La Disney ha introdotto un nuovo personaggio nel Marvel Cinematic Universe, in una serie in streaming sulla sua piattaforma Disney Plus: Moon Knight.
Moon Knight, il trailer in italiano
La serie è uscita a fine marzo in esclusiva assoluta, ed è la prima volta che nel MCU si racconta la storia di una persona con dei disturbi mentali in una serie di fantasia.
La serie Moon Knight è legata alle antiche divinità egizie e per gli appassionati di storia, di misteri e dell’Egitto gli episodi sono come le ciliegie: “una tira l’altra”.
Ma quanti episodi ha Moon Knight?
La serie è composta solo da sei episodi, che sono davvero pochi per il potenziale delle avventure del personaggio.
Moon Knight è una serie che ti spinge a fare binge watching. Quando si arriva al sesto episodio e si scopre che non c’è il settimo, che quello è l’ultimo, si rimane carichi di adrenalina e delusi.
Quante stagioni ha la serie?
Per ora bisogna accontentarsi di una stagione, e non si sa se e quando ci sarà una seconda stagione.
In questa nuova fase del MCU i personaggi vengono approfonditi o presentati per la prima volta con le serie TV, quindi c’è la possibilità che ci possa essere una seconda stagione. Tuttavia è anche possibile che vedremo Moon Knight protagonista di un film tutto suo. Faccio il tifo per una seconda stagione su Disney Plus, che può mostrare molto più di quanto possa fare un film di due o due ore e mezza.
Che poteri ha Moon Knight?
I poteri che ha Marc Spector/Steven Grant gli sono stati dati dal dio lunare egizio Khonshu, quando era in punto di morte durante un attacco di mercenari.
Le capacità di combattimento sono frutto dell’esperienza di Marc Spector, e ha una forte tolleranza al dolore. Le sue armi sono in dotazione con il suo costume da cavaliere della luna.
Trama
La storia di Marc/Steven è rocambolesca, in essa viene raccontata, tra il magico, l’esoterismo e la realtà, la psiche di una persona affetta da disturbo dissociativo della personalità, in passato nota come disturbo della personalità multipla. Il primo personaggio che incontriamo è Steven Grant, molto mite e pacifico di carattere, che lavora nel negozio di gadget del British Museum a Londra. Steven è un grande appassionato e conoscitore dell’antico Egitto, dalla storia alla religione fino ai geroglifici.
Le cose si complicano per lui quando comincia a fare strani sogni, con una bilancia decorata con le teste di due coccodrilli, tatuata sul braccio di un uomo, che decide chi merita di vivere o di morire.
Episodio dopo episodio, tutto si fa più chiaro nella sua vita, nella sua testa e nel suo passato. Grazie all’aiuto di Khonshu e di Layla, sua partner, sconfigge Arthur Harrow e la dea Ammit.
Tutto è bene quel che finisce bene e Khonshu non controlla più Steven o Marc, come avevano pattuito.
Ma il dio lunare ha un asso nella manica nascosto…
Questa serie cattura dal principio e mostra di cosa è capace la Disney quando si impegna nel creare serie o film che prevede l’uso di CGI. Oscar Isaac, interprete di Steven/Marc ha messo in scena tutta la sua bravura e il suo talento e mi auguro di poterlo vedere prestissimo nei panni di Moon Knight.
Quando si mettono in campo personaggi carismatici, sexy e imprevedibili è difficile che un prodotto non susciti entusiasmo. Nella quarta puntata di House of the Dragon, Daemon ci ha ricordato proprio questo.
Il principe non smette di sorprenderci e di incantarci, nonostante la sua spregiudicatezza e arroganza. È lui a dare il titolo all’episodio (King of the Narrow Sea) ed è lui a essere il motore principale di tutti gli eventi che vediamo susseguirsi sullo schermo. Lo avevamo lasciatoricoperto di sangue mentre trascinava il cadavere fatto a pezzi di Drahar.
All’inizio di questa puntata, lo vediamo arrivare ad Approdo del Re con un look e un atteggiamento diversi. Dà l’impressione di essere maturato, di essere più ragionevole. In realtà sta solo cercando un’altra strada per arrivare al trono e per vendicarsi del trattamento riservatogli dal fratello. La chiave del suo piano è Rhaenyra, la nipote con cui ha sempre avuto un feeling particolare. Riconoscendo in lei il fuoco dei draghi che anima i veri Targaryen, Daemon fa uscire di nascosto la principessa dalla sua stanza di notte e la accompagna alla scoperta della città. È lì che prova a far vacillare la convinzione di Rhaenyra mostrandole l’insoddisfazione popolare per la sua nomina come erede al trono. La ragazza liquida la scena a cui assiste con poche parole: “What they want has no consequence“. Lo zio sorride alla risposta: è una frase che lui stesso avrebbe potuto pronunciare.
Subito dopo l’accompagna in un bordello per mostrarle che cosa sia il piacere e di come esso appartenga a donne e uomini, indiscriminatamente. La scena successiva è tra le più erotiche che si siano viste nel mondo di Game of Thrones nonostante non si veda alcuna parte intima, il contesto sia tutto tranne che romantico e l’atto rimanga incompiuto. Daemon, infatti, si sottrae ai baci di Rhaenyra. È affetto più profondo o senso di colpa? Oppure è lo stupore di trovarsi di fronte una donna che afferra il momento e ne diventa protagonista? Rhaenyra, infatti, si lascia andare al corteggiamento dello zio, ma sembra tutto fuorché una ragazza smarrita da istruire sul sesso. È padrona di sé e del suo corpo (a differenza di Alicent che vediamo in contemporanea nel letto del re chiaramente in sofferenza). È forte. Daemon vede quella forza ed è probabile che ne sia affascinato e spaventato allo stesso tempo. Rhaenyra non può essere manovrata davvero da lui. Ed è possibile che non lo desideri neanche.
Daemon affronta il fratello – venuto a conoscenza di tutto – con il solito atteggiamento noncurante. Non rivendica la sua innocenza, anzi chiede in moglie Rhaenyra. Poi viene bandito nuovamente. Rimane prostrato a terra nella stessa sala dove pochi giorni prima era entrato trionfante con in testa una corona. Questa è l’ultima immagine che abbiamo di lui nel quarto episodio. È improbabile che rimanga così a lungo.
Rhaenyra e la sua liberazione sessuale
Rhaenyra è cresciuta con una madre che ha passato la vita a partorire figli nella speranza di dare un erede maschio al marito, permettendo al sogno dell’uomo di compiersi. Di conseguenza, la giovane teme la maternità e tutto ciò che le è connesso. Crede che il ruolo di moglie e di madre le toglierà potere e libertà di agire. Per questo rifiuta qualsiasi pretendente le si ponga davanti e dichiara a Daemon di voler vivere in solitudine.
Grazie a quanto vissuto con lo zio, Rhaenyra arriva finalmente a capire che c’è un modo per essere padrona del proprio corpo anche mettendolo al servizio della corona. Può essere libera anche nella posizione che occupa… o forse proprio grazie a questa. Anche se lo zio la abbandona nel bordello, Rhaenyra non ha intenzione di perdere l’occasione di scoprire il proprio piacere e così seduce Cole.
Il giorno dopo, deve subito dichiararsi innocente davanti ad Alicent e a suo padre (le donne libere sessualmente devono sempre giustificarsi di quello che fanno. Qui il fantasy non ci dice nulla di nuovo). Non solo riesce a non far scoppiare uno scandalo, ma riesce anche ad aprire gli occhi di Viserys sull’atteggiamento di Otto Hightower.
Dopo aver visto Rhaenyra diventare più forte con l’uccisione del cinghiale, assistiamo a un altro passo della sua crescita. Ora che è diventata donna è pronta ad assumersi le sue responsabilità di regina.
Peccato per la rappresentazione dell’orgasmo femminile
Nelle interviste realizzate per l’approfondimento dei singoli episodi, la regista di King of the Narrow Sea, Clare Kilner dice di aver pensato a lungo a come filmare la scena del bordello. Voleva che la rappresentazione del sesso avvenisse tramite un punto di vista femminile a differenza di come accade nella maggior parte dei prodotti audiovisivi dove lo sguardo è sempre molto orientato al maschile. Peccato, però, che abbia perso l’occasione di mostrare un orgasmo femminile provocato dalla stimolazione del clitoride e non dalla penetrazione. La forma di piacere più comune tra le donne – è ormai dimostrato – non viene mostrata. Ciò che vediamo è quello che abbiamo sempre visto: un rapporto classico. È un peccato, perché se c’era la volontà di fare qualcosa di diverso (e con una serie così si può fare), non è stata sfruttata bene. È vero che il nudo femminile è molto meno esposto, ma non è abbastanza.
Le manovre di Hightower
Ritenere che Otto Hightower sia il Dito Corto di questo spin-off non è del tutto azzardato a questo punto della stagione. L’atteggiamento viscido e approfittatore è ben mascherato da un’aura di saggezza e serietà che lo fa sembrare quasi sincero quando si esprime. Potrebbe aiutarlo anche il fatto che molte delle cose che dice – anche in questo episodio – sono di fatto vere. Alcuni consigli che dà sono davvero utili per la stabilità del regno. La sua pericolosità sta nel fatto di mescolare l’oggettività a una giusta dose di interessi personali. Ora che ha perso il ruolo di Primo Cavaliere, il suo atteggiamento sarà meno ambiguo?
Una serie che cattura
House of the Dragon è una serie che funziona bene da molteplici punti di vista. Appena finita la puntata, si smania nell’attesa dell’arrivo del lunedì. Per ingannarla, potreste rileggere tutte le nostre recensioni!
Quest’anno, la capitale della cultura è un’isola e in particolare la meno turistica tra le isole campane, la bella Procida. Contrariamente alla superba Capri e all’affollatissima Ischia, questo lembo di terra abbracciato dal mare se ne era stato, fin ora, nell’ombra, preservando gelosamente il suo lento respiro isolano. Un bel guaio, a sentir parlare i procidani, che si sono visti travolgere da schiere di cittadini, abituati alla corsa incessante delle città.
La vita, a Procida, scorre dilatata, tra il porto, le spiagge, la parte antica e le famose case color pastello. In occasione dell’ambito riconoscimento, sono stati organizzati sul territorio una lunga serie di eventi che hanno animato l’Estate, dando ulteriore valore al luogo.
Procida, l’isola di Arturo
Se si nomina Procida, non si può non pensare al famoso romanzo di formazione ambientato proprio sul territorio: “l’isola di Arturo”; Elsa Morante immagina il ragazzo-stella tra questi vicoli, in queste calette dall’acqua cristallina. L’infanzia e l’adolescenza di Arturo si proiettano su quello che è un luogo al contempo veritiero e mitico.
La scrittrice nell’esordio, con una furba mossa, ci avvisa che sebbene il luogo descritto sia a tutti gli effetti Procida, non mancano voli di immaginazioni e fantasia che disturbano il reale. Inoltre, sebbene, le descrizioni siano particolarmente dettagliate, l’atmosfera rarefatta e lenta delle giornate di Arturo non ci può non far pensare a certi miti, che accadono senza luogo e tempo.
Procida così diventa unione perfetta di un luogo esistente ma al tempo allusivo, che rimanda ad una dimensione altra dietro la superficie, non percepibile se non con un intuito non descrivibile.
Scrive la Morante parlando di Procida:
“ah, io non chiederei di essere un gabbiano, né un delfino; mi accontenterei di essere uno scorfano, che è il pesce più brutto del mare, pur di ritrovarmi laggiù, a scherzare in quell’acqua.”
Chi ami il cinema, ricorderà Procida anche per il famoso ultimo film di Massimo Troisi, ossia il “Postino”; Il film, che è del 1994, racconta la storia di Mario, postino di Procida, che ogni giorno recapita la posta a Pablo Neruda, in esilio politico.
L’atmosfera del film, con la complicità dei luoghi, si carica di malinconia e dolcezza: l’amicizia tra i due, l’amore nascente tra Mario e una ragazza del luogo, rendono la pellicola da non perdere. Inoltre, sullo schermo rimane percepibile l’atmosfera più autentica dell’isola.
Ma quali sono i luoghi che possiamo vedere legati al nome dell’amatissimo Troisi? Recandovi a Procida, potrete visitare la cosiddetta “spiaggia del postino” dove è stata girata una delle scene più romantiche del film. Alla spiaggia si arriva percorrendo un lembo di strada che costeggia un cimitero, a strapiombo sul mare ( davvero molto suggestivo!).
Sul luogo potrete scegliere di affittare l’ombrellone, o collocarvi nella parte più esterna, che è libera. La spiaggia è in prevalenza sabbiosa ma attenti comunque alle pietruzze e agli scogli! Inoltre, sempre sull’isola, potrete cenare nella locanda del postino , che custodisce qualche cimelio del film.
Il dolore di Palazzo d’Avalos
Guardando Procida dal basso non sarà difficile scorgere un edificio particolarmente imponente: palazzo d’Avalos. L’edificio spicca e domina terra murata. Fatto costruire nel ‘500 assieme alle mura, fu palazzo signorile della famiglia d’Avalos, passò poi in mano ai Borboni, divenne scuola militare e poi carcere.
Oggi, pagando qualche euro, la visita è ancora possibile. Colpisce l’occhio del visitatore il contrasto tra il grigiore delle pareti in pietra spesse, le grate, e il violento azzurro del mare, su cui il palazzo affaccia. Alle orecchie dei prigionieri doveva giungere il vocio della vita che, sotto le mura, scorreva ancora tranquillo. Nel periodo che lo vide come carcere, i prigionieri erano impegnati in lavorazioni tessili.
Nel palazzo sono attualmente ancora intatte le camere in cui i prigionieri dormivano e molti dei tessuti lavorati. Oltre all’edificio centrale, potrete visitare pure il cortile e la parte laterale, dove potrete vedere le celle di isolamento.
La mastodontica impresa di Giovanna Granato riporta in vita, per i tipi di Bompiani, “uno dei diari più importanti al mondo” per dirla con le parole del biografo Quentin Bell, nipote di Virginia Woolf.
I diari in italiano: recensione del volume 1 (1915-1919)
La scrittrice torna in vita grazie alla pubblicazione di cinque libri, i suoi diari, per la prima volta tradotti interamente in italiano. La prima uscita è quella dedicata agli anni 1915-1919. Virginia Woolf ha trentatré anni quando inizia questo stranissimo diario, che si interrompe poco dopo per poi riprendere nel 1917, a causa di un crollo nervoso della scrittrice.
Da questa prima informazione inizia la mia analisi del primo diario. Nessuna menzione, nel testo, al suddetto crollo. Nessuna menzione significativa neppure sulla guerra. Il diario inizia, si arresta e poi riprende. Le pagine scritte da Virginia sono un resoconto delle giornate, che molto spesso ricordano i salotti vittoriani. Tè, pranzi, passeggiate, incontri. Non mancano commenti velenosi della scrittrice sulle persone che incontra: leggendo sembra quasi di trovarsi a uno di quei tavolini da tè in una sala gremita da signore di buona famiglia.
L’esercizio di una scrittrice
Il diario sembra un esercizio: una pagina bianca su cui annotare quotidianamente quello che l’occhio vede, e non mi stupirei di ritrovare qualche frase in opere della Woolf più “letterarie” e famose. Nel resoconto vengono incluse le discussioni col marito, anch’esse descritte analiticamente, senza emozioni.
Insomma, diari ne abbiamo scritti tanti, io per prima. Solitamente si tratta di una forma cartacea di sfogo della propria vita emotiva. In queste pagine non traspare nulla, ed è proprio questo a renderle così intriganti: la loro natura è totalmente opposta a quella di luogo adibito a sfogo personale. Devo dunque supporre che il diario di una scrittrice possa riservare anche questo tipo di sorprese, a maggior ragione se l’autrice in questione è una di quelle che a livello emotivo ha sofferto parecchio. Anzi, l’ipersensibilità potrebbe essere proprio uno dei motivi per cui il diario è piuttosto un registro: scrivere la realtà intorno è uno dei modi migliori per agganciarsi alla realtà, specialmente nei momenti più ansiogeni.
Mario Fortunato, nella bella introduzione che precede il testo, definisce lo stile di questo diario come “la scrittura stessa che guarda la vita“. E di fatto quello che può fare un lettore è lasciarsi totalmente sopraffare dalla vita come la racconta Virginia Woolf, che ci consegna le chiavi della quotidianità di una scrittrice ottocentesca tra conferenze, giri in biblioteca e scrittura compulsiva, ma anche tra passeggiate a raccogliere i funghi, camminate col cane, e confessioni oneste, tipo “non ho nulla di nulla da dire“. Una frase che, a pensarci bene, sembra quasi una giustificazione (verso sé stessa o i lettori?) di fronte all’incapacità di usare un diario come un diario. Del resto, nessuno di noi avrebbe mai scritto una cosa del genere nella propria agenda, luogo di sfogo al bisogno, dove non serve scusarsi.
Questo è l’aggettivo che mi viene in mente se penso alla visione del terzo episodio de Il Signore degli Anelli – Gli Anelli del potere. È un giudizio di pancia, puramente emotivo. Dopo una prima puntata brillante e una seconda a mio avviso un po’ sottotono, questi nuovi 70 minuti usciti lo scorso venerdì mi hanno assorbita completamente e mi hanno messo grande curiosità sullo sviluppo futuro della storia.
Molti personaggi iniziano a prendere forma e a dare più spessore alla trama. Primo fra tutti, Halbrand, re degli uomini del Sud in fuga dalla sua terra. Scopriamo che appartiene per discendenza a quel gruppo di esseri umani che si alleò con Morgoth causando morte e distruzione. Cosa lo abbia spinto ad abbandonare la sua gente, che cosa voglia davvero o come riuscirà ad aiutare Galadriel con la sua missione possiamo solo ipotizzarlo. Ma nello scoprire la sua identità non ho potuto fare a meno di pensare ad Aragorn. Anche l’eroe del Signore degli Anelli si porta dietro una pesante eredità: come erede di Isildur, è dinasticamente responsabile della mancata distruzione dell’anello del potere. Quando lo incontriamo nel film La compagnia dell’anello, il ramingo non osa rivendicare per sé il trono di Gondor perché teme la debolezza del suo sangue. La sua battaglia al servizio del bene serve anche da riscatto agli errori della sua stirpe. Ho la sensazione che vedremo Halbrand compiere un percorso molto simile. Nel terzo episodio lo vediamo nella fase della negazione (tipica del viaggio dell’eroe): vuole abbandonare la Terra di Mezzo con tutti i suoi problemi e vivere in pace nell’isola di Númenor. Ma qualcosa nella ricostruzione della sua nuova vita va storto. Non è colpa solo delle tradizioni della città che gli impediscono di integrarsi, ma anche delle sue emozioni represse (rabbia e frustrazione tra tutte) che vengono fuori.
Galadriel, discendente degli Elfi che iniziarono la guerra contro i progenitori di Halbrand, gli propone un riscatto: allearsi insieme per sconfiggere Sauron, l’erede di Morgoth. Chissà che cosa deciderà l’umano.
Nori, l’amicizia e le dure leggi della sopravvivenza
Le scene riguardanti Nori e i Pelopiedi sono state molto interessanti dal punto di vista tematico.
