limiti a registrarlo e, di fatto, dedicargli un brano in “Confessions On A Dance Floor” ma lo vorrà a duettare con sé dal vivo nel fortunatissimo “Confessions Tour”.

“Like It Or Not”

Vero e proprio manifesto del “Madonna Pensiero”: dal paragone ad altre celebri e discusse figure femminili al rivendicare il proprio diritto ad autodeterminarsi, senza mai chiedere scusa per chi si è. La si ami o la si odi, la Ciccone non arretrerà di un passo. Il tutto dichiarato con un ritmo irresistibile.

“Devil Wouldn’t Recognize You”

Brano scritto insieme al cognato Joe Henry – la cui firma è presente in brani come “Don’t Tell Me”, “Jump” e, in seguito, “Falling Free” – di cui si inizia a vociferare sin dal 2004 e il cui debutto è a un passo dal tenersi all’interno della scaletta del “Re-Invention Tour”: purtroppo, invece, verrà pubblicato all’interno di “Hard Candy” affidando la sua costesura e coproduzione al duo Timbaland/Timberlake. Questo rischia di relegarla musicalmente a una sorta di “Cry Me A River” II ma “Devil Wouldn’t Recognize You” ha parole e melodie così belle da sfuggire a una simile insidia. Risultato, a ragione, tra le canzoni preferite da Madonna stessa.

“Love Spent”

William Orbit cofirma e coproduce uno dei pochi brani salvabili da quell’accozzaglia di tentativi di seguire le ultime tendenze musicali che è “MDNA”, arrivando persino a giocare citando con fare quasi iconoclastico una hit come “Hung Up”. Pubblicata in una più ispirata versione acustica all’interno della deluxe edition per iTunes Store, “Love Spent” è una dura invettiva contro l’ormai ex marito Guy Ritchie.

“Falling Free”

Ancora William Orbit, ancora Joe Henry, ancora Guy Ritchie a chiudere la regular edition di “MDNA”: Madonna alla chitarra per una tra le canzoni melodicamente più riuscite della sua carriera. Ascesa e rovina di una storia d’amore dove immagini divine e caratteristiche personali si incrociano per poi perdersi al termine di un rapporto la cui fine è inevitabilmente sancita dallo smettere di porsi domande.

“Beautiful Killer”

Relegata alla deluxe edition di “MDNA” questa perfetta canzone pop è quanto di meno trito Madonna sia riuscita a produrre insieme a Martin Solveig. Lontana dalle citazioni pedisseque di “Hello”, al contrario di “Give Me All Your Luvin” o “Turn Up The Radio”, “Beautiful Killer” gioca con la fascinazione di Madonna per il cinema francese e, in particolare, con l’attore Alain Delon. E non è difficile vedere nel riferimento alla pistola, che compare anche altrove nella produzione della Ciccone dell’epoca, un riferimento alla filmografia e all’immaginario cinematografico dell’ex marito.

“HeartBreakCity”

Per la prima volta nella sua discografia Madonna si dichiara pentita di una relazione intrapresa: per farlo opta per una classica ballata pop, arricchita da un cantato convincente e da un robusto coro. Pare tratti la fine della relazione con il ballerino Brahim Zaibat, cosa possibilissima visto il tono sdegnoso e un po’ altero che pervade l’intera composizione.

“Messiah”

Ancora una volta una tra le canzoni migliori dell’album, in questo caso il confusionario “Rebel Heart”, finisce relegata alla deluxe edition dopo esser stata a lungo teaserata sui social. Qui, però, c’è da gridare all’eresia perché “Messiah” ha tutte le carte in regola per essere un ottimo singolo: archi in gran spolvero diretti da Abel Korzeniowski, un arrangiamento classico ma contemporaneo, un cantato a metà tra la preghiera e la formula magica. Peccato che, a furia di seguire le mode invece di dettarle come un tempo, Madonna pare aver smarrito se stessa anche musicalmente.

Cristian Pandolfino

Credits: © Pascal Mannaerts / www.parcheminsdailleurs.com

Piero Angela, l’uomo del futuro: l’ultimo saluto è sui social

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Il 13 Agosto 2022 Piero Angela, noto conduttore tv, giornalista e divulgatore scientifico è morto, a 93 anni.

Questa notizia ha colto amaramente tutti gli italiani, lasciandoli nello sconforto e nella tristezza per questa perdita.

