Agate Rollings e l’arte di saper esprimere un concetto senza parole

Agate Rollings

Fare il musicista non è mai stato un lavoro semplice per nessuno. Lo è anche meno quando si decide di alzare l’asticella costringendo l’ascoltatore a pensare a ciò che ascolta.

Gli Agate Rollings ci provano e il risultato è un progetto che nasce nel 2012 con Lost battle against failure. Un viaggio che li ha portati a produrre altri tre album ultimo dei quali è Diomede, uscito nel 2016.

Il nostro tempo è ormai saturo di canzoni chiamate “tormentoni”. Di brani semplici e immediati che non necessitano di ascolti impegnati. (Lo so, state pensando anche voi a Despacito.)

Magari in compagnia, durante una festa oppure un aperitivo in spiaggia. Sicuramente non davanti allo specchio. Colui che inevitabilmente riflette e fa riflettere sulle nostre realtà e le nostre responsabilità da cui non possiamo scappare. Con il passare degli anni la musica è diventata un’evasione, un modo per distaccarsi dalla realtà in cui viviamo. Un sottofondo insomma, utile ad accompagnarci al lavoro in auto o nelle nostre corse sul tapis roulant. (Certo è che non tutta la musica “leggera” è priva di contenuti. Ovviamente).

Questo discorso però non è adattabile a qualsiasi genere musicale.

Nulla di male sia chiaro, nel voler fare musica per intrattenere l’ascoltatore. Esistono però realtà differenti che l’ascoltatore lo vogliono interrogare. Non si tratta di fare quesiti o di sentirsi professori. Significa lasciare che la musica stessa possa essere veicolo di domande. Chiederci cosa ci trasmette, dove ci porta e cosa ci fa scoprire. La scoperta è la parte più divertente dell’ascolto, ci consente di arrivare ad un punto e ci soddisfa.

Per alcuni artisti risulta difficile emergere.

Per chi non si arrende all’idea che la musica possa ancora racchiudere un messaggio importante al suo interno. Fare musica però, è sentimento più nobile del semplice voler far denaro. Farla per “tirare la carretta” è evento assai più raro. Per svariati motivi ovviamente tra cui il più onesto (è difficile) e il più valoroso ( Soldi? No grazie, lo faccio per me.)

Come spesso accade la verità sta nel mezzo. Scrivere e incidere per poi lasciare tutto nel cassetto della vanità è poco utile. Certo, pui aprirlo per ricevere gli scroscianti applausi dei parenti, va bene. L’obiettivo però, per chiunque crei musca è ovviamente un altro: raggiungere il maggior numero di paia di orecchie.

Le canzoni degli Agate Rollings sono spesso delle bottiglie di vetro che, al loro interno, contengono il famigerato messaggio scritto su carta.

Vengono spedite alla deriva nella speranza che qualcuno possa ascoltarle, comprendere e farle proprie. Sembra proprio questo il percorso intrapreso dagli Agate Rollings. Mentre molti tentano di far arrivare la propria musica nella speranza che le prime due fasi (ascoltare e comprendere) vengano saltate da più persone possibili. Gli Agate Rollings aggiungono uno step in più: la loro musica deve essere assorbita.

Come si può dunque fare propria una musica di questo tipo?

Prestando attenzione e concentrandosi. Come ci diranno gil Agate Rollings (Alessandro Sgarito e Stefano Gallone): Non è nulla di ascoltabile in macchina o mentre fai le pulizie.

I loro dischi sono dei piccoli viaggi introspettivi. Necessitano, come ogni viaggio, di un bagaglio riempito di tutto punto. Lo si mette in spalla e si parte. Il bello è che lo si può fare da casa, seduti con gli auricolari ben fissati e liberando la mente da ogni preconcetto.

Diomede
Cover album “Diomede”

Agate Rollings: duo di musica elettronica, ambient, sperimentale. Presentatevi a chi si approccia ora alla vostra musica cosa si deve aspettare da un genere così particolare e ricercato.

AS: Secondo me l’ascoltatore dovrebbe concedersi la possibilità di un ascolto totalmente distaccato da qualunque altro tipo di attività. Quello che cerchiamo di proporre credo sia qualcosa in grado di aiutare un certo tipo di meditazione o semplicemente una liberazione di un flusso di fantasia. Una visione di immagini create direttamente da noi. Ecco, quello che si dovrebbe poter fare è proprio questo: concedersi una totale pausa da qualunque altro tipo di attività per l’ascolto delle nostre tracce.