La sera prima di avventurarsi nel viaggio che li porterà a trovare una nuova terra, tutti i membri del villaggio si riuniscono per ricordare i nomi di quelli che sono stati lasciati indietro durante le marce degli anni precedenti. La rappresentazione della piccola società bucolica dei Pelopiedi, apparentemente così solidale e festosa, si tinge di ombre: i più deboli rimangono indietro. È la cruda legge della natura che sfida qualsiasi tipo di legame. Per assicurare la sopravvivenza di tutta la specie, i singoli individui che non riescono a stare al passo (in questo senso letteralmente) con la società, vanno abbandonati a loro stessi.
In questo contesto, il gesto ribelle di Nori dell’aiutare un perfetto sconosciuto appartenente a un’altra razza è ancora più significativo. La giovane rivendica l’amicizia come arma per sopravvivere. È nei rapporti interpersonali che si può trovare la forza per affrontare le sfide della vita, non nell’essere monadi. La gentilezza ripaga sempre. Lo straniero arrivato dal cielo trova il modo di rendersi utile e di aiutare la giovane che lo ha soccorso, nutrito e assecondato pur senza capire il senso di quanto l’altro faceva.
A proposito dello straniero, la domanda sulla sua identità rimane ancora senza risposta. C’è chi dice che si tratti di Gandalf, di Saruman o di Radagast… non ci rimane che aspettare e vedere.
Arondir e i campi di lavoro degli orchi
Cariche di tensione e di drammaticità le scene con Arondir protagonista. Sebbene il suo personaggio continui a rimanere un po’ piatto, i momenti che lo hanno visto sullo schermo hanno avuto il merito di creare suspense e attesa riguardo Adar, il capo degli orchi. Si tratterà di Sauron? Oppure è qualcun altro?
I campi di lavoro in cui sono imprigionati gli elfi e gli esseri umani fanno da sfondo ad alcune delle scene più violente mai viste nella Terra di Mezzo. A livello di tensione e di sangue, queste sequenze devono molto a Game of Thrones più che ai film di Jackson dove, anche nelle scene di battaglia più dure, difficilmente si può parlare di vera crudezza. La serie tv offre qualcosa di completamente nuovo.
Altri nuovi personaggi
Nonostante i protagonisti fin qui presentati non siano certo pochi, in questo terzo episodio incontriamo ancora altri personaggi. Fa la sua comparsa sullo schermo Elendil insieme al figlio, Isildur, e alla figlia, Eärien. Quest’ultima non è presente nei romanzi di Tolkien, ma è frutto della fantasia degli autori della serie. Sarà interessante vedere come sarà sfruttata la sua presenza all’interno della storia e, soprattutto, delle dinamiche familiari. È chiaro che tra Elendil e Isildur ci siano un bel po’ di incomprensioni e che siamo davanti al tipico schema in cui i desideri del figlio non coincidono con le aspettative paterne. Che siano questi conflitti la causa della fine di Isildur? Anche qui, possiamo solo aspettare e vedere che cosa succederà.
Tra i nuovi personaggi occorre menzionare anche la regina dell’isola, Míriel. Non è chiaro il perché gli esseri umani siano così tanto spaventati dalla presenza degli Elfi. Le prossime puntate dovrebbero chiarire il mistero.
Ambientazioni incantevoli
Se nella prima puntata abbiamo visto il regno di Lindon degli Elfi e nella seconda quello di Khazad-dum dei nani, ora è il turno dell’isola di Númenor. Proprio come per gli altri scenari, anche la città degli esseri umani lascia a bocca aperta gli spettatori e le spettatrici. Il mondo è dettagliato, splendente, credibile.
Queste ambientazioni, insieme ai costumi, alle interpretazioni e alla colonna sonora contribuiscono a creare un’atmosfera coinvolgente e appassionante. C’è voglia di perdersi in questo mondo. Fortunatamente, tra pochi giorni, potremo farlo ancora.
Incredibile ma vero: Tales the walking dead è iniziato con i primi due episodi claudicanti, per poi migliorare notevolmente a partire dal numero tre, con la storia di Alpha. Dopo il quarto episodio dedicato allo studio dell’homo mortuus, entriamo ex abrupto nella storia di Davon, la penultima della prima stagione di questa serie antologica.
Ci ritroviamo nel bel mezzo di un bosco: un uomo (Davon) è ammanettato ad uno zombie e non ricorda assolutamente niente: è ferito alla testa. Ad un certo punto si stacca la gamba di ferro e lo tramortisce per riuscire ad alzarsi. Attorno a lui un gruppo di uomini dà la caccia a qualcuno: quando una bambina lo vede le premesse non sono di salvezza. Meglio scappare. Nella corsa verso un riparo, Davon inizia ad aver flash del passato: guardando gli oggetti in casa inizia a ricordare dove si trova e cosa è accaduto. Una comunità lo ha accolto e curato, ha perso una gamba e ha trovato degli amici, forse anche qualcosa di più. Alcuni eventi oscuri però non riescono a venire fuori dalla sua mente: quello che comprende è che stanno dando la caccia proprio a lui per l’omicidio del bambini del gruppo. Determinato a dimostrare di non essere il colpevole, Davon farà di tutto per risalire alla verità e salvare la propria vita.
Amici nemici
Come sempre un episodio emotivo, un viaggio nelle emozioni che inizia e finisce lasciando un messaggio. In questo caso accompagniamo Davon nei suoi ricordi per scoprire insieme a lui cosa è davvero successo ai bambini. Non sappiamo se tifare per lui oppure no, se l’assassino è lui oppure no. I suoi ricordi sono parziali o è davvero innocente? Fatto sta che la comunità ci ha messo davvero poco ad accusarlo degli omicidi in quanto “ultimo arrivato”.
Consigliato anche il quinto episodio della serie antologica, non ci resta che aspettare il sesto e ultimo: il bello è che potrete scegliere quali guardare senza perdere nulla. Si tratta a tutti gli effetti di “racconti del terrore” con ambientazione zombie, ma con approccio da novella. L’atmosfera non è la solita da psicodramma di The Walking Dead, trasmette molta più inquietudine.
Promo trailer del sesto episodio
Alessia Pizzi
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
“NON SONO UNA REGISTA TRANQUILLA, NON SONO CARINA, NON SONO UNA SIGNORA, FORSE NEMMENO UNA DONNA. SONO SOLO UN’ARTIGIANA ARRABBIATA CHE DEVE RISOLVERE PROBLEMI TRA TEMPO, DENARO E POLITICA”.
Lina Wertmuller
In Italia, se si escludono figure quasi mitologiche come Elvira Notari ed Elivira Giallanella, bisogna aspettare gli anni sessanta per rivedere una donna dietro la macchina da presa, sia nel cinema mainstream (con Lina Wertmüller e Liliana Cavani) che nel cinema d’avantgarde.
Indice
Chi era Lina Wertmuller
Registra, scrittrice e sceneggiatrice, Lina Wertmüller è stata una delle più grandi cineaste a livello mondiale (1928-2021). Inizia la sua carriera come segretaria di edizione nel 1953 per “…e Napoli canta!” di Armando Grottini, successivamente affiancò Federico Fellini ne La dolce vita (1960) e 8½ (1963) da qui in poi si dedicò alla regia ed il successo internazionale fu velocissimo. Fin dalla direzione della sua prima opera I basilischi, la Wertmüller ha subito conquistato il Festival di Locarno ottenendo ben 14 premi in tutto il mondo.
Trentatrè film e trentadue sceneggiature sono serviti a rendere la film maker una vera e propria icona e visionaria nella filiera cinematografica nazionale e internazionale lasciando un segno importante nella commedia italiana. Più delle sue predecessore, ha letteralmente scardinato il perbenismo del cinema italiano grazie al suo essere trasgressiva e anticonformista.
La prima donna a vincere l’Oscar
Prima donna a vincere un Oscar [1] nella categoria miglior regista – dopo di lei ci saranno solo Jane Campion e Sofia Coppola, rispettivamente nel 1994 e 2004 – per Pasqualino sette bellezze; prima donna, insieme a Liliana Cavani, a rompere col moralismo tutto italiano, Lina Wertmüller è una vera e propria rivoluzionaria della macchina da presa. In un contesto sociale fortemente maschilista, la cineasta irrompe stravolgendo l’equilibrio tra uomo e donna, – falsato dai numerosi tabù e cliché che raccontavano un asservimento forzato della seconda sul primo – manifestando la voglia di mettere in scena una donna diversa, una donna guerriera. I suoi personaggi non sono mai lineari ma ruotano intorno alla provocazione e al paradosso, sottolineando la lotta di classi e di sessi.
I film più noti
La regista viene ricordata soprattutto per Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto dove troviamo una delle coppie più conosciute del cinema italiano: Giancarlo Giannini (con il quale la cineasta instaura un sodalizio lungo diversi film) e Mariangela Melato. Questa accoppiata vincente la ritroveremo in diverse sue opere come in Mimì metallurgico ferito nell’onore (un film magistrale sul sud italiano e sui suoi miti attraverso la storia di un giovane siciliano immigrato a Torino) e Film d’amore e d’anarchia – Ovvero Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza. La predilezione di Lina Wertmüller per i titoli lunghi era espressione ironica del disprezzo delle convenzioni aristocratiche, da cui lei era scappata e forse anche uno scherzo ai produttori che dovevano inserirli in cartellone.[2]
Negli anni ‘90 a portarle fortuna è il sodalizio con Sophia Loren tra tutti con l’adattamento di “Sabato, domenica e lunedì” da Eduardo e quello con Paolo Villaggio per “Io speriamo che me la cavo” dal romanzo-verità di Marcello D’Orta[3].
Lina Wertmüller non passa inosservata per energia, intelligenza e ironia, caratteristiche che le hanno consentito di ottenere bene tre candidature agli Oscar, tra cui quello per la migliore regia. Una regista inarrestabile, una bomba ad orologeria di creatività, ingegno e avanguardia. In un’epoca di commedie all’italiana la Wertmüller va oltre. Le valorizza e le rende più grottesche, estreme ed ironiche. Ogni opera è esagerata e sfacciata. La narrazione, valorizzata dall’uso di dialetti italiani sia del nord che del sud, unita alla fotografia trasforma l’opera in provocatoria, abbattendo i muri del politically correct prima ancora che diventasse un termine conosciuto e di uso comune.
Lina Wertmuller, e con lei Liliana Cavani, non hanno fatto del cinema un luogo di disertazione sulla diversità e fragilità femminili, ma una dimensione provocatoria ricca di paradossi.
Nella filiera cinematografica del tempo la Wertmuller ha fatto la differenza. Si è distinta per la capacità dar vita ad un umorismo contorto, opere con scene dall’erotismo selvaggio e satire politiche mirate. I personaggi, che volutamente ricalcano stereotipi nostrani, risultano sempre simpatici, anche nel loro essere inetti, arroganti o criminali.
Lina Wuertmuller è stata d’ispirazione per tante donne del cinema italiano e non solo. Il suo andare contro tendenza, la sua forza e la sua caparbietà l’hanno resa la cineasta per eccellenza del cinema italiano. Eppure oggi essere donna regista, sceneggiatrice, costumista, attrice o doppiatrice, o qualunque altra sia la professione svolta nella filiera, non è semplice. Si vive ancora di pregiudizi e disvalore. Nonostante i movimenti, lotte ed incontri, i cambiamenti sono centesimali e indirizzati a poche fortunate. Che dir si voglia, a poco serve parlare, fare conferenze con dati alla mano se poi nel concreto l’industria cinematografia ha ancora una forte anima maschilista.
Tutti i lavori
Fonte [4]
Cinema
I basilischi (1963)
Questa volta parliamo di uomini (1965)
Rita la zanzara (1966)
Non stuzzicate la zanzara (1967)
Il mio corpo per un poker, co-regia di Piero Cristofani (1968)
Mimì metallurgico ferito nell’onore (1972)
Film d’amore e d’anarchia – Ovvero “Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza…” (1973)
Tutto a posto e niente in ordine (1974)
Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (1974)
Pasqualino Settebellezze (1975)
La fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di pioggia (1978)
Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano moventi politici (1978)
Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante da strada (1983)
Sotto… sotto… strapazzato da anomala passione (1984)
Un complicato intrigo di donne, vicoli e delitti (1985)
Notte d’estate con profilo greco, occhi a mandorla e odore di basilico (1986)
In una notte di chiaro di luna (1989)
Sabato, domenica e lunedì (1990)
Io speriamo che me la cavo (1992)
Ninfa plebea (1996)
Metalmeccanico e parrucchiera in un turbine di sesso e politica (1996)
Ferdinando e Carolina (1999)
Peperoni ripieni e pesci in faccia (2004)
Televisione
Il giornalino di Gian Burrasca (1964-1965) – serie TV in 8 episodi
È una domenica sera di novembre (1981) – film TV
Il decimo clandestino (1989) – film TV
Bari, episodio del documentario 12 registi per 12 città (1989)
Vivaldi, episodio della serie TV documentaristica L’encyclopédie audio-visuelle (1993)
Francesca e Nunziata (2001) – film TV
Mannaggia alla miseria (2009) – film TV
Roma, Napoli, Venezia… in un crescendo rossiniano (2014) – cortometraggio documentaristicoRoma, Napoli, Venezia… in un crescendo rossiniano (2014) – cortometraggio documentaristico
Sceneggiatrice
Città violenta, regia di Sergio Sollima (1970)
Quando le donne avevano la coda, regia di Pasquale Festa Campanile (1970)
Quando le donne persero la coda, regia di Pasquale Festa Campanile (1972)
Fratello sole, sorella luna, regia di Franco Zeffirelli (1972)
Nessuno deve sapere, regia di Mario Landi (1972) – miniserie TV
Cari genitori, regia di Enrico Maria Salerno (1973)
Which Way Is Up? (1977)
Regie Teatrali
Amore e magia nella cucina di mamma
Carmen
L’esibizionista
Gianni, ginetta e gli altri
Bhoeme
Pierino e il lupo (regista ed interprete)
Storia d’amore e di anarchia
Lasciami andare madre 2004
Molto rumore senza rispetto per nulla2004
Nozze di figaro 2007
Gianburrasca 2010
Un’allegra fin de siecle 2013
Doppiaggio
Mulan (1998) (voce di Nonna)
Libri
Essere o avere. Ma per essere devo avere la testa di Alvise su un piatto d’argento, Milano, Rizzoli,
1981.
Iris e lo sceicco, ovvero Sceicchi e femministe, ovvero Storia d’evasione e d’oriente, con
illustrazioni di Milo Manara, Torino, Nuova Eri, 1988.
Avrei voluto uno zio esibizionista, Milano, Mondadori, 1990.
Alì Baba e il destino giocatore spericolato e spesso baro, Napoli, Guida, 1992. (bifronte con Prima
poi tornerò di Andrej Longo)
Arcangela Felice Assunta Job Wertmüller von Elgg Espanol von Brauchich cioè Lina Wertmüller,
Milano, Frassinelli, 2006. I (autobiografia, con un CD di 32 canzoni da lei interpretate)
Tutto a posto e niente in ordine, Lina Wertmüller, Mondadori, 2012. (biografia)
Premi e riconoscimenti
Premio Oscar
1977 – Nomination miglior film straniero per Pasqualino Settebellezze
1977 – Nomination miglior regista per Pasqualino Settebellezze
1977 – Nomination migliore sceneggiatura originale per Pasqualino Settebellezze
2020 – Oscar onorario
Golden Globe
1977 – Nomination miglior film straniero per Pasqualino Settebellezze David di Donatello
2010 – David di Donatello alla carriera
Globo d’oro
2009 – Globo d’oro alla carriera
2009 – Gran Galà del Made in Italy Rai Uno
Premio Flaiano
2008 – Premio alla carriera categoria Cinema
Festival di Locarno
1963 – Vela d’argento per I basilischi
2016 – Premio Letterario Piero Chiara alla carriera
È tutta la vita che aspetto di dire queste cose e non me le aveva mai chieste nessuno. E guarda che è brutto avere una risposta bella pronta e nessuno mai ti fa la domanda giusta!
Titolo originale:Santa Maradona Regista: Marco Ponti Soggetto e sceneggiatura: Marco Ponti Cast Principale: Stefano Accorsi, Libero De Rienzo, Anita Caprioli, Mandala Tayde, Fabio Troiano Nazione: Italia Anno: 2001
Santa Maradona segnò il debutto alla regia di Marco Ponti nel 2001 e divenne col tempo un cult del cinema italiano.
L’anno 2001 fu infausto per il mondo contemporaneo, con la tragedia delle Torri Gemelle l’11 settembre, ma non solo. Non per il cinema italiano, però, visto che uscirono molti film passati per diversi motivi alla storia della nostra industria. Basterebbe citare tre pellicole di grande successo come Le fate ignorantidi Ozpetek, L’ultimo bacio di Gabriele Muccino e La stanza del figlio di Nanni Moretti. Ma il 2001 fu anche l’anno del primo lungometraggio di Paolo Sorrentino, L’uomo in più, che segna anche l’inizio del sodalizio con Toni Servillo.
Su questa onda fortunata di creatività navigava anche Marco Ponti, con Santa Maradona, di cui aveva scritto anche soggetto e sceneggiatura e per il quale vinse il David di Donatello come miglior regista esordiente.
Santa Maradona è un piccolo gioiello, che uscì in sordina in pochissime sale. Ma ebbe un successo lento e dirompente, grazie al passaparola e alla pirateria informatica, forse perché – a dispetto della volontà dell’autore – una generazione, quella X, vi si immedesimò facilmente.
La trama di Santa Maradona
Andrea (Stefano Accorsi) e Bart (Libero De Rienzo) sono due giovani amici neo-laureati che condividono un appartamento a Torino. Disoccupati e squattrinati, si arrabattano cercando di sbarcare il lunario. Andrea inanella una serie tragicomica di colloqui di lavoro fallimentari. Bart vivacchia indolente scrivendo recensioni letterarie per un giornale e pronunciando battute caustiche. Compagna di sventure è la loro amica Lucia (Mandala Tayde), con una vita sentimentale e familiare un po’ turbolenta.
La svolta del film è l’incontro casuale di Andrea con l’insegnante e attrice Dolores (Anita Caprioli), dalla vita precaria quanto la sua, per la quale perde completamente la testa. Si innamorano, ma Dolores lo delude confessandogli un errore commesso prima di incontrarlo e Andrea rischia di mandare tutto in malora. Il finale sarà aperto, ma decisamente ottimista.
Come si intuisce, non è l’intreccio a rendere tanto piacevole questa commedia. Secondo il critico Renzo Fegatelli, infatti, con Santa Maradona si è voluto “rendere epico il quotidiano”, con i personaggi, le situazioni, le atmosfere e i dialoghi.
La sceneggiatura e l’ambientazione
I dialoghi scritti da Ponti sono sicuramente un punto di forza di Santa Maradona, pieni di ironia e riferimenti culturali e cinematografici. Sono talmente ricchi che ogni volta che si vede il film ci si rende conto di qualcosa di diverso, di cui prima non ci si era accorti.
La sceneggiatura è uno scrigno di battute cult, pronunciate soprattutto dal personaggio di Bart, che qualcuno ha definito addirittura il Lebowski italiano. A renderle memorabili, però, è stata soprattutto l’interpretazione di Libero Di Rienzo, che gli è valsa il David di Donatello come miglior attore protagonista. In molti giustificano l’amore del pubblico per questa pellicola proprio con Bart, il suo umorismo caustico e l’eccezionale bravura dell’attore, che se ne è andato troppo presto, lasciandoci pochi film per consolarci dalla nostalgia di non poter vedere altre sue interpretazioni così.