Ogni testata e blog ne ha parlato, il TG1 ha addirittura fatto 4 servizi su di lui, durante l’edizione delle 20, tre direttamente in apertura subito dopo la sigla e con un filmato a lui dedicato che ha sostituito i titoli introduttivi.

Da sempre proiettato nel futuro e immerso nella tecnologia e nella scienza, Piero Angela è andato oltre la morte, grazie a queste sue qualità, perché ha dimostrato nuovamente quell’intuizione e quella creatività, che lo caratterizzano, in una semplice azione. Ha lasciato il suo messaggio di addio, o di arrivederci, ai social:

Cari amici, mi spiace non essere più con voi dopo 70 anni assieme. Ma anche la natura ha i suoi ritmi. Sono stati anni per me molto stimolanti che mi hanno portato a conoscere il mondo e la natura umana. Soprattutto ho avuto la fortuna di conoscere gente che mi ha aiutato a realizzare quello che ogni uomo vorrebbe scoprire. Grazie alla scienza e a un metodo che permette di affrontare i problemi in modo razionale ma al tempo stesso umano. Malgrado una lunga malattia sono riuscito a portare a termine tutte le mie trasmissioni e i miei progetti (persino una piccola soddisfazione: un disco di jazz al pianoforte…). Ma anche, sedici puntate dedicate alla scuola sui problemi dell’ambiente e dell’energia. È stata un’avventura straordinaria, vissuta intensamente e resa possibile grazie alla collaborazione di un grande gruppo di autori, collaboratori, tecnici e scienziati.
A mia volta, ho cercato di raccontare quello che ho imparato.
Carissimi tutti, penso di aver fatto la mia parte. Cercate di fare anche voi la vostra per questo nostro difficile Paese.
Un grande abbraccio

Piero Angela

Piero Angela ha affidato ai canali social di Superquark, il suo storico programma, l’annuncio della sua morte, con tanto di aggiornamento sui suoi “futuri” progetti che aveva già ultimato.

Un’idea del genere non l’aveva avuta nessuno finora e forse neanche Chiara Ferragni o le Kardashian avrebbero mai pensato, tra mille anni, una cosa così!

La genialità sta proprio nel gesto e nel contesto: una persona di 93 anni e mezzo che, siccome probabilmente sapeva di avere poco tempo da vivere, ha preparato in anticipo un messaggio per tutte le persone che hanno seguito i suoi programmi negli anni, e ha deciso di divulgarlo, appunto, tramite il mezzo più veloce, moderno e tecnologico che ci sia oggi per diffondere le notizie, ossia i social network.

Una persona del calibro di Piero Angela avrebbe potuto diffondere il messaggio ai suoi fan e fedeli telespettatori tramite una conferenza stampa, tenuta da qualche familiare, qualche assistente o manager, o persino dal direttore generale della Rai, dopo 70 anni di onorabile lavoro nell’azienda. Invece no.

Fino all’ultimo momento Piero Angela si è distinto per l’uomo incredibile e all’avanguardia che è stato e che sarà nella memoria di chi lo ha vissuto e di chi lo ha seguito in tv.

Da fan di Superquark, fa strano vederlo condurre il programma e parlare come se fosse ancora vivo. In fondo Piero Angela era un uomo sobrio ed elegante ma al contempo ironico e autoironico.

Forse la sua morte è tutto uno scherzo e tra due giorni si rifarà vivo e dirà: “Scherzetto! Non sono morto, era solo un esperimento fatto con Massimo Polidoro!”
O forse no. Forse i programmi che ha già registrato saranno le ultime volte in cui lo vedremo in tv.

Un dubbio ci attanaglia.

Cosa ne sarà di Superquark? Ci sarà qualcuno che lo condurrà al posto di Piero Angela per continuare la trasmissione del programma di elevata qualità? Magari suo figlio Alberto? Oppure qualcuno dei suoi colleghi con cui affronta – pardon, affrontava – i temi nelle puntate? Lo scopriremo più avanti, col tempo, perché guardando i servizi di Superquark c’è una cosa che abbiamo imparato, cioè che occorre tempo per avere risultati certi.

In ogni caso, non c’è bisogno di aspettare per sapere che la morte di Piero Angela è una tra le più grandi e gravi perdite di questi anni, al pari di Umberto Eco.