SG: Non è nulla di ascoltabile in macchina o mentre fai le pulizie, ecco. La parte più importante è proprio quella che riguarda la fruizione del messaggio sensoriale, che altrimenti rischia di non arrivare mai a destinazione. Se vogliamo, in un certo senso la nostra musica cerca di riportare l’atto dell’ascolto alla sua valenza primigenia, vale a dire quella che vede l’individuo prestare di nuovo attenzione a ciò che emerge dalla registrazione. È uno degli obiettivi principali di un simile approccio compositivo. Cercare di creare delle realtà sonore capaci di influire sull’interiorità dell’ascoltatore, lasciandogli immaginare contesti o intere situazioni emotive. È una richiesta che ormai viene giudicata come impopolare se non retrograda, ma ci piace sfidare un lato della contemporaneità che contestiamo apertamente.

Trovo sia interessante spiegare ad un pubblico abituato ad un diverso tipo di sonorità come nascono i lavori degli Agate Rollings. Come si unisce un concetto ad un’ambietazione piuttosto che a una sonorità.

AS: I nostri lavori, per quanto mi riguarda, nascono sempre da un nucleo molto piccolo che può essere anche solo una piccolissima idea o un giro melodico che poi viene dilatato e sviluppato. Nascono solitamente in ambientazione serale o notturna – il miglior momento creativo della giornata – e trovano sviluppo nei giorni successivi dopo diversi ascolti che determinano aggiunte di ulteriori parti. Inizialmente tendo a creare la maggior parte delle stratificazioni rinchiudendole in pochi secondi, partendo dalla massima pienezza del suono per poi organizzare il brano con i dovuti vuoti e costruendo una sorta di struttura piramidale.

SG: Una volta creata la struttura di partenza, emerge proprio il lato concettuale. Abbiamo una precisa visione di alcuni aspetti della nostra realtà che esprimiamo attraverso diversi mezzi, fotografia e scrittura. Alcuni di questi aspetti, però, non hanno una via espressiva verbale o visiva. Richiedono un approccio molto più personale in termini di fruizione. Ci sono alcuni elementi della realtà circostante che è estremamente difficile descrivere a parole o attraverso la composizione di un’immagine, ma che puoi conferire attraverso l’utilizzo di un linguaggio fatto di sensazioni.

Anche la musica – come un certo tipo di cinema – riesce a creare delle vere e proprie significazioni autonome. Se a tutto questo dai una titolazione che suggerisca una bozza di linea guida concettuale, un ascoltatore calmo e curioso non può non lasciarsi trasportare. Per questo i nostri dischi sono stati definiti da alcuni critici come una sorta di concept album capaci di non dire neanche una parola.

In un momento storico musicale in cui sembra che rap, R&B e musica latina stiano prendendo il timone della nave da crociera “tendenza”, cosa significa decidere di creare un genere come il vostro?

AS: Significa semplicemente non voler assolutamente salire su quella crociera. A me non interessa minimamente nè salire nè guidare una nave da crociera. La musica viene fatta per dare sfogo a una necessità propriamente interiore. Credo che entrambi non abbiamo nè la pretesa nè la voglia di farci delle concessioni per raggiungere più persone, dando un suono magari un po’ più modaiolo. Sarebbe impossibile e improponibile perché è qualcosa che non ci appartiene. Nulla di quello che facciamo ha uno scopo principalmente economico. Quello che abbiamo fatto fino ad oggi è sempre stato il risultato di una predisposizione abbastanza naturale che, nel giro di tre album, ha sempre avuto una sua organicità, con piccole sfumature ma facente parte di una macchina ormai rodata tra me e Stefano. Una macchina, non una crociera.

SG: Da parte nostra non c’è alcun interesse per quello che qualcuno dice che bisogna fare per vendere un prodotto. Di conseguenza, procediamo lungo una via anarchica e personale. Che poi, in realtà, non è né anarchica né personale, visto che esitono una miriade di progetti sostenuti anche da etichette rinomate a cui noi assomigliamo e ci rifacciamo. In Italia, a livello di marketing non si è mai fatto per l’ambient e per molta altra musica sperimentale quello che si è fatto per rock, jazz, blues, metal e anche un certo ramo di musica classica, cioè creare il bisogno di quel tipo di prodotto.