Tra i riferimenti più curiosi presenti nel film segnalo quello alla commedia americana Week-end con il morto, che di fatto Andrea e Bart rimettono in scena con il loro co-inquilino Pier Paolo, riapparso sorprendentemente dopo mesi di assenza, talmente strafatto da aver perso conoscenza. Ma alcune inquadrature e le scene in cui i personaggi scappano dopo uno scherzo o un furto citano chiaramente anche Trainspotting.
Altra curiosità riguarda Bart, che si chiama esattamente Bartolomeo Vanzetti, esattamente come l’immigrato italiano, attivista anarchico, condannato a morte negli Stati Uniti insieme a Ferdinando Nicola Sacco nel 1927. Una scelta coerente dello sceneggiatore, visto lo spirito un po’ anarchico che pervade tutto il film, ma soprattutto il personaggio interpretato da Libero De Rienzo.
Altro elemento di fascino di Santa Maradona è l’ambientazione metropolitana, nella Torino dei primi anni 2000, che lo rende un film più europeo che italiano. La scelta di non girare a Roma o a Milano diventa stilistica, con un’atmosfera urbana e popolare. La città è riconoscibile, ma non ad ogni inquadratura e così si potrebbe essere in una qualsiasi città europea.
Le atmosfere torinesi sono esaltate anche dalla colonna sonora, affidata ai Motel Connection, progetto parallelo di alcuni componenti dei Subsonica.
Le scene sono molto dinamiche: i personaggi corrono molto e anche quando stanno fermi – pensiamo alla caratteristica indolenza di Bart – emanano l’energia vitale dei giovani, contenuta solo da un contesto sociale che poco ha da offrire loro.
Il titolo e il significato del film
Il titolo Santa Maradona è una citazione dell’omonima canzone che accompagna i titoli di testa, della band francese Mano Negra, di cui ha fatto parte Manu Chao.
La canzone, più che parlare di Diego Armando Maradona, parla del suo pubblico, che lo ama gridando, esaltandosi, gioendo a ogni impresa. È un pubblico di gente vera e povera, che ha trovato il suo idolo, anche quando ha segnato un gol di mano all’Inghilterra e ha sfottuto gli avversati dicendo che era stata la mano di Dio.
Il regista Marco Ponti ha raccontato di aver scelto questa canzone e il suo titolo perché anche i suoi personaggi vogliono segnare un gol di mano, trasgredire le regole. Il titolo in comune tra film e canzone accosta l’aggettivo “santa” a un personaggio mitizzato e criticato come Maradona, che ha fatto il meglio e il peggio nella vita, creando un contrasto forte. Anche i personaggi di Santa Maradona sono positivi e negativi insieme e l’autore li definisce – quasi con un ossimoro – dei “nichilisti ottimisti”.
Fin dall’uscita il film è stato accolto dalla critica e dal pubblico come un film che doveva raccontare le difficoltà della generazione X. Il critico Morandini lo definì “un’altra commediuccia generazionale sulla sindrome di Peter Pan con velleità di rispecchiamento sociologico” sulla scia de L’ultimo bacio.
Nel corso degli anni, Ponti ha anche spiegato che la sua intenzione non era affatto quella di raccontare nello specifico una generazione. Lo stesso uso di un titolo così criptico sottolineava il fatto che non avesse idea di quale generazione stesse parlando. Il suo scopo era piuttosto “fotografare uno stato d’animo e immortalare il passaggio all’età adulta”.
In effetti, visto a distanza di anni, è un film che resiste un po’ al tempo, proprio perché più che della sindrome di Peter Pan di una specifica generazione, parla di quella fase transitoria della vita in cui si è smesso di studiare, ma non si è ancora completamente nel mondo del lavoro; magari non si hanno più i genitori, ma non si è economicamente indipendenti; ci si innamora ma non si è ancora maturi abbastanza per accettare davvero l’altro/a per ciò che è.
Per questo, probabilmente, Santa Maradona piace a chi nel 2001 aveva tra i venti e i trenta anni e comunque si riconosce in quel contesto storico in cui ha vissuto la sua fase di passaggio; ma anche a chi è giovane adesso e sta vivendo quella fase in un periodo storico che, almeno per quanto riguarda l’accesso al mondo del lavoro, la realizzazione di se stessi e dei propri sogni e la difficoltà a gestire le relazioni sentimentali, presenta quasi le stesse difficoltà.
O forse piace perché nei dialoghi c’è una felice convivenza tra leggerezza e densità.
Libero De Rienzo di Santa Maradona pare fosse molto orgoglioso. Gli riconosceva l’essere stato formativo per molti e che avesse lasciato un segno. Lui non voleva “scomodare parole troppe grosse” come “cult”, ma io sì.
Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»
La notizia che ci si aspettava dal pomeriggio, è arrivata alle 19.30 dell’8 settembre: è morta la Regina Elisabetta II.
Appena tre mesi prima aveva festeggiato il giubileo di platino per i 70 anni di Regno. Solo il Re Sole, Luigi XIV, aveva regnato più di lei, che però è diventato Re da bambino ed è morto a 77 anni.
A Febbraio si era ammalata di Coronavirus ma nonostante tutto si era ripresa, seppur rimasta un po’ indebolita. Al suo fianco era apparso un bastone per aiutarsi a sostenersi e a camminare, solamente ora a 96 anni e dopo la malattia.
E per una persona della sua età il peggioramento dello stato di salute, dopo la morte del consorte e dopo il contagio da covid, avrebbe preannunciato la sua imminente dipartita. Nessuno comunque se lo sarebbe aspettato da Sua Maestà. Da una donna che ha vissuto la secondo guerra mondiale durante un periodo delicato come l’adolescenza, che è diventata Regina giovanissima e che ha affrontato molteplici scandali, il divorzio di Diana e Carlo e, tra tutti, la morte della principessa del popolo.
Negli ultimi anni, in cui era più anziana e avrebbe preferito forse riposarsi un po’, la sua famiglia le ha creato enormi grattacapi. Il più grave è stato il figlio Andrea, coinvolto nello scandalo di Jeffrey Epstein, accusato di abusi sessuali, che avrebbe abusato di una donna che all’epoca dei fatti aveva diciassette anni. All’inizio del 2022 la Regina lo ha privato del titolo di Altezza Reale e dei titoli militari.
C’è stato anche il suo adorato nipote Harry a mettere pepe nella vita di Sua Maestà, con l’abbandono degli oneri reali tramite social e le accuse di razzismo verso la famiglia reale, in duetto con la sua signora.
È per questo e per molto altro che la Regina Elisabetta II è stata e sarà sempre l’Icona di due secoli, perché lo è stata nel XX e nel XXI secolo.
È nata il 21 Aprile del 1926, in un mondo che pensava e si muoveva in modo completamente diverso da quello di oggi. In Italia si era insediato da qualche anno il Partito Fascista e la prima guerra mondiale era finita da otto anni. L’Europa, ancora ferita, si stava ancora riassestando. Fotografie e video, che ora riempiono le memorie dei nostri dispositivi, erano in bianco e nero, in scarsa risoluzione e poco diffusi.
Lo stesso anno in cui Lilibeth compie tredici anni, Hitler invade la Polonia e il Regno Unito entra in guerra e, sette anni dopo la fine del conflitto, nel 1952, diventa Regina. La seconda guerra mondiale ha cambiato drasticamente il mondo. Dopo di essa molte monarchie sono scomparse, come anche nel nostro Paese, molti popoli colonizzati hanno rivendicato l’indipendenza e le donne hanno finalmente ottenuto il diritto di voto in molte nazioni.
Nella seconda metà del Novecento c’è stato un velocissimo cambiamento nel modo di agire e pensare delle persone e soprattutto nella tecnologia, che non era mai stato sperimentato prima nella storia dell’umanità.
Tutto ciò Elisabetta II non l’ha vissuto passivamente come tanti altri suoi coetanei.
Queste novità hanno avuto un forte impatto sulla Monarchia Inglese e lei non l’ha fatto affondare sotto di esse. Ci ha surfato al loro interno, come fossero una grande onda, con eleganza, compostezza e determinazione. Sicuramente ci è riuscita con l’aiuto e i consigli dell’esemplare Regina Madre, del marito e compagno di vita Filippo e dell’ufficio di comunicazione della Casa Reale.
Ha commesso qualche sbaglio nel suo essere così legata alle tradizioni e alle radici storiche della famiglia, ad esempio costringere il figlio Carlo a sposare chi avesse un alto titolo nobiliare, ossia Diana Spencer. Una decisione che è stata fatale per la Corona e la sua popolarità negli anni a seguire.
L’8 settembre 2022, alle 14.30, è giunta la notizia che i medici erano preoccupati per la salute della Regina Elisabetta. Addirittura la BBC ha interrotto tutti i programmi per trasmettere informazioni continue sulla situazione e le persone avevano capito quale tipo di annuncio sarebbe arrivato più tardi, quando tutti i conduttori e giornalisti della BBC si sono cambiati d’abito vestendo di nero.
La sua influenza e la sua popolarità sono state tali che più di un milione di persone si sono collegate al sito online della BBC news.
A Balmoral si sono presto recati suo figlio Carlo con Camilla e il principe William, poi gli altri figli e il nipote Harry.
Alle 19.30 è giunta la notizia della sua morte, anche se è probabile che fosse venuta a mancare già da alcune ore e che aspettassero l’arrivo dei parenti più prossimi, prima di darne l’annuncio.
La ragione è che esiste un protocollo da seguire, per comunicare la morte di un Reale.
Il protocollo di Elisabetta II è stato modificato più volte negli anni, alcune cose le ha scelte lei stesse e altre scelte spettavano all’erede Carlo. In caso di morte a Londra sarebbe scattato il protocollo London Bridge, con la frase “London Bridge is down”. Poiché è venuta a mancare in Scozia, è stata messa in pratica l’Operation Unicorn.
Quel che succederà al Regno di Elisabetta II, dopo i suoi funerali tra dieci giorni, è un’incognita a cui potremo assistere solo noi e che dovrà gestire Carlo.
Cosa accadrà dei Paesi del Commonwealth, lasceranno l’organizzazione? È vero che la Regina si trovava in Scozia, al momento del decesso, nella sua residenza estiva, ma ciò legherà in maniera particolare gli scozzesi alla Monarchia e al Regno? Indiranno altri referendum per abbandonare il Regno Unito?
E la domanda cruciale è se i britannici, adesso che è morta la Sovrana a cui erano affezionati, vorranno ancora la Monarchia. Non si preannuncia un periodo facile per il primogenito, il nuovo Sovrano Re Carlo III, e per i nuovi Principe e Principessa del Galles, William e Kate.
Elisabetta è stata un’incredibile donna, che ha avuto un impatto più profondo di qualunque altro personaggio del ‘900.
Il nome dei Queen, i Sex Pistols con God Save the Queen, una Barbie con le sue fattezze, Andy Wharol e ovviamente molti film, docufilm e serie tv a lei dedicati, come The Crown e The Queen.
La programmazione Sky per omaggiarla
Su Sky Documentaries in simulcast su Sky Uno e in streaming su NOW, alle 21.15 ci sarà Elizabeth – A Portrait In Parts, film del regista premio Oscar Roger Michell che, utilizzando immagini di repertorio che attraversano decenni, dagli anni ’30 al 2020, regala un ritratto celebrativo e irriverente di Elisabetta.
Su Sky Uno il ricordo della Regina oggi inizierà alle 17:20 con alcuni episodi di The Royals: il primo dedicato al rapporto tra la Regina e i tantissimi Primi Ministri che si sono succeduti durante il suo Regno: ben 14, da Winston Churchill a Margaret Thatcher a Tony Blair, fino a Boris Johnson, l’ultimo con cui ha avuto modo di lavorare prima della proclamazione, appena due giorni fa, del nuovo PM Liz Truss; a seguire, alle 18:20, un focus sul rapporto tra Elisabetta e suo figlio Carlo, figlio maggiore e primo erede al trono.
Alle 19:15,The Coronation, uno speciale risalente al 65° anniversario dell’incoronazione in cui la stessa “Lilibeth” – come affettuosamente veniva chiamata dal popolo britannico – raccontava davanti alla telecamera, guardando anche filmati rarissimi, i suoi ricordi della cerimonia; un racconto di quella giornata, nel cuore del secondo Dopoguerra, che passa anche attraverso gli straordinari gioielli della Corona.
Alle 20:15, TheQueen Unseen, in cui viene mostrato il lato più intimo e nascosto della Regina attraverso filmati privati, archivi informali o materiale proveniente da tutto il mondo.
Su Sky Cinema Due sempre venerdì 9, alle 23:00 sarà proposto il film The Queen – La Regina, disponibile anche on demand, dove sarà eccezionalmente visibile per tutti gli abbonati Sky. La pellicola del 2006, diretta da Stephen Frears, vede protagonista Helen Mirren nei panni di Elisabetta che, dopo la morte di Lady Diana, cerca di proteggere la privacy della corte dall’invasione dei media. Un’interpretazione straordinaria che è valsa all’attrice un premio Oscar®, un Golden Globe® e la Coppa Volpi alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 2006.
Tutti i titoli sono anche in streaming su NOW.
La puntata di Ulisse
Potete ricordare la regina anche con la puntata di Ulisse che Alberto Angela le ha dedicato, disponibile su Ray Play.
E l’orsetto Paddington, amato nel Regno Unito, con cui Elisabetta ha girato un video simpatico per il suo Giubileo, l’ha salutata e ringraziata su Twitter.
Anche noi la ringraziamo, per la persona che è stata e l’impronta che ha lasciato.
La Regina Elisabetta II è stata una colonna, una presenza costante nella realtà e nella società, che adesso è difficile immaginare senza di lei.
Sembra sia crollato o sparito un monumento, come se fosse scomparso il Colosseo a Roma, quella figura che le persone hanno sempre saputo essere lì presente, attraverso il tempo, a consolarle con la sua stabilità in un mondo in cambiamento repentino.
Ambra Martino
Foto press kit Sky: “Elizabeth – a portrait in arts”
Avevamo già parlato di Tenet, l’undicesimo film di Christopher Nolan e film apripista per il ritorno in sala dopo la chiusura forzata causata dalla pandemia Covid-19, esplosa pochi mesi prima. Per quanto se ne possa dire, sull’ultimo lavoro del regista prima del divorzio con Warner Bros., ha fortemente inciso il particolare periodo storico, come testimoniano i 350 milioni di dollari incassati globalmente – a fronte dei 210 di budget – di gran lunga inferiori alle aspettative pre-pandemiche. Più volte rimandato, ripudiando la distribuzione sulle piattaforme streaming, Tenet rappresenta senza ombra di dubbio il film più complesso e ambizioso dell’autore ossessionato dal tempo, desideroso di creare una narrativa capace di sbalordire il pubblico ancora una volta. Per questo, e per svariate altre ragioni che andremo ad analizzare in questo approfondimento, si tratta di un’esperienza filmica unica nel suo genere.
Viviamo in un mondo crepuscolare
Nel Teatro d’Opera di Kiev, una squadra di infiltrati della CIA partecipa a un’operazione sottocopertura tra le fila di mercenari russi intenzionati a recuperare un oggetto rubato non ben identificato. Quando scopre che l’intero edificio sta per saltare in aria, il Protagonista si espone per salvare i civili all’interno, recuperando gli ordigni esplosivi e portandoli fuori pochi istanti prima della detonazione. Identificato come spia, l’uomo viene torturato per ore prima di riuscire a inghiottire una pillola per il suicidio che si rivelerà essere un test per reclutare nuovi membri di un’agenzia ignota: Tenet. I facenti parte di questo gruppo combattono una guerra segreta per la salvezza dell’intera umanità, da una minaccia proveniente dal futuro. Il resuscitato agente viene così a conoscenza del fatto che, a decenni di distanza da quel momento, verrà ideata una tecnologia in grado di sovvertire l’entropia di oggetti e persone, permettendogli di muoversi a ritroso nel tempo. Detriti invertiti di una guerra imminente vengono ritrovati dall’agenzia con sempre più frequenza, portando il Protagonista sulle tracce dall’oligarca russo Andrei Sator, che sembra avere connessioni con chi dal futuro vuole la distruzione del presente.
Una spy-story entropica tra tempo e spazio
Dall’anima noir e dalle svariate tinte action – e al termine persino war-movie – Tenet è essenzialmente una spy-story temporale. Un nemmeno troppo velato omaggio ai grandi film di James Bond, di cui Christopher Nolan è appassionato fin da quando era bambino. Un genere popolare e dagli stilemi ben precisi che il regista si prefigge di innovare in qualche modo, adattandoli alla sua personale poetica. Ed è attraverso il concetto di inversione, cioè il rovescimento entropico di un oggetto o di una persona, che il prestigiatore Christopher Nolan trasforma quel qualcosa di ordinario in straordinario (The Prestige docet), incastonando il tutto nel misterioso quadratato magico del Sator.
Composto dalle parole: SATOR, AREPO, TENET, OPERA, ROTAS, il quadrato del Sator è un’enigmatica iscrizione latina palindroma che, per la sua particolare disposizione, può essere letta in egual modo da destra verso sinistra e vicersa, così come dall’alto verso il basso e l’opposto. Le cinque parole appaiono ripetutamente nel lungometraggio ma non si tratta soltanto di mero citazionismo in quanto, come vedremo, saranno proprio queste a essere le chiavi per decifrare il rompicapo Tenet.
Per quanto complessa e non di immediata fruizione, che va vissuta ancor prima di essere capita, la sceneggiatura firmata Christopher Nolan, è unica nel suo genere e non paragonabile a nessun’altra, per la sua freschezza nel sovvertire la linearità della narrazione canonica. Siamo infatti abituati alla fruizione di storie che portano le parti in causa da uno punto iniziale (A) e uno finale (B) posto più in là nel tempo; cosa che in Tenet non accade.
Escludendo il prologo e l’epilogo, per il quale non vengono dati indizi sui rispettivi collocamenti, la storia del nostro Protagonista parte già da un punto intermedio sulla linea temporale dell’intero film, raggiungendo il punto più lontano a metà opera. La pellicola poi si riavvolge, e lo spettatore può rivivere parte degli stessi accadimenti già mostrati ma da un diversa angolazione invertita. Si ritorna così sempre più indietro fino a raggiungere la guerriglia in Siberia e la contemporanea vacanza in Vietnam di Sator e Kat, svoltesi ben due settimane prima del pranzo tra il nostro agente segreto e Sir. Michael (Caine) che, per comodità, considereremo come il punto d’inizio dell’operazione. Tenet segue dunque lo schema: B – C – B a reverse – A.
Si tratta di un’idea tanto intrigante quanto rischiosa che fu concepita durante la lavorazione di Interstellar, nel quale viene ripetuto in continuazione che il tempo non può scorrere a ritroso. Ma è proprio quando il film entra in pre-produzione, durante il tour per il mondo alla ricerca delle locations, che la sceneggiatura prende sempre più la sua forma definitiva. Girato in 7 diversi paesi, Tenet è il ritorno Christopher Nolan a una produzione cinematografica su scala mondiale, in netto contrasto con la specificità di Dunkirk, estremamente circoscritto in quel tempo e in quel luogo.