Grazie Piero per la tua presenza preziosa che ci ha arricchito in innumerevoli modi e che sicuramente lo farà con i nuovi programmi e con il tuo primo disco di jazz al pianoforte.

Ambra Martino

Credits: Marco Poggiaroni, CC BY 2.0 https://creativecommons.org/licenses/by/2.0, via Wikimedia Commons

“Spatriati”: lo Strega che non incanta

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Portare il libro vincitore del Premio Strega con sé in viaggio o sotto l’ombrellone è una delle cose che può capitare di fare in estate. Solitamente, si ha più tempo libero da dedicare alla lettura e tra il titolo che non vedevamo l’ora di leggere e quello che ci hanno consigliato, ce ne può rientrare anche uno di cui si sentirà parlare. Per questo vi ho proposto di leggere Spatriati di Mario Desiati con il bookclub dei Postumi Letterari.

Un cocktail dai sapori non ben definiti spacciato per un vino di dieci anni fa. D’altra parte, quando si tiene tra le mani un volume insignito di un premio così prestigioso, le aspettative sono alte. Credo che questo libro avesse tutte le carte in regola per piacermi. Ma qualcosa non ha funzionato. La lettura è stata sicuramente più piacevole di quella di La verità su tutto, altro candidato al premio, ma non mi ha convinta.

Audio recensione

Ascolta la mia audio recensione del libro Spatriati e scopri perché ha deluso le mie aspettative.

La trama di Spatriati

È lo stesso Desiati a darci la definizione della parola usata come titolo del libro. Si tratta di un vocabolo del dialetto di Martina Franca (luogo di origine dello scrittore e d’ambientazione iniziale del romanzo) privo di genere e di numero (tanto che è scritto con la tanto discussa schwa) che significa:

“Ramingo, senza meta, interrotto (…). Anche balordo, irrisolto, allontanato, sparpagliato, disperso, incerto”.

Questi aggettivi potrebbero tranquillamente essere accostati ai due protagonisti del romanzo, Claudia e Francesco. I due si conoscono da adolescenti non solo perché frequentano la stessa scuola, ma soprattutto perché il padre di lei e la madre di lui diventano amanti. Dato che entrambe le famiglie sono chiuse all’interno di un paese bigotto, chiacchierone e ipocrita, per i due innamorati non è possibile vivere liberamente la propria relazione ed entrambi rimangono con i legittimi consorti, causando continue tensioni in casa che hanno un impatto molto forte sui due ragazzi.

Claudia e Francesco crescono in un mondo di persone chiuse nei ruoli che la società ha detto loro di interpretare nonostante ci siano evidenti segni di cedimento emotivo. Se Francesco riesce ad adattarsi alla massa cristallizzandosi a sua volta, Claudia si allontana da Martina Franca viaggiando per l’Italia e l’Europa e intrecciando diverse relazioni spesso disfunzionali. Conosce e s’innamora di Erika, una versione ancora più irrequieta di lei stessa. Riesce a spingere anche Francesco ad allontanarsi da casa e a trasferirsi con lei a Berlino. In questa città, il ragazzo potrà finalmente esplorare la sua omosessualità fino ad allora tenuta a freno. Anche il rapporto tra Claudia e Francesco conosce dei momenti di intimità sessuale, ma la relazione tra i due non è qualcosa che può essere classificata secondo gli standard sociali. È un legame di affetto puro e profondo che serve ad entrambi per avere l’illusione di essere salvi.

La condizione degli spatriati

Il titolo del libro è sicuramente vincente. Non è solo accattivante, è la descrizione in cui molte persone potrebbero riconoscersi soprattutto quelli cresciuti in un posto socialmente soffocante e in famiglie con genitori che non comunicano tra di loro e che si rovinano la vita senza lasciar andare una relazione fallimentare.

La fuga di Claudia e la stasi di Francesco raccontano in maniera realista le possibili strategie di sopravvivenza a situazioni del genere. Quando non si vive in armonia con il proprio luogo di nascita, non ci si riconosce nei valori sociali che vengono propinati, non si hanno relazioni sane con i propri familiari, ci si sente in uno stato di confusione perenne rispetto a ciò che si è e a quello che si fa. Disorientati e in continua tribolazione: questa è la condizione di uno/a spatriato/a.