Avete percepito un aumento d’interesse nei confronti di questo genere?

SG: Dal primo disco fino ad oggi, abbiamo vissuto sulla nostra stessa pelle la realtà delle cose: proponendo un differente discorso musicale anche a persone abituate alla quotidianità mediatica. Ci siamo resi conto che pure un’offerta così ostica può risultare interessante, se non altro perché è qualcosa di diverso. All’inizio forse non ci credevamo neanche noi ma l’interesse c’è, da parte di chiunque.

Lost battle against failure
Cover album “Lost battle against failure”

Ascoltando il vostro primo album, Lost battle against failure, ho avuto l’impressione di trovarmi nella storia di qualcuno. Una specie di “rise and fall” umana. Mi sono fatto condizionare dalla copertina e mi son affacciato da un’ipotetica finestra sul mare/fiume/paesaggio rilassante. Quel quadrato bianco è stato per me il simbolo distintivo del climax che colpisce l’album da 1999 (Jumineus) pt 1. Quel simbolo geometrico colorato di nulla sembra come risvegliare dalla quiete in cui, la prima parte dell’album, culla l’ascoltatore.

AS: Sì, hai colto l’aspetto giusto. Posso confermartelo perché mi sono occupato personalmente della scelta grafica della copertina che hai citato. Il riquadro al centro è un tassello mancante in un piccolo quadretto rilassante che dovrebbe esprimere un senso di pace. Un elemento che dovrebbe poter spingere il fruitore a farsi un qualsiasi tipo di domanda. Non a rimanere semplicemente avvolto da un’immagine statica ma chiedersi quale possa essere questo tipo di mancanza o perché è stata fatta una simile scelta, cosa effettivamente ci sia dietro.

C’è chi ha visto questo riquadro come la copertura della parte mancante di un’immagine e chi, invece, l’ha visto proprio come un ritaglio. Tutto è un po’ lasciato all’intuizione del fruitore. L’importante è comunque il comprendere che si tratta di un qualcosa in più, che copre, che non ti lascia vedere. O un ritaglio, qualcosa che viene tolto. L’importante è che si tratti di un momento di piccola riflessione e di ricerca di che cosa possa mancare o essere coperto nella vita di tutti i giorni.

SG: Il bianco, poi, contiene tutti i colori. Quello che offriamo è un corpus eterogeneo di suoni che danno vita a cariche emotive da vivere assieme a noi. Nel caso di Lost battle against failure la situazione da vivere è quella riguardante una contemporaneità fatta di costrizioni e spersonalizzazioni. Queste neutralizzano l’individuo moderno riducendolo a mera pedina di un sistema iperproduttivo.

(Stefano prosegue snocciolando la questione)

Scegliendo di trattare l’argomento attraverso un genere poco consono ad approfondimenti tematici, abbiamo cercato di proporre immediatamente il climax fondamentale per una simile considerazione. Se il mondo va a mille all’ora, noi ci fermiamo a riflettere e ci prendiamo il nostro tempo; se tutto deve sempre essere spiegato con un ordine e una logica comprensibile all’individuo che ha fretta, noi annulliamo il tempo attraverso le date dei titoli simulando un flusso di coscienza inevitabile per affrontare certe situazioni interiori.

Una specie di “rise and fall” esclusivamente emotiva. Quasi come fosse la sonorizzazione della mente di un essere umano che torna a casa, chiude porte e finestre e comincia a riflettere su come ovviare a ciò che sente di non volere. È un discorso a cui puoi partecipare solo se accetti di staccarti dalla tua realtà quotidiana. Non vuol dire, però, estraniarsi del tutto dalla realtà. Vuol dire entrare in altri mondi che fanno parte di quella realtà e che possono fornire spunti per viverla meglio. Sono proprio le riflessioni di cui parlava Alessandro.

Forse per una pura coincidenza, visto che è anche il mio anno di nascita, 1984 (Artic) è il mio brano preferito dell’album. Posso dirvelo? Ho avuto freddo ascoltandolo.

AS: Hai avuto freddo? Bene, ottimo! Per quanto mi riguarda, gli ambienti freddi conciliano il sonno (ride), che è una delle cose migliori in nostra dotazione. Forse è la cosa più bella, il poter dormire, riposare. E quindi, ben venga il freddo e ben venga anche l’associazione della nostra musica al freddo e al sonno. Mi sta bene.