Il Protagonista, l’antagonista e l’amico al tramonto
Come ogni film di spionaggio che si rispetti, vi era la necessità di avere un protagonista duro e pragmatico, estremamente lucido in ogni frangente, poco incline allo stupore e dalla battuta sempre pronta, costantemente a metà tra il sarcasmo e la sfida. Al tempo stesso però, avrebbe dovuto avere la sensibilità per compiere atti estremi per un bene superiore, mosso non solo dal dovere ma dai sentimenti, risultando così accessibile a chi si relazioni con lui sia dentro che fuori dallo schermo. Non proprio un compito facile per John David Washington, che ha saputo destreggiarsi non solo con credibilità tra le fughe e gli inseguimenti richiesti dal genere spy, ma che si è reso brillante protagonista di alcune delle scene di combattimento tecnicamente più complesse della Storia del Cinema. Tuttavia, al termine dell’opera, il suo personaggio si rivelerà essere molto di più di un semplice braccio armato, scoprendosi anche come la mente dietro l’intera operazione a tenaglia temporale e cuore pulsante della narrazione, incapace di scendere a compromessi quando è in gioco la salvaguardia di Kat.
Come quasi sempre accade nella poetica nolaniana, anche in Tenet troviamo una figura femminile quale motore delle azioni e delle scelte del protagonista, un ruolo che qui è interpretato da Elizabeth Debicki. Trattata come oggetto e tenuta in ostaggio dal marito, Katherine passa da momenti di grande forza e compattezza ad altri di estrema fragilità riuscendo, ferita dopo ferita, sopruso dopo sopruso, a conquistarsi con le proprie mani la tanto desiderata libertà, sfuggendo così alla tanto lussuosa quanto collerica prigionia di Sator.
L’oligarca russo, il cui nome in latino significa “seminatore” e in senso figurato anche “creatore”, è il più evidente collegamento – dopo Tenet – con il palindromo quadrato magico. Muovendosi come un Dio tra gli uomini del presente, e scelto dal futuro per portare a compimento l’inversione entropica del mondo, Sator è l’incarnazione del male supremo. Un’antagonista dalla spietata forza distruttiva che, similarmente al Joker di Heath Ledger, brama di veder bruciare il mondo per puro divertimento o, come in questo caso, per puro egoismo e desiderio di vendetta. Nato in povertà, il suo è un destino radioattivo di rivincita personale nei confronti del mondo intero, che lo porterà a scambiare la propria vita, e quella dell’umanità del presente, per una ricchezza personale a scadenza. “Tempo per soldi” è questo il patto che stringe Sator con il diavolo, nella presunzione di divenire più che semplice strumento del futuro. Nella chiarificatrice telefonata del terzo atto tra protagonista e antagonista, l’oligarca russo confessa che il suo più grande peccato è stato quello di aver dato alla luce un figlio in un mondo chesapeva destinato a concludersi per mano sua. Un prezzo che è comunque disposto a pagare non conoscendo realmente l’amore in nessuna forma. Invertendo la direzione del tempo, il suo scopo ultimo è dunque quello di sancire contemporaneamente la fine di un mondo e la creazione di un altro, divendo così simultaneamente distruttore e, come vuole il suo nome, creatore.
Ad affiancare il Protagonista senza nome nella lotta per il dominio del tempo contro Sator, interpretato magnificamente da un Kenneth Branagh dallo sguardo mai così freddo e risoluto, ricopre un ruolo di spicco il misterioso Neil. Il personaggio di Robert Pattinson si rivelerà essere l’uomo che dal futuro ha viaggiato a ritroso nel tempo fino agli avvenimenti narrati per “intrecciare un altro passato nella storia della missione“. In mondo crepuscolare, Neil è l’amico al tramonto e l’arma segreta di Tenet,incaricato dal Protagonista del Domani per assicurarsi che Sator venga fermato.
Degni di nota sono anche Himesh Patel e Aaron Taylor-Johnson nei rispettivi panni di Mahir e di Ives ma, per decifrare meglio la trama dell’opera, va prestata grande attenzione a Priya (Dimple Kapadia). Durante i dialoghi tra la trafficante d’armi indiana e il Protagonista, che ricordano tanto la gerarchia tra M e James Bond, viene più volte posto l’accento su quanto l’ignoranza sia la chiave per la riuscita della missione. Le bugie di Christopher Nolan ritornano prepotenti in questo rapporto di non detti e, soltanto all’epilogo, verrà rivelata la verità con uno sconcertante cambio di ruoli. Il Protagonista onniscente del futuro si palesa agli occhi dello spettatore, confessando di aver ideato Tenet per eliminare chiunque sappia dell’esistenza dei viaggi del tempo. Kat esclusa.
Recitare, correre e combattere a reverse
Girare qualche sequenza in reverse mode o muovendosi a ritroso, non è di certo qualcosa di unico ma è qui che Tenet si eleva ulteriormente. L’uso dell’Imax è stato ancora una volta privilegiato e innovato, attraverso l’ideazione di bobine e meccanismi che hanno permesso la creazione e l’utilizzo della prima camera Imax Reverse Mode. Tuttavia, ciò non è sufficiente. Per stupire e ingannare l’occhio di chi guarda si è scelto di sfruttare simulataneamente diverse tecniche: dalle camere che riprendevano sia in avanti che indietro, alla CGI per le reazioni ambientali impossibili da riprodurre nella realtà, fino alle difficoltose prove attoriali, tutto è stato calibrato per aumentare esponenzialmente il coinvolgimento dello spettatore.
Se Kenneth Branagh ha dovuto recitare al contrario senza tralasciare l’accento russo del suo personaggio, John David Washington si è trovato nella posizione di dover girare la medesema scena di combattimento in sia real mode che a reverse, muovendosi sia normalmente che al contario per entambi gli shot. Per il solo combattimento nel deposito della ROTAS, quando il Protagonista si trova a combattere contro sé stesso, l’attore ha dovuto imparare il combattimento in quattro diverse varianti!
Come da marchio di fabbrica del regista dunque, la computer grafica è ridotta al minimo. Che ci crediate o no, è stato utilizzato un vero 747 in disuso e fatto schiantare contro un hangar aeroportuale costruito per l’occassione; le riprese dell’inseguimento sull’autostrada di Talin sono state possibili modificando la trazione delle automobili, permettondogli così di sfrecciare ad alte velocità in una simil retromarcia. Questo predominio delle tecniche analogiche ha permesso al pubblico di restare ancorato alla realtà, anche se quanto mostrato è scientificamente impossibile, regalando le migliori scene action dell’intera filmografia destinate a non invecchiare.
Un presente chiamato Tenet
A generazioni di distanza dagli avvenimenti narrati, gli oceani si sono alzati e i fiumi sono seccati convicendo alcuni abitanti del futuro che l’unica soluzione per la sopravvivenza sia l’inversione entropica del mondo. Affinché possano viaggiare a ritroso nel tempo, vivendo sotto il nostro Sole e sistemare le cose, hanno bisogno che Sator recuperi le nove parti dell’algoritmo nascoste nel passato e, come un seminatore, le sotterri in un luogo prestabilito. In questo senso il film diviene non solo palindromo ma anche una rappresentazione del “paradosso del nonno“, con i Terroristi del Domani che, cercando di alterare il passato, non si rendendo conto che il futuro già prevede la loro sconfitta.
Tenet non è dunque solo il nome dell’agenzia che dovrà contrastare Sator ma, metaforicamente, è l’immutabilità del nostro presente che, proprio come la parola nel quadrato magico, è incastonato tra passato e futuro. Comportarsi diversamente, come suggerisce il Protagonista al crepuscolo, non è un’opzione. Tutto andrà come deve andare. Chiamatelo “destino” se volete. Christopher Nolan lo chiama “realtà“, ricordandoci che il presente è il tempo dell’azione e quanto ogni generazione sia responsabile anche per chi avrà da venire. Dopotutto: “è stato cio che è stato, è un’espressione di fiducia nella meccanica del mondo, non una scusa per non fare niente”.
In conclusione, Tenet è un film tanto complesso quando affascinante, impossibile da decifrare in un’unica visione. Osando mai prima d’ora, il regista inglese chiede a chi guarda di restare vigile e seguire gli innumerevoli indizi disseminati dentro e fuori l’opera. Uno sforzo che, soprattutto di questi tempi, non tutti sono disposti a fare e che mette l’autore nella difficile posizione di chi obbliga a rivedere il film, in alcuni casi, persino per comprenderne snodi cruciali. Ma ecco che – ancora una volta sottotraccia – Christopher Nolan codifica il messaggio definitivo. Mostrando un pubblico addormentato all’Opera di Kiev e tenendo in ostaggio Kat per un Goya del falsario Arepo, il rimando al dipinto “Il sonno della ragione genera mostri” dell’artista spagnolo è lampante e il guanto di sfida per lo spettatore sempre più passivo è lanciato. Non assopirsi ma restare vivi con il cuore e con la testa in questo tempo presente (Tenet), impedendo ai mostri egoistici (Sator)di vincere. Sarà poi necessario tornare per rivivere il tutto, grazie alla vera macchina del tempo: il cinema. Salendo sulla giostra ed entrando nuovamente in quel tornello nascosto alla Rotas – “ruota” in latino – per avere la possibilità di rivedere il tutto con occhio diverso, con un nuovo punto di vista, in pieno stile Christopher Nolan. “Tempo per conoscenza”, questo è il patto. Sei disposto a siglarlo?
Michele Finardi
Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Se vi capita in giro di trovare una pianta come questa, sfregate le sue foglie tra le dita e odoratela. Sempre che l’odore dell’incenso in Chiesa non vi dia fastidio o non vi faccia svenire: ad alcuni succede.
Il vero nome della pianta dell’incenso è plectranthus coleoides, e non ha nulla a che vedere con l’incenso vero e proprio, profumo a parte.
La pianta dell’incenso è una pianta sempreverde, che fa parte della vasta famiglia delle labiate, in particolare del plectranthus. La pianta è famosa sia per il profumo delle sue foglie, così simile all’odore dell’incenso, sia per tenere lontani insetti e zanzare. Solo la mia non tiene lontano nessuno.
Le foglie profumate sono verdi e dai bordi bianchi o color panna, con una leggera peluria sopra. La forma è un cuore ovale e sono lanceolate. Crescono a coppie lungo la lunghezza dei suoi rami, che sono legnosi e variano dal violetto al marrone.
Significato
Il significato è ovviamente dato per il profumo che hanno le sue foglie, così simile all’incenso. In realtà l’incenso che si brucia è ricavato da una resina rilasciata dalla Boswellia sacra, diffusa soprattutto in Medio-Oriente.
Abbinamenti culturali
Inevitabilmente gli abbinamenti che ho scelto per il plectranthus coleoides sono legati alla sacralità, anche se un po’ profana.
Canzone
Avrei potuto abbinare un canto gregoriano alla pianta dell’incenso ma qui spacciamo cultura e in quanto pusher ho scelto di abbinarci un classico rock.
L’iconica band dei Depeche Mode ha fatto uscire questa perla della musica nel 1989, contenuta poi nell’album Violator. E non era l’unico grande successo in quell’album!
Film
Anche se dalla pianta dell’incenso non si ricava l’incenso vero e proprio, usato per profumare o aiutare a meditare, l’odore delle foglie della pianta gli assomiglia moltissimo e richiama, inevitabilmente, alla mente un clima religioso.
Per la pianta, quindi, ho scelto di abbinare il film Gli occhi di Tammy Faye, vincitore di due premi agli Ocar 2022, in cui si racconta la storia della predicatrice televisiva, cantante e scrittrice che raccoglieva soldi col marito in tv per beneficienza e che fu accusata di frode.
Il film, disponibile su Disney+, ha riscosso molto successo, ma a spiccare è stata Jessica Chastain, come racconta anche Ilaria Scognamiglio nella sua recensione.
Conoscere fino in fondo la protagonista del libro “La danzatrice di Seul” di Shin Kyung-Sook (Piemme, 2019) è impossibile. Destinata ad essere sospesa a mezz’aria, la bambina, ballerina e donna, difficilmente troverà una base su cui appoggiare i suoi graziosi piedi. Inoltre, con difficoltà le sarà concesso un nome per identificarsi completamente nel mondo, o meglio nei mondi, in cui si troverà.
Le pagine de “La danzatrice di Seul” invitano il lettore curioso, che vuole immergersi in un solo momento in un tempo passato, il XIX secolo, e in un luogo esotico, la Corea del Sud.
I brillori sbiaditi di un’epoca gloriosa fanno da cornice all’inizio di una storia che è sempre vista da occhi sorpresi, cuoriosi e diffidenti. Non sono sempre gli occhi appassionati della protagonista, Jin. Ma sono anche quelli del console Victor, di Donna Suh o del vescovo Blanc, che dirà alla piccola Jin di imparare il francese. Quasi come fosse stata destinata a non essere mai “a casa”, Jin effettivamente imparerà il francese, lingua del quale paese farà presto parte.
In Francia Jin è la moglie di Victor e un’esotica coreana. È una dama di corte, una dama parigina, una ballerina, una traduttrice… “Chi sono io?”, vola fuori da sé la voce orfana di Jin, mai capace di atterrare. La nave in rotta tra l’Oriente e l’Occidente, sulla quale osserviamo Jin all’inizio del libro in viaggio verso la Francia, non la vede mai scendere.
La ricerca di una identità della danzatrice di Seul
La protagonista di questo romanzo sembra essere in uno stato di limbo, di eterno passaggio, come in una danza: accolta alla corte reale della tarda dinastia Joseon da orfana senza genitori diventa Damigella Suh, per il fedele amico Yeon è “Campanula”, per Donna Suh, che la accoglie in casa dopo la morte della madre, è “Ewha”. Poi, le viene conferito un nome, Yi Jin, dal re quando le viene permesso, in via eccezionale, di lasciare la Corea per la Francia come futura moglie del primo console francese in Corea, Victor Collin de Plancey.
Jin è anche un camaleonte incompetente, secondo la necessità, tutto in lei può cambiare: la lingua che parla, il vestito che indossa, la sua occupazione. Però, Jin non si adatta mai veramente, né in Francia né quando torna in Corea. L’animo della protagonista rimane illeggibile e impenetrabile, tacitamente sempre fedele ai suoi affetti. Viene giudicata in base a ciò che rappresenta per gli altri piuttosto che per se stessa. Alla fine, l’esterno definisce il suo destino. La sua bellezza esteriore diventa la ragione della gelosia della regina e dell’allontanamento di Yi Jin. “Vivi nella bellezza, affinché il tuo nome infonda grazia in coloro che lo pronunciano”, le dice la regina nel congedarsi: parole poco stimolanti che si rivolgono all’apparenza, piuttosto che alla felicità personale.
L’estraneità di Jin attira un’attenzione scomoda a Parigi, facendola sentire molto simile agli africani che vede in una terribile vetrina del Bois de Boulogne, messi in mostra come un “altro” esoticizzato.
Jin non era mai libera dall’attenzione, gentile o sfacciata, degli sconosciuti. E senza quella libertà, non poteva esserci uguaglianza.
“La danzatrice di Seul”
La mostruosità dell’esibizione, che può sembrare facilitare la vita di Jin, in verità, la imprigiona.
Occidente e Oriente: due mondi a contrasto
Il libro è un lungo parallelo tra la vita di Yi Jin e quella della Corea alla fine del XIX secolo: la graduale sottomissione al controllo straniero, la stessa sofferenza nella privazione di sé, e la sconfitta finale. L’idea di apertura nel libro è sovvertita. L’immagine dell’Europa libera e liberale si rivela come una galleria di imperialismo. Indizi dell’invasione sono già osservabili dal semplice, ma contro ogni protocollo, “bonjour” di Victor. Yi Jin non trova nelle collezioni parigine il centro della cultura mondiale, ma la cultura rubata, scoprendo di essere lei stessa per Victor, avido collezionista, un pezzo d’arte umano, un souvenir coreano.
L’analogia storica tra i paesi e i protagonisti possiede una proprietà fatalista ed è magistralmente accurata. La scrittura di Shin Kyung-Sook ricuce accuratamente i dettagli, dalle situazioni geopolitiche del periodo storico ai sentimenti dei protagonisti, sino ai dettagli più intimi, come l’orlo della gonna di Jin bagnato di rugiada dopo le sue passeggiate all’alba. La storia cerca la bellezza dell’insieme: nei panorami, negli umori e nelle vicende. Il libro, senza soluzione di continuità, ma fluido come una coreografia, è legato con i pezzi di identità con cui Yi Jin sta cercando di identificarsi, e noi con lei.
“L’orgoglio di quell’uomo ha un orgoglio tutto suo”. Con queste parole (da me liberamente tradotte), Viserys descrive Jason Lannister, uno dei pretendenti di sua figlia Rhaenyra. Ma di orgoglio ne abbiamo visto tanto in questo terzo episodio di House of the Dragon dal titoloSecond of his name.
Scommetto che tutti e tutte state pensando a Daemon e alla sequenza conclusiva in cui il principe mette fine alla battaglia nelle Steplands contro Drahar. Dopo aver ricevuto la lettera in cui Viserys gli comunica l’arrivo di rinforzi, il Targaryen, d’impulso, decide di attaccare da solo gli uomini del Nutrigranchi. Mosso dalla furia, riesce a sconfiggere molti dei suoi nemici e ad arrivare fino a Drahar nonostante le numerose ferite riportate. L’uccisione del nemico non viene mostrata, ma i resti del corpo che Daemon trascina fuori dalla grotta sono eloquenti sulla brutalità dell’atto. L’episodio si conclude con un primo piano del principe coperto di sangue e il messaggio è chiaro: mai mettere in dubbio la forza o le capacità di Daemon Targaryen.
Questo momento è tra i più incisivi di questa stagione e racconta molto bene il personaggio di Daemon. Per capire quello che abbiamo visto, dobbiamo ricordare il dialogo che il principe ha alla fine del secondo episodio con il Serpente del mare. Daemon è un secondogenito. Tutto quello che ha, se lo è conquistato. Per lui sedere sul trono di spade non è una questione di diritto (anche se fratello di re), ma di conquista. La forza è la virtù in cui Daemon confida maggiormente. È del tutto normale, quindi, che nel momento in cui Viserys con il suo aiuto mette in discussione la sua potenza (già alterata da una guerra fallimentare), Daemon reagisca con rabbia e violenza.
Daemon non è solo arrogante. È un uomo alla ricerca di affermazione. Un guerriero con un sogno in via di costruzione e di definizione. Di certo non è un grande calcolatore, né ha la pazienza per creare piani a lungo termine. Tuttavia, non permetterà a nessuno di mettere in dubbio la sua credibilità né tantomeno lascerà che il fratello lo metta in ombra.
L’orgoglio (o l’amore) ferito di Rhaenyra
Anche Rhaenyra ha mostrato un comportamento orgoglioso e sdegnoso per tutto il corso dell’episodio. Gli atteggiamenti richiamano quelli di Daemon, ma le motivazioni non potrebbero essere più diverse da quelle dello zio. È provocatoria, oppositiva e dà spettacolo di sé. Tuttavia, la sua ferita non nasce dall’ambizione, ma dal tradimento del padre e della sua migliore amica.