Non è un caso che entrambi i protagonisti riescano a sentirsi davvero liberi e a intraprendere relazioni realmente significative (pur con tutte le loro problematiche) solo a Berlino, la città delle contraddizioni per eccellenza. In un luogo che ricorda una delle pagine più nere della storia europea (se non mondiale), è evidente la voglia di liberarsi di tutta quella tristezza e di guardare al futuro. È una città che spinge a spogliarsi delle sovrastrutture, delle corazze sociali e del passato forse perché un tempo è stata la capitale di un regime che esaltava tutto questo. Nonostante questa parentesi, in Claudia e Francesco continua a esserci qualcosa di rotto che rende il loro approccio alla vita poco deciso e sempre sofferente.

La salvezza sembra non essere possibile in questa situazione. Quello che è possibile è riconoscere in qualcun altro quello stesso stato di spaesamento e incontrarsi nel disorientamento che è la vita. La quarta di copertina del libro recita, infatti:

“A volte si leggono romanzi solo per sapere che qualcuno ci è già passato”.

Un libro spatriato

Questa cosa dovrebbe valere anche per chi legge. Tra le righe del romanzo di Desiati chiunque si senta uno/a spatriato/a dovrebbe riconoscersi e provare una sorta di conforto, se non di sollievo, nel sapere di non essere solo/a.

In realtà, la lettura del romanzo seppur scorrevole e veloce, non riesce a creare coinvolgimento in chi legge. Tutto è molto raccontato e alcuni eventi importanti sembrano quasi riassunti. La narrazione procede in maniera sbilanciata. Nel libro è dato tanto spazio a Claudia e al suo percorso mentre Francesco rimane un personaggio privo di profondità con motivazioni deboli e spesso anche poco interessanti. Non mi ha sorpreso leggere in un’intervista all’autore che Francesco è nato in un secondo momento mentre Desiati era alla ricerca di un modo per raccontare la storia di Claudia. Nel libro si sente questo squilibrio tra i personaggi ed è un peccato perché entrambi avevano molto da raccontare.

Gli eventi che coinvolgono i personaggi sono decisivi solo apparentemente. In realtà, non succede nulla di veramente incisivo che porta Claudia e Francesco verso una risoluzione reale. Questo potrebbe essere voluto o anche giusto per quello che è il tema del romanzo. Si potrebbe anche parlare di una scelta realistica: nella vita può capitare di non cambiare e di portarsi dentro il proprio malessere qualsiasi cosa succeda. Tuttavia, la narrazione risulta piatta. C’è voglia di continuare a leggere, ma non si è mai completamente soddisfatti neanche quando si arriva all’ultima pagina. È un libro spatriato, irrisolto, interrotto, senza meta. Può piacere proprio per questo. Oppure no.

Lo stile

Credo che il problema del mancato coinvolgimento nella storia nasca sia da un errato bilanciamento delle due storie che dall’uso di uno stile troppo raccontato. Ci sono molti resoconti che spesso portano a perdere tempistiche e spessore. Non mancano le scene di dialogo. Ce ne sono alcuni anche particolarmente belli, come ad esempio quello in cui Claudia e Francesco si confrontano sul significato di conoscere e amare qualcuno e in cui lei pronuncia una delle frasi che mi ha più colpita del romanzo:

“Sto solo dicendo che accetto il buio di chi amo perché è parte di lui”.

“Spatriati”, Mario Desiati (pag. 240)

La costruzione dei botta e risposta funziona, ma c’è qualcosa di irrisolto o di indefinito che non ti permette di arrivare a cuore della storia.

È interessante l’uso che lo scrittore fa dei luoghi e delle descrizioni del paesaggio. Le città sono vive e interagiscono con i protagonisti in maniera attiva, definendo parte di ciò che sono.

Chi dovrebbe leggere Spatriati

Spatriati è una lettura che si fa per la curiosità di conoscere il Premio Strega del 2022. Non credo che sia adatta a un pubblico d’adolescenti, ma va bene per qualsiasi persona in età adulta. Di certo, ha più possibilità di piacere a chi si sente in una condizione simile a quella dei protagonisti ma potrebbe anche non arrivare come ci si aspetterebbe.

Il prossimo appuntamento dei Postumi Letterari

Avete letto Spatriati? Condividete la mia opinione sul libro? Se la pensate diversamente o avete voglia di raccontare la vostra esperienza lettura, scriveteci all’indirizzo e-mail bookclubculturamente@gmail.com oppure su uno dei nostri canali social (Facebook e Instagram). Organizzeremo una live per parlarne insieme.