SG: Eh sì, sta bene anche a me, sono assolutamente d’accordo (ride). Aggiungo che è proprio nel sonno che la nostra mente fa il suo vero lavoro. Ciò che c’è dentro di noi influenza gran parte di quello che c’è fuori, è risaputo. A livello sonoro, il freddo è anche un elemento immaginario fondamentale per capire le nostre intenzioni complessive. Titolo “artico” e sonorità “glaciale” servono proprio a comunicare quel “freddo” che si prova nella paura di non provare più emozioni dinanzi a un universo suburbano fatto di ripetizioni, un universo di cui non si vuole restare vittime metodiche. È parte del nucleo ideologico di un po’ tutta la nostra musica.

Nella didascalia di Glass leggo: “rivolto non tanto alla fragilità quanto alla frammentarietà dell’esistenza contemporanea, alla deflagrazione della personalità individuale in una miriade di identità possibili eppure mai realmente consolidate.” Quanto di consolidato e quanto di frammentato c’è negli esseri umani del secolo in cui viviamo? Con le sicurezze nascoste da monitor e con la possibilità, data a chiunque, di essere “uno, nessuno e centomila”.

AS: Anche quì la copertina (anche questa fatta da me) ha un ruolo importante. La scelta grafica del vetro spaccato, per me, ha la valenza di un filtro. Ho pensato che il vetro possa avere diverse sfaccettature. Si può osservare attraverso un vetro completamente pulito, o non accorgersene e andarci a sbattere contro come fanno a volte gli uccelli. Oppure si può osservare attraverso un vetro satinato o semplicemente sporco, con una patina su alcune parti o totalmente sporco di pioggia o qualunque altra cosa. Glass per me è un po’ questo, il concetto del filtro, un po’ diverso da Lost battle che aveva un altro tipo di concetto.

SG: Proprio il filtro, metaforicamente, è una specie di necessità forzata. Si è spesso costretti ad essere uno, nessuno e centomila per piacere a questo e a quest’altro individuo nella speranza di considerazione.
Chi si lascia vincere non riuscendo a tenere viva la propria unicità subisce una spersonalizzazione mortifera. Una graduale perdita della possibilità di conoscere se stesso. Chi riesce a consolidarsi lo fa ammirevolmente a discapito di una buona fetta di tornaconto personale, filtrando, per l’appunto, la sua personalità specifica dal marasma indistinto. Non esistono più certezze, a patto che siano mai esistite. Si nasce ideologicamente fragili e malleabili, situazione che solo una definzione di personalità può arrivare a scardinare. L’espressione di un tale sentimento va ben oltre una tastiera e uno schermo di personal computer.

Diomede è la vostra ultima creatura. Un progetto ambizioso che sembra coinvolgere più fasi della vostra creatività, non solo la musica. Un’altra faccia degli Agate Rollings.

AS: Diomede è un album doppio al quale abbiamo dedicato un maggiore tempo di realizzazione. È diviso in due parti: una prima parte più ricca di brani, anche semplici abbozzi, una seconda più introversa, con brani che superano la durata canonica. Diomede è nato prendendo come spunto le due omonime isolette (Piccola e Grande Diomede), così vicine eppure così divise da un continente e dalla linea immaginaria del cambio dell’ora.

Questo ci è sembrato interessante perché due realtà così vicine e così attaccate, in realtà, vivono due tempi completamente diversi. Una vive il giorno successivo rispetto all’altra. Vive il futuro pur vedendo lo stesso sole, le stesse nuvole, gli stessi fenomeni atmosferici. Abbiamo cercato di creare delle tracce e di legarle anche a una serie di titoli che rimandassero a quello che era ed è il nostro immaginario di due isole da noi mai visitate direttamente. Abbiamo provato a immaginare dei momenti di vita vissuta su una di queste due isolette creando una serie di piccole immagini di quello che potrebbero essere gli aspetti anche più distanti e lontani.

Un album ricco di spunti e aspetti variegati.

SG: Aspetti che inevitabilmente, poi, ci hanno accompagnato verso un tentativo di percorso emotivo. Percorso disegnato attraverso un libro di fotografie e testi e una serie di ulteriori fotografie, una per ogni brano.