Rhaenyra non desidera il trono per amore del potere, ma per sentirsi finalmente voluta e amata dal padre. La giovane ha passato l’intera giovinezza a sentirsi inutile e non apprezzata perché femmina. Nel momento in cui ha acquisito più sicurezza sul suo ruolo e sul suo legame con il genitore, tutto viene messo in crisi dal nuovo matrimonio di Viserys (matrimonio che le toglie anche l’unica amica sincera che Rhaenyra abbia mai avuto) e dalla nascita del fratellastro Aegon. A quel punto, preservare la successione al trono diventa una questione di principio.
C’è qualcosa che si sta spezzando in Rhaenyra e la scena del cinghiale ce lo racconta bene. Potremmo quasi considerare le prime uccisioni come una sorta di topos narrativo, un passaggio obbligato dall’infanzia all’età adulta in cui si perde anche parte della propria moralità. Che conseguenze avrà tutto questo, lo vedremo nei prossimi episodi. Il rapporto padre e figlia sembra avere una chiusura positiva in questa puntata. Ma parliamo di Martin e dello spin off di Game of Thrones. Niente di positivo dura a lungo.
Viserys e le richieste di vino
Quando un Arryn muore di morte violenta, non può accadere nulla di buono. La stessa cosa si può dire quando vediamo un re chiedere insistentemente del vino. Ricordiamo tutti Robert Bartheon e la sua fine.
Durante questo terzo episodio, Viserys non è del tutto padrone di sé. Lo abbiamo già visto tormentato, ma mai così incline a perdere il controllo. È da quando ho visto il primo episodio che mi sto domandando se Viserys sia un buon re o meno. Rispetto a tanti altri personaggi che si sono seduti su quel trono, ci appare molto più responsabile e consapevole. Tuttavia, è chiaro che gli manchi intraprendenza e una volontà ferma. È un sovrano sentimentale che sa difendersi dalle ambizioni di chi lo circonda, senza pretendere di essere l’unico a sapere che cosa sia giusto o meno. In lui non vediamo alcun tipo di orgoglio, ma solo molta stanchezza.
Anche se lo vediamo urlare alla figlia “Even I don’t exist above tradition and duty, Rhaenyra!” (“Neanche io sono al di sopra della tradizione e del dovere, Rhaenyra!”), Viserys è un re che ha cercato la propria libertà nei limiti del suo ruolo. È per questo che ha deciso di sposare Alicent al posto della figlia di Velaryon. Se le scelte egoistiche sono più semplici da compiere, è molto più complicato mostrare la stessa risolutezza per la successione. Non è solo la tradizione che spinge Viserys a dubitare, ma anche un sogno avuto molti anni prima in cui vedeva se stesso mettere sul trono un figlio maschio. D’altra parte, non c’è nulla in grado di inquietare gli esseri umani quanto l’idea del destino e dei suoi piani per ciascuno di noi.
Per il momento, l’affetto per la figlia riesce a fugare ogni dubbio in Viserys che giura sulla memoria di Aemma Arryn di non sostituire la figlia come erede al trono. Anche qui la domanda sorge spontanea: quanto durerà?
Appassionarsi a poco a poco
House of the Dragon si sta prendendo i suoi tempi per delineare le storie dei personaggi. A parte la rapida fine di Drahar (personaggio alquanto inquietante presentato come se fosse un nemico terribile e poi ucciso in maniera un po’ semplicistica), la costruzione delle altre linee narrative per il momento funziona alla perfezione.
Una scena che ho trovato particolarmente interessante e molto simbolica è stata la morte del marinaio all’inizio della puntata. Dopo essere stato impalato a un tronco da Drahar e lasciato alla mercé dei granchi, l’uomo spera nella salvezza alla vista di Daemon in sella al proprio drago. Peccato che proprio nel momento in cui il marinaio invoca l’aiuto del suo principe, venga schiacciato dalla zampa della bestia in atterraggio. È suggestivo perché ci parla dell’incuranza di Daemon per i suoi sudditi (che dovrebbero essere il vero centro del suo potere) e soprattutto ci racconta della distanza tra la gente comune e chi muove gli eventi della storia. E non sto parlando solo di mondo fantastico. D’altra parte, uno degli aspetti vincenti del mondo di Game of Thrones è la rappresentazione di un mondo politico che solo apparentemente è lontano dal nostro.
Mentre aspettiamo la quarta puntata, potete leggere anche la recensione ai primi due episodi, nel caso ve la foste persa.
Lo scorso 25 agosto si è spento, a 96 anni, Enzo Garinei, pilastro del Teatro e del Cinema italiano. Oltre a diversi film con attori del calibro di Totò e Renato Rascel, il nome di Enzo Garinei era legato molto al teatro soprattutto alla Commedia Musicale, un genere che esiste solo nel nostro Paese e che venne generato da suo fratello Pietro Garineri e Sandro Giovannini.
Ascolta il podcast
I più pigri possono cliccare play e lasciarsi accompagnare da questa puntata di Backstage.
Il cartaceo Cantachiaro, da dove tutto ebbe inizio
Facciamo un salto temporale ed andiamo nel 1944, quando il triestino Pietro Garinei, classe 1919, e il romano Sandro Giovannini, classe 1915, si conoscono nella redazione del Corriere dello Sport, dove entrambi collaboravano. Nonostante la loro formazione completamente diversa (Pietro laureato in farmacia mentre Sandro in giurisprudenza), la passione per il mondo dello spettacolo li porta a creare un duo, che cambierà le sorti del Teatro Italiano.
Eh già, perché nella vita di entrambi il teatro era una grande passione e già faceva parte delle loro esistenze.
Sandro infatti, durante la guerra, aveva allestito spettacoli per le truppe in Albania, mentre Pietro aveva organizzato spettacoli per studenti. Entrambi quindi creatori. Non ci vuole molto affinché decidano di fare qualcosa per conto loro. Il 6 giugno di quello stesso anno esce per la prima volta, sempre con la firma di Garinei e Giovannini, il loro settimanale satirico chiamato Cantachiaro, edito da Realino Carboni; e vede nella sceneggiatura, oltre ai citati, anche Italo de Tuddo (futuro grande sceneggiatore anche di molti film di Totò) e Franco Monicelli (drammaturgo e giornalista, fratello del grande regista Mario). Le pagine sono un susseguirsi di racconti umoristici e satirici, creati da penne importanti come Ennio Flaiano, Enzo Biagi e Federico Fellini.
Cantachiaro diventa una rivista teatrale
Non ci vuole molto che l’impresario teatrale Remigio Paone, offre loro l’opportunità di trasformare le idee di Cantachiaro in uno spettacolo di rivista, che prenderà lo stesso nome.
Per chi non conoscesse il genere, la rivista era un genere di spettacolo teatrale, in cui venivano mischiati diversi generi, come la prosa, la scenetta umoristica, la danza in varie forme, così come il canto e la musica, ma a differenza di altri generi non c’è una trama a legare tutto, bensì un tema, che non è proprio vincolante. Immaginate questo tipo di spettacolo in una nazione che vede la guerra ormai praticamente alle spalle e che ha subito per più di 20 anni varie forme di censura, con spettacoli destinati quasi esclusivamente alla propaganda.
Quello che viene portato in scena al teatro Quatto Fontane di Roma il 1 settembre 1944 è una rivista diversa.
Oltre che ad usare satira politica e una scrittura fine ed intelligente, capace di creare ironia ed ilarità anche in scene maliziose, irritanti e scabrose. La ricetta vincente è l’utilizzo di una musica fresca e moderna, come il jazz e il woogie; e l’interpretazioni di giovani attori provienti dal varietà (citando alcuni nomi: Lea Padovani, Carlo Ninchi, Marisa merlini e…Anna Magnani). Il successo è pressoché strepitoso. Nasceranno altri due spettacoli, intitolati Cantachiaro n.2 e n.3, e prenderanno parte alle scene altre personalità come Gino Cervi, Ave Ninchi, Raimondo Vianello, Gianni Agus, Enzo Turco e tanti altri.
È però anche l’inizio della coppia Garinei e Giovannini. Dalle loro riviste, sfarzose ed esagerate, nasce il mito della diva, la soubrette per eccellenza, per cui molti uomini andavano a teatro solo per vederla ancheggiare sulla passerella e per la quale molte donne invidiavano gli abiti luccicanti. In un articolo del ’78, Morandini racconta alcune spese fatte in questi spettacoli: li addobbi erano di stoffa, anziché di più economica carta; mentre i programmi di sala, erano creati su carta patinata pesante e sovra-coperta in stoffa. I costi quindi donavano un risultato bello da vedere, stupendo e che donava speranza e idea di una rinascita; ma eccessivi da gestire.
La svolta
Serviva quindi un’altra strada. Bisognava unire il passato al nuovo, un gusto innovativo a quello che aveva portato al successo: una svolta insomma.
Si decise così di creare un nuovo genere di spettacolo, ma quale? Non si poteva abbandonare la rivista: il pubblico che aveva dato loro la fama era molto affezionato ancora a quel genere. Come dare però quel tocco di novità? Aggiungendo qualche ingrediente oltreoceano e si prese ispirazione dai musical americani. Intanto inserire una trama e non varie scene distaccate, più canzoni e qualche balletto, ma non come parte integrante della storia, ma come una forma di commento, di pensiero a voce alta; e lasciando da parte eventi tragici. Nacquero così tre nuovi spettacoli che presero il nome di “favole musicali”: Attanasio, cavallo vanesio; Alvaro, piuttosto corsaro e Tobia, la candida spia, andate in scena dal ’52 al ’54. Della rivista c’erano ancora dei balletti fine a se stessi: in fondo, come già detto, quel gusto da rivista doveva restare.
Nel 1954, avviene la grande trasformazione con Giove in doppiopetto.
La trama è unica, nessuno stacchetto distaccato dalla trama, dando così un’armonia tra dialoghi, canzoni e appunto balli. A prendere parte a questa fortunata commedia furono Carlo Dapporto e Delia Scala: il successo fu talmente forte che si decise anche di farne un film. Trama, musiche, leggerezza e costume: il teatro era ufficialmente cambiato, dando inizio ad un’avventura musicale. Piccola curiosità per gli amanti del genere. Quello stesso anno, il regista Daniele D’Anza, tramutò il tutto in una pellicola, che girò per i cinema delle città italiane contemporaneamente allo spettacolo: il film fu il primo realizzato con la tecnica del CinemaScope, che – in sintesi – permetteva di unire, in orizzontale, un campo maggiore del normale, avvicinandosi a quello dell’occhio umano.
Nell’arco di 6 anni, arrivò la vera svolta.
Dato il pubblico sempre richiedente e un successo sempre più ricco, la coppia Garinei e Giovannini ottenne la direzione del Teatro Sistina di Roma. Qui, in questo enorme palco nell’omonima via, mentre Fellini cercava ispirazione nella vicina Via Veneto, la coppia Garinei e Giovannini iniziò una delle più profique collaborazioni della storia del teatro italiano. Scrissero insieme ben 49 copioni e allestirono 89 tournee in tutto il mondo. Grande collaborazione avvenne con i musicisti e cantautori-attori che, negli allestimenti, crearano delle canzoni divenute poi un cult. Pensiamo solamente a Armando Trovajoli: sue le canzoni di Rugantino (come “Ciumachella de trastevere” o “Roma nun fa la stupida stasera”) o di Aggiungi un posto a tavola.
Altro fu Gorni Kramer. Pensiamo a “Soldi, soldi, soldi” in Un mandarino per Teo o “Domenica è sempre domenica” in Un paio d’ali. Anche Renato Rascel fu attore in diverse commedie e autore di canzoni e musiche di cui fece parte: Il giorno della tartaruga ne è un esempio così come Enrico ’61. Anche Domenico Modugno è stato membro della famiglia di Garinei e Giovannini: sue le musiche e la prima interpretazione di Rinaldo in campo, dove nascono canzoni come “Orizzonti di gioia” e “Tre somari e tre briganti”.
Grandissimi attori poi sono nati dal palco del Sistina: pochi infatti che il maestro Gigi Proietti venne scoperto dal grande pubblico sostituendo un attore per Alleluja brava gente, recitando insieme al già citato Rascel. Anche Marcello Mastroianni fu protagonista di una commedia musicale, dal titolo Ciao Rudy, dove indossava i panni di Rodolfo Valentino.
Miliardi di altri attori sono legati al mondo della commedia musicale italiana.
Della prima generazione ci sono anche Gino Bramieri, Milva, Walter Chiari, Paolo Panelli, Bice Valori, Enrico Montesano, Alida Chelli, le già citate Merlini e Scala, nonché il fratello di Pietro, Enzo..ed interpreti d”eccezione, come Mariangela Melato, il Quartetto Cetra, Aldo Fabrizi, Enrico Maria Salerno, Rodolfo Laganà. Chiara Noschese, Massimo Ghini, Carlo Croccolo, Giovanna Ralli, Lea Massari, Valerio Mastrandrea, Maurizio Mattioli, Simona Marchini, Isa Di Marzio, Franco e Ciccio, Valentina Cortese, Paola Borboni, Raffaella Carrà, Ilaria Occhini.
Le cose iniziarono a cambiare nel 1977, quando morì Giovannini. Ci furono però nuovi allestimenti e repliche fortunate di vecchie glorie, come Accendiamo la lampada, I sette re di Roma, Se il tempo fosse un gambero; ma anche omaggi ad altri spettacoli non italiani, come Niente sesso, siamo inglesi; Taxi a due piazze. Nel 2006 ad 87 anni, si spegne anche Pietro Garinei. Con lui termina un’epoca. Una dove il talento non si chiedeva a suon di soldi, ma gli impresari sapevano riconoscerlo. Dove una persona poteva veramente iniziare da zero, perché la gente sapeva applaudire non ad un nome ma alla capacità.
Un’epoca in cui non si era famosi con una foto, ma dopo settimane e settimane di prove. Dove i colleghi andavano a vedere i film e gli spettacoli altrui. Dove c’erano sì i salotti e i luoghi e le persone giuste per sfondare, ma era il sempre il pubblico a decidere alla fine. Un’epoca che non c’è più, che purtroppo è finita…
Francesco Fario
Foto di scena di Rugantino al Teatro Sistina 2022, crediti: Antonio Agostini
Il 5 settembre del 2005 vedeva la luce Fix you, il secondo singolo tratto dall’album X&Y dei Coldplay. Il brano ha fatto la storia della band inglese ed è divenuto ben presto un classico delle ballate romantiche. Nonostante la popolarità e i milioni di ascolti in tutto il mondo, l’anima della canzone non è mai stata snaturata e non ha mai perso la sua potenza originaria. C’è qualcosa di straziante e insieme di liberatorio e rassicurante nel suo testo e nelle sue note. L’ascolto è catartico.
L’incipit
Sin dai primi versi, ognuno può riconoscersi nelle parole di Chris Martin che con una semplicità disarmante esprime quella sensazione di sconforto e inadeguatezza che tutti abbiamo provato almeno una volta nella vita. L’impressione di essere come bloccati dal e nel dolore.
When you try your best, but you don’t succeed
When you get what you want, but not what you need
When you feel so tired, but you can’t sleep
Stuck in reverse
Un’opera d’arte universale
Le note e il testo si combinano tra loro, fondendosi in un tutt’uno lirico. In Fix you si possono intravedere i chiaroscuri del Caravaggio, lo scoramento di Dante e le antitesi di Petrarca. È un richiamo alla cultura pop rock dei Beatles, dei Rem, dei Nirvana, ma anche un inno sacro e spirituale. Tutto questo rende il brano un capolavoro della musica contemporanea che ha la forza di un’opera d’arte senza tempo. Proprio come le grandi opere, infatti, è in grado di parlare a donne e uomini di ogni età. Dal particolare, si allarga in un abbraccio universale. Il particolare, in questo caso, è costituito dalla morte del padre di Gwyneth Paltrow, allora moglie di Chris Martin. Fix you, che letteralmente significa “aggiustarti”, nasce infatti con lo scopo di consolare e confortare la donna per la terribile perdita. È una dichiarazione d’amore delicata, una promessa di sostegno incondizionato per “ritrovare la strada di casa”. Ed ecco che siamo tutti un po’ Gwyneth (o Dante, se vogliamo), smarriti nel buio della sofferenza. Ci aggrappiamo alla voce calda di Chris perché una luce ci guiderà fuori dall’oscurità e saremo finalmente a casa, al sicuro:
Lights will guide you home
And ignite your bones
And I will try to fix you
È affascinante l’utilizzo del verbo “to ignite” per dire “infiammare, accendere”. Non è soltanto una questione metrica o di suono. A colpire è la chiara ed evidente derivazione dal latino ignische vuol dire fuoco, ma anche luce, stella, amore… È come se altre parole inglesi con il medesimo significato non fossero abbastanza complesse e solenni per trovare posto in questo verso. Il latino, d’altronde, è la lingua delle grandi opere dell’antichità e della Chiesa, elementi fondamentali dell’educazione ricevuta dal frontman dei Coldplay.
Religione e spiritualismo
Il richiamo alla religione, intesa in senso molto più spirituale che formale, è spesso presente nella produzione del gruppo. I continui riferimenti alla luce, nella Bibbia manifestazione di Dio, ne sono un esempio. Qui si fa evidente sin dai primi accordi suonati su un organo, tipico timbro musicale delle cerimonie ecclesiastiche. Si tratta di uno strumento acquistato dal padre di Gwyneth Paltrow (e qui torna il particolare) poco prima della sua morte e mai utilizzato. È proprio dai suoi tasti che nasce l’ispirazione e tutto quel che ne seguirà.
Tuttavia, lo spiritualismo dei Coldplay non mette tutto in mano al divino. Quest’ultimo è un modo per continuare a sperare, ma la soluzione al dolore è tutta umana. Non dimentichiamo infatti l’uso della prima persona (“I wil try to fix you”) e l’invito ad agire, ad osare, di qualche strofa più avanti: “But if you never try, you’ll never know”. Questa esortazione è un marchio caratteristico della band e viene espressa anche in altri brani dello stesso album: in What if (“How can you know if you don’t even try?”) e in Speed of sound(“If you never try, then you’ll never know).
Il finale: un’esplosione di suoni ed emozioni
La canzone continua in un crescendo di lacrime (“Tears stream down your face”) e di intensità sonora grazie all’aggiunta di altri strumenti, come il pianoforte, la chitarra, le tastiere e gli archi sintetici. Si arriva a un’esplosione finale che nelle esibizioni live coincide con il lancio dei fuochi d’artificio. È proprio questo uno dei momenti più attesi ed emozionanti dei loro concerti. Trattenere la commozione è impossibile.
Infine, d’improvviso tutto si ferma. Resta solo la voce di Chris accompagnata dal pianoforte a ripetere ancora un’ultima volta i tre versi di uno dei ritornelli più suggestivi e confortanti di sempre:
Per gli amanti del genere fantasy, gli ultimi giorni d’agosto e di inizio settembre sono stati davvero emozionanti. Dopo il ritorno a Westeros con House of the Dragon, si torna anche nella Terra di Mezzo. Questa volta non è merito di Peter Jackson, regista delle due trilogie di successo Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit, ma di Patrick McKay e JD Payne, showrunner della nuovissima serie Il Signore degli Anelli – Gli anelli del potere.
Su Prime Video sono disponibili i primi due episodi. Gli altri 6 usciranno a cadenza settimanale ogni venerdì alle 6 di mattina.
Alla scoperta della Seconda Era
A differenza delle opere cinematografiche, la serie non si concentra sugli eventi della Terza Era, ma su quelli della Seconda. Nonostante questo, ritroviamo personaggi già noti – Galadriel ed Elrond – e lo stesso nemico da sconfiggere, Sauron, che proprio durante quest’epoca forgia gli Anelli del Potere.
