Nell’anno del Signore, storie in una Roma com’era

Nell'anno del Signore

“La bella che guarda il mare / lalala lalala lalala / ha un nome che fa paura / libertà libertà libertà”

Torniamo indietro nel tempo. In una Roma antica. Non quella dei centurioni e dei templi pagani, ma Nell’anno del Signore 1825. Nella Roma papalina, delle chiese, della moralità ultra-cattolica e dell’ipocrisia dei palazzi. Un tempo dove il vaccino per il vaiolo era eretico, dove una celebre statua parlava per molti ed insegnava ad altrettanti. Dove il potere e la credenza degli uomini di fede non erano sempre la stessa cosa. Dove il fuoco della rivoluzione iniziava a sorgere nelle menti della penisola e la cospirazione avveniva nelle cantine. Un tempo dove la ghigliottina era una protagonista frequente nelle piazze.
In questa Roma, inseriamo due carbonari speranzosi (Robert Hossein e Renaud Verley), un’ebrea innamorata (Claudia Cardinale), uno spietato cardinale (Ugo Tognazzi), un colonnello orgoglioso (Enrico Maria Salerno), un frate credente (Alberto Sordi) e un ciabattino dall’eroico segreto (Nino Manfredi). Tutti personaggi diversi, uniti da una cospirazione fallita. Amore, sogni, dolori, astuzia, purezza, superbia, conditi da una romanesca ironia, in una città silenziosa, dove chi non sapeva s’ingegnava e chi sapeva ne approfittava; dove il suono delle preghiere e delle campane, superava il silenzio dei sospiri e delle congiure.
Solo così si può raccontare la trama del secondo film del regista Luigi Magni. E’ riduttivo, ma vederlo è l’unico modo per assaporarne la magia. L’intento primario de Nell’anno del Signore è raccontare il rapporto che gli abitanti di Roma, nobili e plebei, avevano con il potere temporale della Chiesa. Un rapporto dove fuori esce lo spirito romano. Non quello becero, ubriacone o, comunque, stereotipato. Uno spirito che dice senza dire, che ne ha viste tante.  Ognuno di loro rappresenta qualcosa della Roma di quel tempo. I carbonari Hossein e Verley sono quello spirito rivoluzionario che, purtroppo, già emergeva nello spirito di Roma, ma che, come al solito, non era al passo con i tempi.
Le figure di Tognazzi e Sordi sono il potere visto in maniera diversa. Il primo è il superbo, il furbo, il calmo, la fame di onnipotenza e cosciente del ruolo che ha; un uomo divenuto di fede solo perché permetteva il comando: un’arma pericolosa usata con fermezza e passione. Significativa la scena dell’ultimo dialogo con Manfredi. Lo invita ad entrare in una stanza, ma Manfredi non accetta affermando “Non sia mai” e Tognazzi entra dicendo “Ah ecco!“. Sordi, invece, rappresenta la fede pura, che combatte fino all’ultimo per ciò che crede sia giusto: significativa la sua ultima comparsa dove ammette che, qualora si stesse sbagliando, “poi me la vedo io col Padre Eterno“, unito a quel commovente “Perché?” finale.
Alberto Sordi in una scena del film (foto filmscoop.org)
Più complesse le figure di Manfredi e Salerno. Salerno è la denuncia all’attualità, che Luigi Magni inseriva nelle pellicole. L’anno in cui viene girato il film è’ il 1969, anno della famosa ‘dittatura dei colonnelli’ in Grecia. Il ruolo di antagonista di Enrico Maria Salerno, prima dell’arrivo di Tognazzi (rappresentante il potere), è una possibile allusione al ruolo dei ‘colonnelli’ esecutori di una volontà altrui. Rappresentativa la frase “Magari comandassero i colonnelli! Credi che le cose  non andrebbero meglio?“.
Manfredi è la rivoluzione culturale, quella che tutti indistintamente temono. L’insulto detto è una parolaccia, scritto diventa un pensiero: così afferma il personaggio. Rivoluzione che non segue l’istinto ma il cervello, che con la rima “denuncia il marcio e il popolo prende nota“.
 
L’idea della libertà, però, è quella che più si mostra nel film. Ricordando l’anno di produzione, si capisce anche lo spirito che pervadeva a Roma in quell’anno. Un periodo dove lo spirito di ribellione era potente e una nuova generazione non si accontentava delle regole della precedente. I carbonari, poi italiani, cosa avevano di diverso dai ‘capelloni’ degli anni ’60? Un potere che li scacciava, alcuni che li sostenevano apertamente, altri sotto-banco: identica ‘atmosfera che si respira nel film, omertà compresa.
Il film è rivoluzionario di per se, visto che sarà il primo dei sette che il regista dedicherà al periodo risorgimentale. Il primo che aprirà alla trilogia che proseguirà con In nome del papa re del 1977 e In nome del popolo sovrano del 1990.
3 buoni motivi per vedere il film:
– La colonna sonora di Armando Trovajoli, delicata e commovente, capace di cullare
– Claudia Cardinale, in un’interpretazione dove mostra la sua elegante bellezza nel modo più rude e nel suo lato più popolare
– Nino Manfredi, che per quest’interpretazione, prese il primo dei 4 David di Donatello come miglior attore protagonista
Quando vedere il film?
Una sera d’inverno. Consigliabile in famiglia con degli adolescenti: la risata rende la storia più leggera  e trova la scusa di parlare di un periodo storico, poco affrontato nel dettaglio a scuola.
Francesco Fario
Attore e regista teatrale, si laurea in Lettere Moderne a La Sapienza per la triennale, poi alla magistrale a TorVergata in Editoria e Giornalismo. Dopo il mondo del Cinema e del Teatro, adora leggere e scrivere: un pigro saccentone, insomma! Con Culturamente, ha creato la rubrica podcast "Backstage"

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