Venezia 2016: Il Cittadino Illustre, nessuno è profeta in patria

il cittadino illustre

Le nazioni molto spesso vivono del successo o del fallimento dei propri abitanti più celebri.

Dopotutto, se non ci fosse stato il sogno incarnato da Maradona e il terrore rappresentato dalla dittatura, la storia dell’Argentina, ed i sentimenti dei propri orgogliosissimi cittadini, si potrebbe racchiudere nel percorso emotivamente altalenante che va dall’umiliazione per il costante mancato premio Nobel a Jorge Luis Borges fino alla gioia incontenibile per l’elezione a papa di Jorge Bergoglio.

E non a caso, questi personaggi sono citati tutti in Il Cittadino Illustre, il film di Gastón Duprat e Mariano Cohn che racconto il ritorno nel piccolo paese natale, dopo 40 anni di assenza, del più popolare scrittore argentino.

Daniel Mantovani, il fittizio totalizzante protagonista del film, raccoglie un po’ tutti i sentimenti degli argentini: è enormemente orgoglioso, ironico, sarcastico, esacerbato, scontroso ma alla fine buono, istintivo e triste. Tanti film argentini degli ultimi decenni giustamente hanno indagato sui dolori e le conseguenze della dittatura, una ferita ancora aperta col dramma dei desaparecidos sempre vivo, ma era ora che qualcuno facesse finalmente un film sugli argentini e non solo sulla nazione. Col grande merito di essere completamente apolitico, Il Cittadino Illustre è uno spaccato ironico e argutissimo di commedia umana sulle figure che la popolano.

“Ricevere il premio Nobel da una parte mi lusinga. Dall’altra, visto che essere premiato significa aver messo d’accordo tutti, accademici, specialisti, re, certifica in qualche modo la morte della mia creatività artistica”.

In questa fulminante apertura c’è già tutta la carica corrosiva e ironica del film, nell’accettazione del successo ma nel rifiuto ideologico di esso c’è già, sotto forma di commedia, tutto il conflitto universale che noi umani attraversiamo: cosa vale la pena realizzare nella vita, e come affrontare le conseguenze delle proprie scelte? Sotto la patina eccezionalmente esilarante Il Cittadino Illustre è infatti molto malinconico, un ritratto del sacrificio per il successo che si fa strada tra ipocrisie e rimpianti. L’assurdo del film, che genera il maggior numero di risate, è l’arma più importante per affrontare il discorso tra realtà e provincialismo, tra due modi antitetici di vivere e affrontare il mondo, soprattutto due diversi tipi di ambizione: quello di chi vuole tutto, ma perde le radici, e quello di chi sceglie di essere squalo in un acquario, e perde le bellezze fuori dal proprio giardino di casa. Il Cittadino Illustre non vuole dare preferenza o risposte – dopotutto Mantovani racchiude entrambi questi modi di pensare, da lì la sua tristezza e arroganza – ma mostrare che nella realtà la tanto incensata semplicità della provincia non è poi così diversa dalla sporcizia delle città senza valori.

Città e provincia sono uguali perché sono gli uomini ad essere uguali, con i loro pregi e difetti, ovunque siano, solamente a noi sta scegliere come affrontare il tutto. Con una scrittura efficacissima, e la magistrale performance di Oscar Martinez, il film combatte i fantasmi che popolano il passato di ognuno di noi.

Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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