Per il prossimo mese, invece, ho deciso di rimanere ancora nell’ambito del Premio Strega (sono diventata appassionata, ormai!) e di proporre la lettura di Niente di vero di Veronica Raimo, libro vincitore nella categoria giovani. In questo romanzo pubblicato da Einaudi, Raimo traccia il ritratto esilarante e feroce dell’infanzia e della crescita di una giovane donna di oggi (ovvero lei).

Ci vediamo il 15 settembre con la recensione!

Buona lettura a tutti e a tutte!

Federica Crisci

Mezzanotte a Istanbul, un romantico e movimentato viaggio nel tempo

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La misteriosa e avvolgente Istanbul fa da sfondo a questa deliziosa serie tv turca in streaming su Netflix: chiavi magiche, colpi di stato e love story vi aspettano!

Qualche anno fa passeggiavo per Istanbul e mi sono ritrovata davanti al maestoso ingresso dell’Hotel Pera Palace. All’epoca non ne avevo mai sentito parlare, ma una volta lì davanti ho aperto la guida per saperne di più. Impossibile da descrivere a parole, per quanto è bello, si tratta di un albergo storico costruito per accogliere i ricchi viaggiatori dell’ Orient Express, nell’ultima tappa del loro viaggio.

La storia del Pera Palace Hotel

Va da sé che il livello doveva essere altissimo: ricchi turisti e donne affascinanti, uomini d’affari e nobili dovevano ricevere un trattamento adeguato agli standard europei. L’Hotel Pera, dallo stampo neoclassico con incursioni liberty, è stato costruito nel 1895 e, all’epoca, fu il primo edificio a possedere l’energia elettrica, l’acqua calda e -udite udite- un ascensore.

È un luogo che richiama un passato pieno di fascino e mistero, in una città che da sempre unisce oriente e occidente, intrighi internazionali, cultura e molto altro ancora. Vi hanno alloggiato molti personaggi importanti del ‘900, come Atatürk, Ernest Hemingway, re Edoardo VIII, l’imperatore d’Austria-Ungheria Francesco Giuseppe, Sarah Bernhardt, Otto Hahn, Alfred Hitchcock e Jacqueline Kennedy Onassis. Ma la vera chicca è che nella stanza 411 Agatha Christie scrisse “Assassinio sull’Orient Express”.

La premessa sul Pera Palas Hotel è dovuta, perché è il fulcro della serie tv Mezzanotte a Istanbul è proprio questo luogo magico.

La trama di Mezzanotte a Istanbul

Il primo episodio si svolge nel 2022, conosciamo la protagonista Esra, una ragazza molto carismatica che lavora come giornalista a Istanbul. Esra ha un amore viscerale per i romanzi di Agatha Christie; vorrebbe scrivere grandi articoli di giornalismo d’inchiesta, sociale e politico, invece -suo malgrado- si ritrova a dover redigere un articolo per omaggiare il Pera Palace Hotel. Qui conosce Ahmet, il severo ma gentile direttore, che le offre un soggiorno di una notte per gustarsi l’atmosfera. Ma il Pera, come vi ho detto, non è un posto come un altro: la sua magia permette di viaggiare nel tempo, tramite dei portali che si aprono in alcune stanze.

Una di queste è proprio quella in cui dorme Esra, che viene catapultata nel 1919. La giovane protagonista si ritrova nel bel mezzo di una cospirazione politica contro Mustafa Kemal Ataturk. Con Ahmet cercheranno di sventare il piano per assassinare Ataturk, evento che potrebbe deviare per sempre il corso della storia e far sparire la Turchia moderna.

La Istanbul del 1919 però è un luogo pericoloso e quando la giornalista incontra Halit, l’affascinante e misterioso proprietario del club più folle della città, nulla è come sembra e nessuno è chi dice di essere. Viaggi nel tempo e sovrapposizioni temporali porteranno Esra a incontrare i suoi avi, tra cui Peride, una spia che le somiglia moltissimo. Tra Esra e Halit si accende la scintilla della lotta politica e dell’amore, ma sono troppo diversi e la love story sarà appassionata ma tormentata.