Nei primi due episodi, però, non vediamo nulla del genere. Sauron e i suoi orchi sono per molti un lontano ricordo tranne che per Galadriel. L’elfa ha visto suo fratello soccombere alla potenza di Sauron e sente ancora la sua terra minacciata dalla presenza del male. Decide così di andare alla ricerca del nascondiglio del nemico e di vendicare la morte del suo familiare. Tuttavia, nessuno intorno a lei sembra disposto a crederle o ad aiutarla. Il re di Lindon, la terra degli elfi, decide addirittura di allontanarla dalla Terra di Mezzo fingendo una promozione. Elrond stesso la convince a salire sulla nave, anche con l’inganno. Poco prima di entrare nella luce, Galadriel decide di ritornare indietro e di portare avanti la sua missione. Nel rientro incontrerà l’umano Halbrand che, tra non detti e battute scontrose, le darà conferma dei suoi sospetti.
Del tutto nuova e da scoprire è, invece, la storia di Nori, la Pelopiede che vive insieme alla sua famiglia e alla sua gente lontana dagli altri popoli della Terra di Mezzo, proprio come gli Hobbit. La ragazza ha un carattere avventuroso e cerca di fare di tutto per fuggire la routine. Durante una notte, vicino al villaggio dei Pelopiedi, dal cielo cade una palla infuocata. Nori va subito a vedere e scopre che all’interno c’è un misterioso “gigante” a cui dà aiuto e soccorso pur nella difficoltà delle comunicazioni.
Non poteva mancare la storia d’amore impossibile tra razze diverse. Dopo Aragorn e Arwen e Kili e Tauriel, ci sono Arondir e Bronwyn. L’elfo ha vegliato sul villaggio in cui vive la donna per quasi un secolo. Proprio nel momento in cui gli viene ordinato di tornare a casa, si rende conto che c’è qualcosa che non va. Poco dopo, nella casa di Bronwyn compare un orco e il figlio di lei, Theo, trova una lama spezzata misteriosa e oscura.
Nel secondo episodio abbiamo l’opportunità di vedere gli splendori del regno di Khazad-dum all’epoca del principe Durin, amico di Elrond. Il nano e suo padre sembrano nascondere un importante segreto.
Essere fedeli allo spirito di Tolkien (e di Jackson)
Come per Peter Jackson non fu semplice dar vita al mondo ideato da Tolkien, così per McKay e Payne non deve essere stato facile realizzare questo progetto. Jackson aveva la responsabilità di tradurre in immagini uno dei libri che ha rivoluzionato il genere fantasy e che da anni vive nell’immaginazione di lettori e lettrici. In questi casi, la passione può facilmente tramutarsi in fanatismo e non è semplice portare sullo schermo un testo così tanto studiato e amato. Il risultato è stato da Oscar e ha accontentato anche i più scettici. Andare a toccarlo poteva comportare due esiti: il disastro più totale oppure la realizzazione di un ottimo prodotto televisivo che permettesse ai fan di lunga data del Signore degli Anelli di vivere altre avventure all’interno di quella realtà così attentamente ricreata dalla penna di Tolkien.
Questa è la sfida davanti alla quale si sono ritrovati gli showrunner. Sfida che a me sembra tendere verso la luce, almeno giudicando i primi due episodi.
Pur trattando eventi diversi, c’è continuità tra ambientazioni, colonna sonora, abiti e anche modo di esprimersi dei diversi personaggi. Vedendo le puntate in lingua originale è possibile rendersi conto che la lingua degli elfi è molto più poetica di quella utilizzata dagli uomini. I Pelopiedi hanno un linguaggio più vicino a quello che definiremmo un dialetto, proprio come i nani. Nei dialoghi del primo episodio ci sono numerose immagini metaforiche o similitudini che riportano subito alla mente il libro o i film. Vengono preservate anche le caratteristiche tipiche di ogni razza: gli elfi sono belli, eleganti e hanno voci molto armoniose. I nani sono rudi e rumorosi, mentre gli esseri umani si comportano… da esseri umani. Il mondo della serie tv è davvero credibile rispetto a quello a cui siamo stati abituati.
I rimandi ai film terminano qui. Se House of the Dragon è ricco di citazioni e di rimandi a Game of Thrones, Gli Anelli del Potere si limita a menzionare le opere audiovisive precedenti il minimo indispensabile. C’è voglia di proiettarsi in una dimensione nuova, pur trattando con rispetto la “tradizione” a cui gli spettatori e le spettatrici sono ormai affezionati.
Galadriel: una donna impulsiva
La rottura con quanto uscito negli anni passati è evidente nel personaggio di Galadriel, il più interessante e magnetico fino ad ora, almeno per me.
Della dama saggia ed eterea che abbiamo conosciuto, rimane solo l’aspetto fisico. Nella serie, l’elfa è molto più impulsiva e sofferente. Potremmo definirla giovane, anche se è chiaro che al momento dei fatti ha già diversi secoli alle spalle (qual è l’età adolescenziale di un elfo? Lo dice Tolkien?). Morfydd Clark è stata bravissima nel rappresentare questo dualismo: da una parte, nell’eleganza del portamento e dal tono di voce basso, dimostra maturità e tutta l’età del suo personaggio. Nello sguardo, invece, si percepisce quell’inquietudine e quell’incertezza tipica di chi è alla ricerca di risposte.
Galadriel è in evoluzione. La scena iniziale di lei da bambina ci racconta proprio questo. L’elfa sta cercando di capire quale sia il modo più efficace per navigare sull’acqua senza affondare. Non deve scegliere tra l’essere pietra o nave, ma come trovare un equilibrio tra le due.
Per ora, il suo percorso è stato quello meglio costruito, almeno fino ad ora. Vedremo nei prossimi episodi che cosa succederà a lei e agli altri personaggi.
Il Dr. Everett vive da solo nei boschi studiando il comportamento dell’Homo Mortuus: grazie all’aiuto di un drone osserva le migrazioni delle orde e alcuni esemplari specifici di zombie, tra cui l’esemplare 21. Durante una delle sue osservazioni incontra Amy, una ragazza che ha perso il proprio gruppo e ha bisogno di aiuto. Il dottore non vuole aiutarla, ma alla fine si troverà costretto a farlo, salvandole la vita e raccontandole i suoi studi. Nonostante il racconto lucido del dottore, la ragazza è incredula e insiste nell’apprendere più informazioni possibili sull’esemplare 21. Quello che scoprirà è che dietro le analisi di Everett si nasconde il suo ultimo legame con l’umanità.
Un episodio ricco di umanità
L’approccio documentaristico del quarto episodio è bellissimo, anche se a volte poco realistico. Le immagini della natura che Everett mostra a Amy tramite il suo tablet non sembrano riprese col drone, quanto piuttosto uscite da Discovery Channel. Tuttavia, il racconto di questa volta è ricco di emozioni: dietro l’affascinante studio dell’homo mortuus si cela una nuova interpretazione della natura, di cui Everett sembrerebbe portatore. Purtroppo la sua versione dei fatti non rispecchia realmente le sue emozioni, quindi l’insistenza di Amy – per quanto inizialmente fastidiosa – si rivelerà fondamentale per svelare l’ipocrisia in cui è immerso il dottore.
Inizialmente, infatti, il confronto tra Amy e il dottore sembra quello tra la comunità e l’individuo: Everett non ha alcuna intenzione di inserirsi in un gruppo di persone. In realtà, però, lui ha già scelto a quale comunità appartenere, semplicemente non è quella dei vivi.
Alessia Pizzi
Promo trailer del quinto episodio
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Era il 2011 quando, grazie ai singoli “Video Games” e “Born To Die”, Elizabeth Woolridge Grant in arte Lana Del Rey esplose come fenomeno musicale, dividendo prima internet poi i critici circa il suo reale talento. L’anno successivo il brano “Blue Jeans” ne cementifica ulteriormente immagine e fama ma è con “Summertime Sadness” che la cantautrice americana aggiunge sostanza al proprio fenomeno grazie all’inizio di una fortunatissima collaborazione con quel gigante del songwriting e della produzione musicale che è Rick Nowels.
Rick Nowels: un nome poco conosciuto dietro un’infinità di pietre miliari del pop.
Per capire di chi stiamo parlando basti pensare che, a vario titolo, è il tocco di Rick Nowels a essere dietro le hit “Heaven Is a Place on Earth” di Belinda Carlisle, “Rooms On Fire” di Stevie Nicks, “Falling Into You” incisa da Marie-Claire D’Ubaldo prima e Celine Dion poi, “The Power Of Good-Bye” di Madonna, “Northern Star” di Melanie C, “Inner Smile” dei Texas, “You Get What You Give” dei New Radicals “I Follow Rivers” di Lykke Li solo per citarne alcune. L’esperienza che porta alla nascita di “Summertime Sadness” va così bene che Lana Del Rey firmerà insieme a lui molti brani di “Ultraviolence”, praticamente l’intero “Honeymoon” e l’acclamatissimo brano “Young And Beautiful”, tema portante de “Il Grande Gatsby” di Baz Luhrmann.
Circa l’ispirazione e il significato dietro “Summertime Sadness” si è detto e scritto di tutto. Dalla storiella circolata in rete basata su una pseudo dichiarazione della cantante riguardo una cara amica suicidatasi, tale “Judy”, a cui il brano era dedicato al testo di un amico poeta che la cantautrice si era limitata a musicare. In realtà è una personalissima dichiarazione d’amore all’estate: stagione che torna spessissimo nella poetica della Del Rey per la sua capacità di farla sentire elettrica e felice, con la sua grandiosità mista a un alone di tristezza. Il cinematografico video, girato a Santa Clarita in California dai registi Kyle Newman e Spencer Susser, ha come protagoniste la cantante stessa e l’attrice e modella Jamie King, moglie di Newman. Accusato di voler rendere glamour il suicidio, per giunta all’interno di un legame lesbico, il filmato che accompagna “Summertime Sadness” racconta la storia di due donne che decidono di porre fine alla loro esistenza: che siano amanti o amiche non conta, nelle intenzioni dei registi il tema è quello del non poter vivere senza coloro che si amano.
Una nuova vita grazie al remix di Cedric Gervais.
Nel 2013 “Summertime Sadness” vivrà un nuovo momento di gloria grazie alla versione remix di Cedric Gervais che scalerà le classifiche di mezzo mondo. Un colpaccio che verrà tentato nuovamente, ma decisamente con minor fortuna, lo stesso anno con “Young And Beautiful”. Ma qui siamo nel territorio del marketing, che ormai poco o nulla a che vedere con quella che è stata premiata come Artist Of The Decadeai Variety’s Hitmakers awards. Niente male per chi, additata sin da inizio carriera come un prodotto costruito a tavolino, a ogni uscita discografica si rivela sempre più prolifica e matura.
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economic.
Sono passati poco più di tre anni da quel famoso 19 maggio 2019 che ha visto andare in onda l’ultimo episodio dell’ottava stagione di Game of thrones. Tre anni dalla conclusione di una delle serie tv che ha segnato un’epoca della storia della televisione proprio come fece Lost nei primi anni Duemila. E proprio come avvenne per questa serie, il finale ha suscitato non poche polemiche. C’era chi chiedeva la riscrittura dell’ultimo episodio, chi ha riposto tutte le sue speranze nell’uscita dei libri di G.R.R. Martin (che chissà quando vedranno luce) e chi, invece, ha avuto soltanto dubbi sull’esiguo numero di episodi e non sullo sviluppo della storia (come la sottoscritta). C’erano poi i nostalgici che, al di là del finale, hanno sperato di poter tornare a Westeros grazie all’uscita di nuove serie spin-off.
Il loro desiderio è stato finalmente soddisfatto il 22 agosto 2022 con la messa in onda di House of the Dragon, serie annunciata già il 29 ottobre 2019 e tratta dal libro Fuoco e sangue di Martin. Questa volta, l’autore dei romanzi è anche co-creatore della serie insieme a Ryan J.Condal e Miguel Sapochnik, i nuovi showrunner a cui David Benioff e D.B. Weiss hanno passato il testimone. Condal si è occupato insieme a Sara Hess della sceneggiatura, mentre Sapochnik ha curato la regia dei 10 episodi che andranno in onda fino al 24 ottobre. Su Sky Atlantic ogni lunedì alle 3 di mattina sarà possibile visionare la nuova puntata con i sottotitoli in italiano mentre bisognerà aspettare una settimana per vedere la versione doppiata (la cui messa in onda sarà alle 21:15, sempre di lunedì). Tutta la serie sarà disponibile su Sky on demand e sulla piattaforma streaming Now.
172 anni prima della nascita di Daenerys Targaryen…
Sui Targaryen come sovrani dei Sette Regni è stato detto tanto durante le 8 stagioni di Game of Thrones. Sappiamo che la loro forza deriva soprattutto dall’essere affiancati dai draghi e che nella famiglia scorre il gene della follia. Con Daenerys abbiamo avuto modo di vedere luci e ombre di questa casata. La regina ha cercato di riconquistare il trono perso con l’ascesa di Robert Baratheon e di creare un mondo nuovo e più giusto. Alla fine, però, il delirio di onnipotenza ha avuto la meglio e l’ha portata a perdere tutto.
La pazzia di Daenerys è ciò che ha sconvolto (e irritato) la maggior parte dei fan della serie. Anche se sviluppata superficialmente negli ultimi episodi, i semi di questa trasformazione erano stati già piantati nel corso delle stagioni precedenti. Inoltre, la storia dei Targaryen è stata spesso scandita dalla presenza di persone carismatiche, ma impulsive, sanguinarie e prive di scrupoli. Gli stessi membri della famiglia si sono rivoltati l’uno contro l’altra per ambizione e per amore di quel trono così particolare. House of the Dragon vuole raccontarci proprio questo.
La serie è incentrata sulla “Danza dei Draghi”, la guerra civile che ha visto diversi candidati (molti della famiglia Targaryen stessa) contendersi il trono. Tra loro ci sono Rhaenyra, primogenita di Viserys I, e Daemon Targaryen, suo zio. Nessuna donna si è mai seduta sul trono di spade e la nomina di Rhaenyra come erede al trono sconvolge gli equilibri di Westeros.
Tra passato e presente
In scenari già conosciuti vediamo muoversi nuovi personaggi che agiscono secondo desideri e dinamiche che abbiamo già avuto modo di vedere in azione, ma che continuano comunque a piacere e ad appassionare.
La musica di Ramin Djaeadi (già autore dell’iconica sigla di Game of Thrones) che accompagna una delle primissime scene della serie (quella in cui Rhaenyra passeggia nel palazzo insieme all’amica Alicent) è esemplificativa in questo senso: le note riprendono melodie ormai celebri della vecchia serie interrompendole di continuo con nuovi motivi musicali. Ed è lì che ci si rende conto che siamo davvero tornati a Westeros. La sigla del secondo episodio ce lo conferma. Stiamo affrontando un nuovo viaggio, ma ritroveremo numerosi echi del passato (che sarebbe il futuro a livello narrativo). I social sono già ricchi di immagini in cui si mettono vicine Rhaenyra e Daenerys o si riprendono battute della nuova serie e le si confronta con altre simili del Trono di spade. C’è anche un richiamo esplicito alla Lunga Notte, quando Viserys parla con Rhaenyra a proposito della successione.
Questi rimandi servono principalmente a due scopi. Dal punto di vista tematico, raccontano di un’umanità destinata ad agire sempre allo stesso modo perché animata sempre dalle stesse passioni ed emozioni (che sia amore, senso della giustizia, paura, vendetta o ambizione). Un’umanità di un mondo fantasy in cui non è certo difficile riconoscere la nostra realtà. Dal punto di vista narrativo, invece, servono alla costruzione di un mondo credibile in cui perdersi così da conoscere qualche altro frammento della storia.
Una serie al femminile
In Game of Thrones la presenza maschile sembrava essere dominante. Cos’altro aspettarsi da un’ambientazione che ricorda il mondo medievale e da una storia che pone al centro la guerra e la politica? In realtà, le donne sono state un motore fondamentale della narrazione. Personaggi come Cersei, Daenerys, Sansa, Arya, Margaery non sono solo indimenticabili, ma hanno tutte uno sviluppo molto simile (pur nella diversità dei loro caratteri e desideri). Inizialmente, sono tutte strumenti nelle mani degli uomini di potere. Vengono usate per stringere alleanze o per indebolire il nemico. Ognuna arriverà pian piano a liberarsi dei propri dominatori e troverà la strada per emanciparsi e rendersi libera.
House of the Dragon si muove sulle stesse premesse. La prima scena vede Viserys Targaryen essere scelto come successore di Jaehaerys dal Gran Concilio di Harrenhal solo perché uomo. Rhaenys Targaryen, l’altra candidata, viene apostrofata come “la regina mancata” ed è costretta a muoversi a corte all’ombra di suo marito, Lord Corlys Velaryon, “il serpente di mare”.
La stessa Rhaenyra cresce portandosi dietro il senso di colpa per non essere nata uomo. Anche nel momento in cui viene nominata erede al trono non viene presa sul serio e continua a seguire le riunioni del Concilio Ristretto solo come coppiera. La madre le ricorda che il campo di battaglia di una donna è il letto su cui partorirà. Rhaenyra s’impegna per essere una buona principessa (è lei a risolvere la questione del furto dell’uovo da parte dello zio senza versare una goccia di sangue) e per creare un rapporto profondo con suo padre, ma finisce per essere raggirata anche da lui.
Anche la sua migliore amica e confidente, Alicent, verrà usata dal proprio padre per accrescere il potere della famiglia. Otto Hightower, primo Cavaliere, chiede a sua figlia di consolare il re dopo la morte della regina, spingendola a far innamorare il re di sé. È probabile che questo segnerà anche la rottura del rapporto tra le due, allontanandole e creando delle ferite difficili da sanare.
Nonostante non abbiano molto spazio di azione, le donne di House of the Dragon sembrano pronte a combattere per cambiare la loro condizione. Chissà se seguiranno le orme delle protagoniste che abbiamo già avuto modo di conoscere e di amare.
Il tempo di ambientarsi
Anche se i rimandi alla storia del Trono di spade sono inevitabili, siamo di fronte a un nuovo inizio.
I personaggi sono ancora tutti da conoscere e da esplorare. I primi due episodi si sono presi il loro tempo per presentarli e per porre le basi del futuro conflitto, ma si sente che c’è ancora tanto da scoprire (almeno per chi non ha letto il libro). Il viaggio è appena iniziato. Immaginiamo che cosa ci aspetta eppure c’è la forte sensazione di non sapere veramente nulla. E quindi, come dei novelli Jon Snow, attendiamo (im)pazientemente le prossime puntate.
La serie sin da subito si presenta impeccabile dal punto di vista tecnico. Scenografie, effetti speciali, trucco, movimenti di macchina e inquadrature sono di altissimo livello. Anche le interpretazioni sono buone (anche se, per ora, l’assenza di un carisma alla Peter Dinklage si sente). Il montaggio è stato particolarmente sorprendente nel primo episodio. I momenti in cui le scene dal torneo si alternano con quelle della camera da letto dove la regina Aemma sta partorendo o quelli in cui vediamo la proclamazione di Rhaenyra come principessa ereditaria intervallarsi con il dialogo con il padre davanti al cranio di Balerion sono ricchi di significato e contribuiscono a donare epicità alla storia. Non mancano neanche la violenza e il sesso a cui ci siamo abituati con Game of Thrones.