Si tratta di un progetto che mette insieme tutte le nostre inclinazioni artistiche e ideologiche, prendendo come spunto concettuale l’esistenza proprio di quella “linea di cambiamento di data”. Il punto è che, nonostante una distanza di pochissime miglia, tra le due isole passa un gap temporale burocratico di 21 ore. Perciò, anche se sono compresenti nel tempo, le due isole hanno una differenza temporale di un giorno. Se due persone, dunque, si trovano contemporaneamente sulle due isole, sono compresenti in termini di spazio, ma l’una vive il giorno successivo o precedente rispetto all’altra.

Una metafora in musica dunque.

SG: Esattamente. La metafora, riguarda l’essere costretti fisicamente a vivere una determinata realtà essendo, però, concettualmente altrove (come anche un po’ noi nella fase compositiva del disco). Essere liberi di scegliere il proprio tempo interiore è il nucleo di un discorso sonoro che simula una sorta di svanimento in una dimensione intima e individuale attraverso il passaggio da melodia ad assenza di ritmo/tempo. Secondo me è un po’ la summa dei discorsi percettivi avviati dai dischi precedenti così come del nostro pensiero complessivo.

Il concetto di fondo: una presa di coscienza sul rendersi conto di non appartenere a questo tempo (luogo?). Ognuno con le proprie abitudini e i nostri sogni, senza però poter effettivamente cambiare spazio.
Citandovi: “io sono qui ma non sono ora, né sono stato prima né sarò poi. Sono semplicemente altrove”».

AS: Sì, il concetto è l’essere altrove. È l’essere nello stesso spazio ma effettivamente altrove, lontano anche da ciò che può esserti molto prossimo.

SG: È un concetto forte ma credo si tratti della metafora di qualcosa che chiunque, dentro di sè, prova almeno una volta nella vita. Chiunque può desiderare, anche solo per un attimo, di appartenere ad un proprio tempo, ad una propria serie di leggi del tutto personali, fuori da ogni logica materiale. Anzi, credo si tratti quasi di un diritto inviolabile: il diritto di essere padroni del proprio tempo interiore.

AR Recordings: questo il titolo della casa di produzione che avete creato. Spiegateci in cosa consiste il progetto e cosa promette di offrire agli artisti interessati.

SG: Era qualcosa che desideravo provare a fare da anni ma non si erano mai create le condizioni adatte per provarci. Ora che molte di queste condizioni ci sono (parlo di royalties e distribuzione molto più semplici da gestire), mi sembra il momento adatto per fare il tentativo.

Quanto a promettere, non promette nulla di particolare. O meglio, promette a noi stessi di continuare ad essere completamente liberi e consolidare questa libertà attraverso un piccolo marchio distintivo, qualcosa che ci permetta di distribuire meglio ma anche di catalogare definitivamente le nostre opere passate e future. AR sta per Agate Rollings.

La sostanza, forse, è anche prettamente professionale perché riguarda il semplice mettere insieme quello che sappiamo fare e che abbiamo sempre fatto. Alessandro è anche uno splendido artista visivo, io lavoro anche nel campo della comunicazione. Unire queste due cose ti porta ad aprire le porte ad ogni interessato per il quale faresti esattamente quello che hai fatto per te in questi anni. Abbiamo diversi altri progetti e una vasta conoscenza di band sconosciute o emergenti che vale come allenamento per afferrare talento e idee di qualche altro artista che potrebbe destare interesse. Vedremo cosa verrà fuori.

Ringraziandovi vorrei lasciarvi con un’ultima domanda. La vostra musica è ricca di suono e concetti, eppure all’ascolto appare minimalista: definite gli Agate Rollings con una parola.

AS: Per me è un un castello di sabbia. É stato costruito in maniera certosina, subendo molti smussamenti e modifiche dovute un po’ al crollo della sabbia, un po’ ad un colpo di vento o ad un’onda se è troppo vicino al mare. Anche la stessa sabbia, se è in prossimità del’acqua del mare, assume un colore diverso, una compattezza diversa, una liquidità. Siamo questo. Un qualcosa che piano piano cresce, forma una sua identità ma è pronta sia a crollare che a rimodellarsi. (A Stefano) Tu che dici?

SG: Dico che è esattamente così. Non c’è da aggiungere proprio nient’altro. Grazie a te, davvero.

Emiliano Gambelli

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