La seconda stagione di Mezzanotte a Istanbul

Anche se Netflix non ha ancora confermato la seconda stagione, mi piace pensare che il finale della prima sia un gancio per iniziarne una nuova. Dopo aver sventato l’attentato, Esra e Ahmet usano la chiave per tornare al loro presente, peccato che finiscano nel 1995! Nella stanza dell’hotel c’è una bambina seduta sul letto, è Esra, abbandonata lì con una chiave e una foto, in cui si vede una svastica.

Quali avventure attendono la nostra eroina turca?

Micaela Paciotti

Only murders in the building 2: recensione dell’ottavo episodio

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“Hello darkness” è il titolo dell’episodio di questa settimana, e rimanda al black out con cui si era chiuso il settimo episodio.

Durante questo black out succede di tutto: nell’Arconia si ritrovano tutti nella hall, tra torce e pigiami nasce del tenero tra Howard e un nuovo affascinante inquilino. Lucy, che è a casa di Charles, è chiaramente il prossimo obiettivo del killer di Bunny, che infatti entra in casa e la insegue per i passaggi segreti. Oliver, Mabel e Charles sono in una tavola calda a tirare le somme dei pochi e confusi indizi che hanno. Seduti al tavolo vicino ci sono i 4 super fan del podcast, che abbiamo già conosciuto nell’episodio 8 della prima stagione.

I fan sono consapevoli che le indagini sono in stallo, così come lo sappiamo noi (e i protagonisti). Le puntate infatti vanno avanti focalizzandosi sulle vite dei singoli personaggi: questo da una parte aiuta noi spettatori ad entrare nel vivo delle dinamiche umane, dall’altra annacqua il ritmo delle indagini e allunga il brodo.

Troppa carne al fuoco?

A due episodi dal finale di stagione, abbiamo troppa carne al fuoco e moltissimi personaggi: la mamma di Bunny che rivuole il quadro, Charles che scopre che il padre era l’amante della pittrice dell’opera, la gallerista Alice che ruota intorno a Mabel in modo sospetto, Jan che dal carcere si sente ancora al centro degli eventi, Lucy che è riapparsa all’improvviso e di cui non sappiamo nulla. Inoltre, non sappiamo ancora il risultato del test genetico di Oliver, che forse non è il padre biologico. E poi c’è Nina, la nuova amministratrice dell’Arconia che ha in mente piani di restyling per il palazzo, Cinda la podcaster, la famiglia Dimos agli arresti domiciliari, senza dimenticare il cameriere a cui Bunny lasciò prima di morire una mancia esosa.

In questa puntata, il killer insegue Lucy, mentre Mabel, Oliver e Charles inseguono Lucy per proteggerla. Nei cunicoli dell’Arconia vedono un uomo mascherato e, pensando che sia l’uomo glitterato, lo inseguono, lo placcano e gli levano la maschera. Ed eccoci davanti all’ennesimo plot twist: si tratta di Marv, uno dei loro fan. Non è però animato da intenzioni violente, bensì vuole collaborare con una sua teoria sull’accoltellatore della sesta strada, un famoso killer del passato. Inoltre, vuole fare bella figura con sua figlia risolvendo il crimine, visto che in passato ha lavorato all’Arconia e ne conosce tutti i passaggi. In finale di puntata, finito il black out, il Detective Kreps si presenta nella hall dell’Arconia per redarguire Mabel e, girando di poco la testa, lascia intravedere una macchia di glitter sul collo. Mabel sgrana gli occhi: il detective è l’uomo glitterato?

Le teorie

La paternità è un tema ricorrente di questa seconda stagione di Only murders in the bulding. Charles, Mabel, Lucy, Oliver, Will, Leonora, Bunny, Nina: tutti hanno problemi con la figura paterna o con il padre dei proprio figli. Un’assenza che pesa e che potrebbe essere un filo rosso da seguire. Poi c’è Lucy: con i suoi 5 ex-patrigni, potrebbe essere la sorellastra di Alice? La sua presenza nell’Arconia la notte dell’omicidio è molto sospetta, visto che nello stesso momento sua madre si stava sposando altrove. Cos’è venuta a fare? Cosa nasconde? Come dicono i bravi investigatori, si uccide per denaro o per amore. Bunny aveva un quadro dall’enorme valore, è vero, ma aveva anche una fitta rete di segreti e parenti quanto meno originali. È difficile con i pochi indizi collegare Bunny al detective Kreps, ma sono molto fiduciosa nelle ultime 2 puntate, che -sono sicura- saranno un fuoco d’artificio di colpi di scena!

Micaela Paciotti