È solo nel momento in cui inizierete House of the Dragon che ricorderete quanto vi è mancato quel mondo. Io vi consiglio davvero di concedervi questa visione.
Titolo originale: Segreti segreti Regia: Giuseppe Bertolucci Sceneggiatura: Giuseppe Bertolucci, Vincenzo Cerami Cast principale: Lina Sastri, Giulia Boschi, Lea Massari, Alida Valli, Mariangela Melato, Stefania Sandrelli, Rossana Podestà Nazione: Italia Anno: 1985
È forse la nozione di immaginario a spiegare il fascino di Segreti segreti. Una malia potentissima, tutt’altro che ricercata, esito del calibrato incontro tra ambizione etica ed estetica, laddove il racconto del terrorismo – meglio, di ciò che in Italia si ricollega, impropriamente, alle trame eversive degli “anni di piombo”, senza distinzione di gruppi e/o esperienze – assume, attraverso il modulo del discorso intimo, un carattere dirompente. L’opera di Giuseppe Bertolucci, regista appartato e senza filtri, è a tutti gli effetti un’indagine simbolica, che si situa a metà strada tra la Storia e l’inconscio, come a rompere i confini della tematologia, campo all’evidenza troppo stretto per comprendere le contraddizioni di un periodo indicibile, sovente associato al buio che è già metafora dell’insondabile, di ciò che esiste e non si coglie.
Storia e immaginario
Segreti segreti, dunque, in cui la ripetizione implica una sottolineatura, la consapevolezza di avere a che fare con l’ignoto, si connota per un rapporto non pacifico con il reale, presentandosi come un ‘archivio’ di forme, immagini e temi che interseca rimossi storico-cronachistici producendo una rappresentazione altra – ma non alternativa – dei dati fattuali. È un’operazione ardua, ambiziosa, passata inosservata per colpa dell’apparente calligrafismo di cui il regista, a differenza del fratello Bernardo, è in realtà quasi esente. Bella la fotografia, splendide le ambientazioni – dalla Venezia sospesa e livida dell’attentato iniziale all’Irpinia martoriata dal terremoto –, ma il maggior merito della pellicola è quello di svelare ostacolando la vista, di interpretare la realtà mistificandone i contorni.
Non che la narrazione si muova su un piano fantasmatico, giacché lo sparo che squarcia il silenzio delle calli è dolorosamente realistico, agghiacciante, così come il dramma della sorella dell’ucciso, vittima ‘collaterale’ del fuoco amico, perché gli ‘infami’ e i deboli si eliminavano, all’epoca. Come ogni formazione dell’immaginario, tuttavia, il film di Bertolucci porta nel discorso pubblico qualcosa di profondo, che non può essere raccontato esplicitamente. Rivela e occulta al tempo, tentando di conoscere ed esorcizzare perché la verità storica è imprendibile, è un accecamento della coscienza. Così, come l’inconscio i cui movimenti seguono percorsi differenti rispetto a quelli della coscienza, l’immaginario interseca l’ideologia senza esplicitarla, senza renderla palese.
Femminile plurale
Ecco allora che Bertolucci, dichiaratamente di sinistra, elude ogni discorso sugli usi politici del terrorismo, ogni speculazione sulle derive linguistico-rappresentative che segnano il racconto dei Settanta e sceglie di concentrarsi sul fuoco familiare, sull’interno borghese. Operazione già tentata, in letteratura e sul grande schermo, ma qui il complesso edipico, o ancora la dissolvenza paterna – con conseguente rifiuto del ruolo sociale – è scartata a favore di un contesto femminile, in cui è la madre più che il padre il grande ingombro, l’ombra di un’identità di genere e classe che si sovverte, si sommerge, fino a svelare il vuoto di prospettive, l’abbandono a sé stessa di una generazione.
Laura, che ha il volto intenso di Lina Sastri, fa la sua comparsa in un campo veneziano, parla con il volto e i gesti meccanici, cammina dritta, stretta nel cappotto lungo. Spara, freddamente, al magistrato e al compagno ‘indegno’, poi di lei non sappiamo più nulla, o almeno non conosciamo la sua militanza, i progetti di distruzione, finché nel finale sciorina i cognomi degli altri – pentita, lei sì, nel senso giuridico del termine – ed è un pugno allo stomaco, un cinismo che cambia direzione, dopo il suicidio della madre Marta (Lea Massari) e davanti al magistrato che indaga su di lei (Mariangela Melato).
Sogni e segreti
Nel mezzo una grande parentesi, che è poi la vita ‘vera’ di Laura, ragazza alto-borghese irretita dalla rivoluzione, incapace di reggere il peso della colpa come intuisce la governante Gina (Alida Valli), che nello sguardo della giovane coglie i segreti, le ossessioni, abbandonando la casa dopo quarantadue anni di servizio. È la noia il collante di queste anime, il brodo di coltura della militante pour cause, che pare esemplata su più figure esistite, a dimostrazione di come Bertolucci sappia cogliere dettagli, penetrare le anime e ricavarne frammenti di sguardi, gesti, espressioni. Anche Renata (Stefania Sandrelli), l’amica di famiglia tormentata e naïf, che si taglia le vene per attirare l’attenzione di qualcuno che non c’è, che esiste solo in un ipotetico altrove che dovrebbe corrispondere – ancora secondo le percezioni – all’esistenza ‘comune’, è un concentrato di nevrosi e simboli, smuove le coscienze anestetizzate con rari momenti di lucidità, come nel dialogo con Marta attorno al suicidio, che pare anticipare l’unico atto di rottura di questo universo asfittico.
Non è un caso che il personaggio più ‘forte’, di una fermezza che procede dal dolore, sia quello di Rosa (Giulia Boschi), sorellastra del militante ucciso, che come una madre pasoliniana attraversa Roma per ritrovare il fratello, per dar senso a una perdita che ha il sapore cristologico, in cui il capro espiatorio è vittima e carnefice mentre attorno si condensa il gelo della normatività, la perdita di senso di una scelta estrema. Più simile a Bellocchio che al quasi coevo Colpo al cuore di Gianni Amelio (1982), Segreti segreti ha la retorica dei sogni, procede per proiezioni, spostamenti, rimozioni. Come l’immaginario, in cui nulla accade per via diretta e gli schemi di interpretazione sono sempre fallaci, parziali. L’insurrezione armata, del resto, può raccontarsi solo così.
Tre motivi per vedere il film
L’interpretazione di Lina Sastri
La scena iniziale con l’arrivo del vaporetto alla Giudecca e i gabbiani che volano sulla Laguna
Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Il primo settembre Netflix ha reso disponibile sulla piattaforma la quinta stagione di SKAM Italia, la serie teen diventata ormai un vero e proprio cult.
Il trailer
Di cosa parla la quinta stagione
Dopo lo straordinario successo delle quattro stagioni precedenti, sia in Italia che all’estero, Skam torna quindi con una nuova storia e un nuovo punto di vista. Ci eravamo lasciati con una stagione dedicata al personaggio di Sana, una ragazza musulmana che grazie alla sua intelligenza e al suo sguardo lucido e analitico si era affermata nel gruppo delle Matte.
La quinta stagione è invece dedicata a Elia, unico ragazzo del gruppo a essere stato bocciato, che deve rifrequentare l’ultimo anno al Liceo Scientifico Kennedy. Elia, interpretato da Francesco Centorame, non sta passando un buon momento.
La sua vita gli sembra essere un fallimento su tutti i fronti: non riesce a digerire il suo insuccesso scolastico; non accetta il rapporto di suo padre con la nuova compagna, che ha addirittura registrato in rubrica con “Non rispondere”; è in ritardo con il pagamento dell’affitto e delle bollette; dal punto di vista sentimentale si sente un inetto (le sue relazioni non durano più di qualche bacio).
Ma Elia nasconde un segreto che non riesce a confessare a nessuno e che gli impedisce di vivere la sua vita a pieno.
C’è una motivazione precisa per cui dopo la partita di calciotto preferisce fare la doccia a casa ed è la stessa per cui con le ragazze si è sempre fermato solo ai baci, scomparendo quando l’atmosfera si scalda. Elia possiede uno scatolone dove nasconde le prove del suo segreto: libri, creme e una pompetta. Il ragazzo ha il pene piccolo, di cui si vergogna.
Nel corso delle dieci puntate, quindi, lo spettatore sarà lì vicino a questo ragazzo seguendolo nel suo percorso di accettazione di se stesso.
Un universo teen complesso
La forza di Skam sta nella realtà sociale che propone, quella di un universo teen complesso e complicato, tutto da esplorare e da capire. Non esistono in questa serie tv semplificazioni e personaggi stereotipati: non ritroviamo per esempio la bella, il bullo, il “figo”, il loser.
Elia, per esempio, è a prima vista un bellissimo ragazzo, uno socialmente accettato e che tendenzialmente non dovrebbe avere nessun problema. Tutti gli studenti del liceo lo considerano un latin lover, uno sciupafemmine. Elia bacia tantissime ragazze e salta di fiore in fiore con una velocità incredibile. Ma, come si scoprirà, Elia interrompe le sue relazioni amorose perché prova vergogna verso il suo corpo.
La realtà, mostrata da Skam anche in questa stagione, è sempre molto intricata rispetto alle apparenze e se si va in profondità si scoprono disagi inimmaginabili. Essere un “poco più che adolescente” non è mai semplice.
La recensione
La quinta stagione di Skam Italia non delude e riconferma la bravura di cast, autori e regia. Netflix ci offre dieci puntate della durata di venti minuti che si guardano in un’unica visione, in un flusso continuo di immagini. Lo spettatore non ha la forza di prendere il telecomando per mettere in pausa.
La narrazione non insegue in modo ossessivo il cliffhanger, la suspense, il colpo di scena. Il tempo narrativo si dilata o si accorcia in base alle emozioni e alla realtà raccontata.
Il tema trattato è importante e complicato: l’accettazione personale e sociale, che prevede, purtroppo sia nella finzione che nella realtà, una buona dose di body shaming, con annessa distruzione di autostima.
La squadra di Skam Italia affronta l’argomento con delicatezza e garbo dimostrando di saper raccontare una storia creandola da zero (lo show norvegese si ferma alla quarta stagione), senza scostarsi dal format al quale siamo ormai abituati, conferendogli sì elementi di continuità ma anche di novità interessanti.
Nelle Foreste Casentinesi, in Romagna, si trova il Giardino Botanico di Valbonella, un luogo da esplorare senza fretta, con scarpe comode e chiuse, per guardare da vicino la natura e innamorarsene.
L’estate è vacanze, mare e gite in montagna. Se per la vostra vacanza andate verso l’alta montagna, bisogna che facciate tappa obbligatoria in Romagna. Per la precisione nelle Foreste Casentinesi nel comune di Santa Sofia, il luogo in cui si trova il Giardino Botanico di Valbonella.
Indice
Quando è aperto?
Questo giardino botanico è interamente all’aperto, senza parti al chiuso, perciò è visitabile solo da Pasqua, se è alta, o dal 25 Aprile fino a fine settembre. Queste sono le altre informazioni fondamentali da sapere.
Quanto dura una visita al giardino botanico?
Visitare tutto il Giardino Botanico di Valbonella richiede un po’ di tempo, data la sua grandezza e la quantità di piante e animali da osservare.
Il mio consiglio è di portare il pranzo a sacco. Fuori il giardino botanico ci sono dei bagni pubblici e dei tavolini dove potersi sedere e mangiare con calma, prima o dopo la visita. Ricordatevi solo di portare una busta vuota in cui buttare la spazzatura e non lasciarla a terra o in giro, per non inquinare e non sporcare.
Quali sono gli orari del giardino botanico?
Il Giardino Botanico di Valbonella è aperto dalle 10 alle 18, da maggio a settembre, invece nel mese di aprile, dalle 10 alle 17. Attenzione al meteo: se è maltempo o piove da tanto, il giardino resterà chiuso.
Per fare una visita guidata, bisogna chiamare e prendere appuntamento in anticipo. Se siete poco esperti di piante, è sicuramente meglio usufruire della visita guidata. Scoprire la natura con una persona esperta vi farà appassionare ad essa.
Quanto costa visitarlo?
L’ingresso al Giardino Botanico è gratuito, perciò si deve avere maggior rispetto di questo ambiente, che troverete pulito e curato.
Tra le altre regole, non si devono raccogliere le piante o i funghi, non si possono introdurre altri vegetali e animali, si deve camminare nei sentieri già tracciati a terra e rispettare tutte le indicazioni nei cartelli sparsi nel giardino botanico.
Il posto è molto più ampio di quello che può sembrare
I suoi innumerevoli sentieri sono delle piacevoli passeggiate nella natura. Dato che il giardino botanico si trova all’interno di una foresta, la sua fauna è più autentica. Le prime a mostrarsi sono le innumerevoli farfalle che svolazzano ovunque.
Nel laghetto, che si vede a destra appena entrati, tra le bianche ninfee, si possono vedere moltissime libellule, qualche raganella e dei girini.
Foto di Ambra Martino
Sconsiglio la visita a chi fosse allergico alla puntura di insetti, perché ogni tanto si incontra qualche apetta o vespa. Infatti nel giardino c’è una casetta che raccoglie più alveari degli insetti impollinatori.
Per chi avesse paura di questi preziosi insetti, tengo a ricordare che devono fare una sola cosa quando si avvicinano: mantenere la calma, non scacciarli e non sbracciarsi. Il loro compito è, appunto, impollinare i fiori, non pungere le persone.
All’interno della casina del punto informazioni ci sono una serie di tronchi e rami tagliati che permettono di vedere e sentire le diverse qualità di legno. Così si ha la possibilità di dare finalmente un senso, anche letteralmente tra vista e tatto, a tutte quelle precisazioni sulla tipologia di legno usato per mobili e porte. Almeno per quelli di una volta, dato che ora è tutto tamburato o truciolato.
Una playlist indie da ascoltare mentre si raggiunge il giardino botanico
Come sapete non perdiamo mai occasione di dedicare una playlist a ogni occasione: in questo caso ne proponiamo una indie totalmente a tema estivo.
Siccome ho visto il giardino botanico a fine agosto, mi sono persa molte fioriture. Comunque anche in questo periodo è bello andarci e immagino che lo sia altrettanto da metà settembre, prima che chiuda, quando le foglie cambiano colore.
Il percorso del giardino botanico di Valbonellla è lungo e ben organizzato, ed è un’esperienza bella per bambini e persone poco avvezze alla vita nella natura.
Il posto mi ha assorbita, tra i profumi ormai quasi scomparsi dai boschi e i suoni, e il tempo è volato. In due ore ho percorso la metà dei sentieri. Sono stata col naso per aria, a guardare le chiome verde acceso degli alberi, e vicina al terreno, per guardare i cespugli di felci come li guarderebbe un animaletto o un insetto.
Ho osservato avidamente tante piante e letto tanti cartellini piantati nel terreno. Ho scoperto alcune cose su alcune piante che ho, ho scoperto che i girini dal vivo sono più grandi di quello che sembra sui libri.
Consiglio vivamente di andare a visitare questo giardino botanico, per fare una piacevole camminata tra gli alberi e la vegetazione, conoscere nuove piante e la differenza tra loro. Si possono apprendere importanti lezioni tra quelle piante, su di noi e sull’ambiente, mentre lo esploriamo con attenzione, come questa targa che spiega come funziona il microambiente.
Foto di Ambra Martino
Il rispetto e l’amore della natura si impara anche da piccoli, ma soprattutto si impara. Bisogna cogliere qualunque opportunità che abbiamo per farlo e per questa ragione vale davvero la pena visitare il giardino botanico di Valbonella e affezionarsi all’ambiente di cui siamo parte attiva.
Come ultima cosa vorrei aggiungere una piccola informazione: nella foto all’inizio dell’articolo c’è una raganella su una foglia di ninfea. Sapreste individuarla?
Bisogna chiarire sin da subito che il tema è delicato. E considerare che, mi rivolgo, ça va sans dire, a cervelli pensanti, qualsiasi forma di razzismo, offesa o mancanza di rispetto sta sempre negli occhi di chi guarda e nelle orecchie di chi ascolta.
Ciò detto, il tema non è più delicato, ma diventa semplicemente un tema, uguale a qualsiasi altro e se fa scalpore vuol dire c’è un problema per chi percepisce tale scalpore, tutto qua. Prendiamo in aiuto a tal proposito un pensiero del buono e caro Fëdor D., per gli amici Dostoevskij, e andremo tutti d’amore e d’accordo (si spera, in realtà, di essere sempre in disaccordo; con gli altri e, soprattutto, con se stessi!):
“Se avessi voluto aspettare che tutti fossero diventati intelligenti, sarebbe passato troppo tempo…poi ho capito anche che questo momento non sarebbe arrivato mai, che gli uomini non cambieranno mai e che nessuno riuscirà a trasformarli e che tentar di migliorarli sarebbe fatica sprecata!”
Ecco, bene, grazie al Sommo per averci spianato la strada. Ah già, avevo quasi dimenticato di presentare il tema, eccolo, eccolo:
O M O S E S S U A L I T À, oddio!
Dai, suvvia, smettiamola. Omosessualità e letteratura, per far sapere che, udite udite, esiste da una vita e che è, come ogni forma d’amore, poesia! Seguiremo una presentazione schematizzata e lineare; sebbene esistano milioni e milioni di esempi, ne abbiamo scelti soltanto alcuni.
Avremmo potuto parlare dei Simposi degli antichi e bellissimi Greci, della corrispondenza amorosa tra Rimbaud e Verlaine, del “De Profundis” del carissimo Oscar (spoiler: forse lo citeremo dopo, shhh!), di Tchajkovskij e di tanto e tanto altro, ma abbiamo scelto solo alcuni punti cardine. Loro:
“Questa canzone la dedichiamo a quelli che Platone chiamava, in modo addirittura poetico, i figli della luna: quelle persone che noi continuiamo a chiamare gay oppure, per una strana forma di compiacimento, diversi se non addirittura culi. Ecco, mi fa piacere cantare questa canzone, che per altro è stata scritta per loro una dozzina di anni fa, così a luci accese anche a dimostrare che oggi, almeno in Europa, si può essere semplicemente se stessi senza più bisogno di vergognarsene”.
(Fabrizio De Andrè a un concerto tenuto al Teatro Smeraldo di Milano, 1992)
L’ordine temporale non è un caso, ma prende in esame tre diversi periodi storici che vanno da tanto tempo addietro fino ad oggi passando per un periodo centrale e fondamentale. Che poi, parliamoci chiaro, siamo veramente dei mentecatti destinati all’involuzione perenne, confinati in un eterno stato di degenerazione delle cellule, se ancora ci stupiamo quando due uomini o due donne stanno assieme.
Non capisco come mai faccia ancora scalpore l’omosessualità e non faccia scalpore l’ignoranza beota della gente. Dilemmi.
Certamente figlio dei precetti cattolici della evangelica e quanto mai salvifica figura del padre/padrone/pater familias (e quando questi padri scoprono di “avere un figlio gay” ahia, son dolori…e mo’ chi li sente!?) e della madre di penelopiana indole che aspetta lì buona buona, seduta e ferma, attenta al focolare, lo stigma che perseguita, perché in alcuni casi si tratta di un vero e proprio perseguitare, le relazioni omosessuali stenta a raggiungere la sua naturale scomparsa nonostante la maggior parte delle persone nel mondo abbia “frequentato le scuole”.
Oh, così si dice, che vai a scuola quindi sei intelligente. Sì, vabbè.
“L’abuso d’informazione dilata l’ignoranza con l’illusione di azzerarla.”
(Carmelo Bene)
Grazie a dio (ironia livello pro), nel 2022 si può vivere con un livello di serenità maggiore rispetto a quando si rischiava la galera sol perché si amava una persona dello stesso sesso, ma lo stigma sociale non è stato del tutto abbattuto, anzi. In tutta onestà, credo che chi spera di abbatterlo del tutto debba salire al primo capoverso e rileggere la frase di Fëdor D., senza mettere in discussione che nel frattempo son stati fatti passi da gigante.
Lo sapevo che non avrei resistito, devo per forza lasciarvi un piccolo passo. Passo in cui Wilde, in uno slancio regale verso il suo Bosie, arriva al gesto più forte: il perdono.
“|…| sono costretto a perdonarti. Devo perdonarti. |…|Non si può nutrire continuamente una vipera in seno, né levarsi ogni notte per seminare triboli nel giardino della propria anima. |…|Non posso consentire che tu porti nel cuore per tutta la vita il peso della responsabilità di aver rovinato un uomo come me.|…|Devo togliere il fardello dalle tue spalle e prenderlo sulle mie.”
(“De profundis”, O.Wilde, 1897)
Tutto questo scritto tra le mura di un carcere, mura ottenute a causa della cattiveria e dell’egocentrismo dell’amato. Ma non importa, per l’amore estremo Wilde va oltre ogni cosa.
Permettete un ultimo piccolo sfogo e poi torniamo alla bellezza.
Fate attenzione a non parlare delle unioni x x o y y. Ma quanta stoltezza! Usano persino i codici. Eh sì, perché i figli buoni, i bambinelli, vengono su solo dalla sacra combo famiglia Giuseppe-Maria+bue-asinello. Che ne sanno di quanto era rivoluzionario Gesù Cristo (“La Buona Novella” di FdA per la spiegazione).
Poco importa se poi nella sacra famiglia il padre è, per dire eh, un ubriacone che ricorda a fatica il nome dei figli o se la madre, ma sempre per dire(!), è indaffarata a fare le dirette su Instagram per stare al passo coi tempi (un tempo si diceva altro) e accantona i figli davanti ad uno schermo, mentre loro perdono l’affetto e l’amore e magari pensano: “Oh, questa è cretina davvero!“.
Ecco, siam tornati lì, all’amore. Lo sanno questi grandi teorici del “Ma dai, facciano quel che vogliono però dentro le loro case senza farsi vedere e soprattutto non si permettano ad adottare, sti pazzi!” che durante il percorso di crescita di un bambino è fondamentale ricevere cure, affetto ed attenzioni a prescindere da chi gliele fornisca?
Ma tanto qui siamo ai discorsi che portano al cane che gira gira gira e rigira e poi sta sempre a mordere la sua coda, non cambieranno mai, inutile. L’ho già detto di rileggere la frase del Russo di sopra? Sì, l’ho detto.
Dicevamo? L’amore, l’amore, cullarci con assoluta leggerezza sulle sue note, coglierne la bellezza in ogni sua forma perché l’amore non fa mica distinzioni tra chi si ama, tra generi o altro. Come se l’essere in sé dipenda dall’amore o dal fatto che si è compagni d’un uomo o di una donna.
L’amore è l’incanto che nasce da un attimo, è la sospensione che si genera nell’incrocio degli occhi, è l’alchimia che gestisce il cuore.
Saffo, Shakespeare e Fabrizio De André
E così era per Saffo, la dolce poetessa così delicatamente cantata dal Leopardi, in questi versi intenta al ricordo dell’amata:
“Squassa Eros l’animo mio, come il vento sui monti che investe le querce. Sei giunta: hai fatto bene: io ti bramavo. All’animo mio, che brucia di passione, hai dato refrigerio. Ero innamorata di te, un tempo, Attis“
(“Inno ad Afrodite”, Saffo, VI secolo a.C., traduzione di S. Quasimodo)
La sola vista, il sol pensiero ha dato refrigerio all’animo.
Non conta conoscere il soggetto in questione, conta emozionarsi e provare il brivido felice di quel refrigerio che la struggente sofferenza di Saffo riesce ancora oggi a regalare. L’amore è amore. E i Greci, come visto, lo sapevano bene. Vivevano per emozionarsi e godere dei piaceri della vita.
Noi non lo citiamo, ma qualche passo del Simposio non guasterebbe mica eh, fateci un pensierino, anche soltanto per dire: “Porca miseria, i Greci erano così e nel 2022 c’è ancora chi si scandalizza!”
Un occhio di particolare riguardo lo merita la soave delicatezza delle carezze che il Bardo (o chi per lui, visti i dubbi “amletici” sul “proprietario” dei Sonetti Shakespeariani) applicava al suo destinatario:
“|…|
Per me il tuo amore è meglio di nobili natali, più ricco della ricchezza, più fiero dell’eleganza, di maggior diletto dei falchi o dei cavalli e avendo te, di ogni vanto umano io mi glorio: sfortunato solo in questo, che tu puoi togliermi ogni cosa e far di me l’essere più misero.“
(Sonetto 91, W. Shakespeare, 1609)
Godiamo di questi versi fantastici, puliti. Nei versi dei poeti si coglie la purezza dell’amore in quanto tale, scevro da catene sociali. E da qui si evince che l’amore non ha confini. I confini sono sempre nella testa dell’essere che si vuol porre limiti. E sarà anche peggio per lui, a noi che ci importa?.
Da questi versi si coglie la potenza della libertà di pensiero, anzi, la libertà con la quale viaggiava e/o viaggia il pensiero libero di un soggetto che è aldilà dei confini umani; una libertà che non poteva esprimersi, chiarirsi con altre parole se non con quelle che ritroviamo sui pezzi di carta.
La dolcezza candida delle parole con le quali Shakespeare accarezzava platonicamente il proprio amato carezza, a sua volta, l’animo di chiunque la legga. Ci si emoziona, non c’è altra strada.
“|…|
Con l’effluvio di questo tempo or più sereno il mio affetto appar rinato e Morte mi soggiace, giacché, a scorno suo, vivrò sempre nei miei versi, mentre essa infierirà su ottusi ed incapaci, e tu in questi troverai il tuo monumento, quando corone di tiranni e bronzee tombe saran consunte.“
(Sonetto 107, W. Shakespeare, 1609)
Così come sono dolci e commoventi le tenere lacrime dell’Andrea di Faber, che si è metaforicamente ed in tutti i sensi “perso e nonsa tornare“, che resta lì sul pozzo, a piangere i riccioli neri del suo perso compagno con un buco nel cuore, un buco profondo:
Andrea gettava riccioli neri nel cerchio del pozzo Il secchio gli disse, gli disse: “Signore, il pozzo è profondo” “Più fondo del fondo, degli occhi, della notte e del pianto” Lui disse: “Mi basta, mi basta che sia più profondo di me”
(“Andrea”, F. De Andrè, 1978)
Ma mai così profondo da colmare il vuoto, da spezzare l’eternità di quell’amore, dell’amore, “la perla più rara“! Alla fine dei conti, ognuno vive la sua vita liberamente, solo chi non la vive si occupa di occuparsi della vita altrui.
Ma a noi pensatori liberi, a noi esseri liberi, a noi amatori della vita, dell’attimo, degli esseri umani chiunque essi siano, cosa ci importa del parere di questi microbi? Noi siamo greci, siamo Saffo, siamo Wilde, siamo liberi e sereni, di vivere. Di vivere l’amore, in ogni sua forma.
Che senso ha utilizzare appellativi vari, stigmatizzare, sottolineare? Sottolineare cosa? L’amore non si spiega, diceva Cammariere, c’è poco da sottolineare! Amatevi! E fatelo come ci si è sempre amati dall’alba dei tempi: con il cuore!
Ci siamo lasciati il mese scorso con l’intervista a Stefano Ferri e adesso, andiamo nella mia terra d’origine, in Puglia, per chiacchierare con due carissimi amici.
Conosco Gabriele da molto tempo, non ricordo neanche quanti anni siano passati dalla prima volta che abbiamo varcato insieme la soglia del centro diurno per disabili dove abbiamo svolto il Servizio Civile. C’è subito stata una forte sintonia tra noi, e il suo “Gay Radar” non si sbagliava: mi diceva sempre che fossi omosessuale ancor prima che lo capissi io!
Negli anni a venire ho conosciuto quello che poi sarebbe diventato suo marito, Vito. Una combo perfetta di due mente eccelse non potevano non realizzare a Terlizzi, città in cui vivono stabilmente, la loro capanna: una libreria indipendente all’interno del MAT Laboratorio Urbano.
Ed io non potevo non dedicare loro spazio nella mia rubrica.
Cominciamo con il parlare di voi. Chi siete di cosa vi occupate nella vita?
Gabriele: ciao Francesca, noi ci conosciamo bene eh?
Tutto è partito da un anno fantastico, quello del Servizio Civile Nazionale in un centro per disabili, da quel momento ho lavorato per tanti anni nel terzo settore come operatore socio sanitario e ora sono qui, in una libreria tutta mia o meglio nostra… assurdo, bellissimo! Dimenticavo sono Gabriele, sono dello scorpione e sono un gattaro. Ma che devo dire quanti anni ho?!
Vito: Io invece sono Vito Marinelli, ho 60 anni e di professione sono giornalista televisivo RAI.
Domanda d’obbligo: come vi siete conosciuti?
Ci siamo conosciuti su Grindr, un’App per incontri tra gay. Alzi la mano chi non la conosce? E dobbiamo dire che in questo caso ha funzionato!
Un saluto a tutti gli amici di Grindr e alle amiche di Wapa che ci leggono!
La storia del vostro coming out appartiene a due generazioni diverse, vi va di raccontarlo?
Gabriele: non so se ho mai fatto davvero un coming out ufficiale, è stato tutto molto spontaneo.
Certo, lo devo ammettere il momento più difficile è stato quando l’ho detto a casa.
Come puoi ben immaginare non c’è stata una festa in famiglia, ma ora sono qui e ne parlo con il sorriso, quindi tutto sommato poteva andare molto peggio.
Ho sempre vissuto con naturalezza il mio orientamento sessuale, posso ritenermi abbastanza fortunato in questo.
Vito: Io un coming out in realtà non l’ho mai fatto, ai miei tempi tutto era molto complicato e le differenze culturali con i genitori si facevano sentire.
Diciamo che mia madre era abbastanza intuitiva e aveva capito senza bisogno di alcuna parola, mio padre non l’ammetteva ma secondo me aveva capito anche lui.
Siete mai stati vittime di atti omofobi?
Gabriele: Per fortuna no, sicuramente qualcuno avrà fatto qualche battutina idiota alle mie spalle, non escludo che questo non possa accadere in futuro. C’è molto lavoro da fare su questo fronte e nel nostro piccolo continueremo a fare il possibile per sensibilizzare l’opinione pubblica del nostro territorio su questa questione
Vito: Più che atti omofobi, diciamo che qualcuno si è divertito a deridermi. Ma faceva parte del contesto sociale dell’epoca e con la mia crescita e maturità professionale tutto poi si è sminuito da solo.
Gabriele, tu sei molto impegnato nel sociale, quanto hai portato di te e della tua omosessualità nei rapporti lavorativi e quanta fatica hai fatto, se ne hai mai fatta?
Francesca, devo dire la verità, non mi è importato mai molto dell’opinione degli altri, compresa quella dei colleghi di lavoro. Il sociale è ancora pregno di stereotipi culturali legati a un passato stantio, ad un cattolicesimo di vecchio stampo, però non me la sento di fare di tutta un’erba un fascio.
A parte qualche episodio spiacevole, non ho mai avuto grandi difficoltà, ho conosciuto persone intelligenti e sensibili tra cui te. Capisco anche di essere un “privilegiato”, purtroppo non è così per tutt* e questo pensiero mi stringe lo stomaco.
Quello che mi sento di dire è “sceglietevi voi le persone che volete accanto”, gli stupidi c’erano, ci sono e ci saranno sempre, ma ci sono anche tante persone belle e gentili.
Oddio sembra un sermone domenicale!
Vito, tu invece lavori in televisione. Le emittenti televisive, soprattutto quelle pubbliche, faticano tutt’ora a diffondere programmi in cui ci sono storie o persone omosessuali, no binari o queer. Come vedi il futuro televisivo e quanta strada pensi ci sia ancora da fare?
Progressi ce ne sono stati, indubbiamente. Forse adesso si esagera al contrario, con una ridondanza di racconti e spot televisivi che comunque tratteggiano il mondo lgbtqia+ o con un eccesso di mistificazione oppure con un voyeurismo da buco della serratura.
Trovo un abuso la troppa esposizione sui social di vicende che dovrebbero mantenere una dimensione più soft, più privata. Ma non per nascondersi, ma per custodire i propri sentimenti, che vanno ad ogni costo protetti.
“Unpandasullaluna” è il nome dell’associazione culturale che avete fondato qualche anno fa e che dà anche il nome alla libreria indipendente che avete aperto di recente a Terlizzi, paese in Puglia dove vivete. Come è nata l’idea?
Gabriele: Come tutte le cose belle, è nata assolutamente per caso.
Ero a casa in disoccupazione con tanto tempo libero a disposizione per leggere e per scrivere, insomma per le cose che ho sempre amato fare.
Così ho creato una pagina Facebook, successivamente un profilo Instagram e da lì ho iniziato un po’ a scrivere di libri. Da cosa nasce cosa, quindi dal virtuale siamo passati al reale con la fondazione di un’associazione culturale. In due anni abbiamo organizzato tantissimi eventi dal vivo, è stato un processo naturale quello di arrivare all’apertura di una libreria indipendente.
Vito: Se posso aggiungere, “Un panda sulla luna” è un processo in itinere. Il merito di tutto è di Gabriele, io ho solo aggiunto un pò di esperienza in comunicazione e pubbliche relazioni.
Il vostro profilo Instagram vanta più di 8mila followers, su Facebook vi seguono in 18mila. Quotidianamente recensiti libri, promuovete la libreria come spazio culturale organizzando presentazioni e incontri con autori. Sicuramente avrete una community LGBTQIA+ che vi segue. Vi va di descriverla?
Gabriele: Instagram per me è una giostra bellissima, sono in contatto con artisti, cantanti e musicisti che ho sempre seguito, questa cosa continua a sembrarmi assurda e magica, dei numeri non mi interessa molto.
Non so se posso fare un quadro generico sulle persone della comunità LGBTQIA+ che mi seguono, una cosa però la posso dire, molti di loro si esprimono attraverso l’arte (musica, danza, fotografia, moda).
Per molti può sembrare uno stereotipo, forse lo è anche, che dire? Sono fortunato, siamo fortunati! Però devo dire che ho un forte successo con le signore di mezza età e la cosa mi piace un casino!
Vito: Va detto che abbiamo avviato un gruppo di lettura glbtq con i ragazzi di Murgia Queer proponendo le pagine sempre attuali di un grande scrittore come Tondelli.
Seguiranno altri progetti di reading e di letture condivise, spero con la collaborazione di ulteriori associazioni o singoli appassionati di narrativa condivisa.
Ci sono ancora grandi retaggi culturali e paure da parte della comunità LGBTQIA+ nel fare coming out? Come vivete questo periodo storico in cui la società finalmente sembra iniziare a virare verso un’ inclusività generale che prescinde dall’identità di genere e dall’orientamento sessuale?
Gabriele: Oggi per fortuna sono cambiate molte cose. Ma ci sono ancora retaggi culturali difficili da estirpare.
La paura è un sentimento legittimo, non me la sento di giudicare chi non riesce a fare Coming Out o ad esporsi pubblicamente. Ognuno ha il proprio vissuto, prima di giudicare dovremmo fermarci un attimo e comprendere certe dinamiche che non ci toccano nell’intimo. Immagino che tu abbia visto l’ultimo Festival di Sanremo, Drusilla Foer mi ha folgorato con il suo monologo: “l’ascolto è un atto rivoluzionario”.
Io la penso proprio così, sono curioso, cerco di guardare sempre al di là del mio naso, mi sforzo in tutti i modi di non giudicare. Qualche volta lo faccio, ma torno presto in me e torno ad ascoltare o almeno ci provo.
Quando impareremo ad ascoltare vivremo davvero in un mondo migliore e non parlo solo per la nostra causa.
Vito: Per chi come viene da altri mondi culturali, devo riconoscere che adesso è tutto più semplice e anche in famiglia l’argomento non è più un tabù. Meno male, aggiungo, lo sdoganamento è stato lento ma costante, con qualche sacca di resistenza. Ma alla fine avere figli queer non impressiona più nessuno, credo.
Qual è il vostro rapporto con i libri e la cultura e quanto vi hanno aiutato nel vostro percorso di crescita personale?
Gabriele: mi hanno aiutato tantissimo. L’adolescenza è davvero un periodo terribile, pensavo di essere l’unico ragazzo gay del mondo, poi ho incontrato Pier Vittorio Tondelli.
Il mio amato Pier e i suoi meravigliosi libri mi hanno abbracciato nei giorni più tristi, con “Camere separate” mi si è aperto un mondo, che dico un universo. Non mi piace molto parlare di me, mettermi a nudo, non trovo le parole giuste, mi sembra di sbagliare sempre.
Ho scoperto che non è indispensabile farlo a tutti i costi, mi piace tuffarmi nelle vite altrui e fare voli pindarici e quale migliore alleato se non un libro? Devo confessare una cosa: non mi sento cresciuto, adulto, maturo e forse sarà così per sempre.
Mi piace pensare che sarà il prossimo libro a darmi delle risposte. Quale sarà non lo so. A proposito, ho appena finito di leggere “Una storia d’amore” di Carolyn Hays, una madre che scrive una lunga lettera a sua figlia (transgender). Un libro meraviglioso, commovente, profondo, intimo. Leggetelo per favore.
Vito: I libri ci fanno sentire meno soli e lontani dai centri nevralgici della cultura nel mondo. Un buon libro aiuta a riflettere sui temi del vivere contemporaneo e aggiunge quel pizzico di fantasia che non guasta. Un’anticamera ai sogni che devono esserci, per capire meglio la realtà che ci circonda.
Per me leggere è un confronto perenne e continuo innanzitutto con me stesso.
Che consiglio dareste ai giovani di oggi che vivono in contesti dove non è semplice poter fare coming out?
Gabriele: E’ difficile. Non so cosa potrei consigliare, la mia è una posizione privilegiata e mi sentirei anche inopportuno nel dire ovvietà. Probabilmente consiglierei di fuggire lontano, da qualche parte qualcuno pronto a tendere una mano deve esserci.
Quello che posso dire è che se sei da queste parti (Terlizzi – Bari) e hai bisogno di una voce amica, io ci sono!
Vito: Il consiglio è di leggere, di formarsi, di crescere culturalmente con ogni mezzo: letteratura, cinema, teatro, arte. Anche così si può rispondere all’omofobia, con la forza delle proprie idee e dei propri sentimenti.
A testa alta e col petto in fuori, orgogliosi di essere così come siamo.