Il Piacere di D’Annunzio, l’arte dello stile e lo stile dell’arte

il piacere di d'annunzio recensione e commento

Per ogni parola, nome o immagine chiunque è sempre pronto a fare una associazione; intuitiva, istintiva, casuale, ma pur sempre una associazione, un collegamento. Tale sorta di regola vale soprattutto per i personaggi che sono al di là delle righe o che, ancor meglio, nelle righe o tra le righe proprio non possono starci.

Questi personaggi sono gli artisti, quelli con la maiuscola, quelli che sanno eccedere l’arte stessa con guizzi di splendore talvolta impossibile agli altri anche da esser pensato, figuriamoci compreso. Gabriele D’Annunzio rientra per antonomasia in questa categoria. 

Artista per eccellenza, superiore per distacco

L’associazione che molti fanno su D’Annunzio è quella con l’estetismo, e fin qui ci siamo: esteta per eccellenza, amante del raffinato, dell’arte, della bellezza in ogni sua (poetica) forma, estremo teorico del Bello.

Però c’è tanto ancora di bello nascosto tra le righe di D’Annunzio che probabilmente, a primo impatto, non si riesce a cogliere; parliamo del dubbio sul senso della vita, del non capirne il fine a tal punto da risultare perso e straniato.  Questo lato lo si coglie nel suo romanzo più noto, “Il Piacere”

Chi non conosce il romanzo, chi conosce il Vate “soltanto” per quest’aura manifesta, per tutto quel che su di lui si è detto e si dice e si tramanda, crede impossibile che un personaggio di quel calibro possa essere perso, insicuro e travolto dalla vita, proprio quella vita sulla quale esso sembra avere dominio totale.

Per entrare in questo quadro d’analisi, è bene conoscere nel dettaglio la sua massima più famosa, però per intero, non soltanto nella parte più pubblicizzata.

Il padre gli aveva dato, tra le altre, questa massima fondamentale: Bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui.

È fondamentale comprendere in questo percorso di analisi la lettura tra le righe della seconda parte di questo pensiero nei suoi due elementi cardine: uomo d’intelletto e superiorità; la chiave di volta sta qui. 

Il continuo doppio Sperelli-D’Annunzio trova l’equilibrio interno nella fusione dei due elementi, dato che vengono da esso/essi considerati come sinonimi: l’uomo di intelletto è per natura superiore al resto che lo circonda ed in quanto tale non può condurre, per una questione di forze interne che spingono da dentro per uscire, una vita ordinaria e comune, ma deve mirare in ogni istante a rendere gli attimi delle opere d’arte, costantemente. E se questo non si verifica esso percepisce un vuoto difficile da colmare, vuoto che lo porta, ne è testimone l’epilogo del romanzo, verso un senso di straniamento totale e sofferenza, dolore. 

Così che si poteva dire che la sua vita fosse una continua lotta di forze contrarie chiusa ne’ limiti di un certo equilibrio. Gli uomini d’intelletto, educati al culto della Bellezza, conservano sempre, anche nelle peggiori depravazioni, una specie di ordine. La concezion della Bellezza, dirò così, l’asse del loro essere interiore, intorno al quale tutte le loro passioni gravitano.

Ma anche:

Rabbrividiva innanzi ai grandi abissi vacui del suo essere: di tutto l’incendio della sua giovinezza non gli restava che un pugno di cenere.

Il Vate è sempre stato un personaggio scomodo. Se chi legge queste righe senza conoscerlo può già provare un sentimento di antipatia figurarsi chi legge tutto il romanzo o anche chi riceve solamente alcune informazioni sui suoi trascorsi. È necessario che sia così, “Non sono nato per piacervi!” analogamente disse un altro personaggio di spessore. Non ci sono, dunque, elucubrazioni da fare o spiegazioni da dare. Vi sono delle piccole informazioni di cronaca necessarie da chiarire: 

Il Piacere” è il libro d’esordio di Gabriele D’Annunzio nelle vesti di romanziere. Età: 26 anni. Ripeto, età: 26 anni.

Abbandoniamo anche l’idea di aprire una discussione sui giovani d’oggi, su quel che fa o è in grado di fare un giovane di 26 anni oggi. Abbandoniamo. Bisogna aggiungere che al tempo della stesura del romanzo aveva alle spalle tre raccolte di poesie, due di novelle ed una carriera brillante come giornalista mondano nella Capitale, aspetto che gli aveva regalato non poco materiale da inserire nell’opera. L’anno della pubblicazione è il 1889. Siamo davanti ad un enfant prodige, fuor di discussione.

Lo stesso in una lettera all’editore Emilio Treves afferma: “Il mio libro è compiuto: È scritto con una straordinaria severità d’arte!”.

Una straordinaria severità d’arte. Non basta questo a definirlo in tutto e per tutto, a metterlo al riparo da critiche ed antipatie, a mettersi alla lettura forsennata del romanzo, ad amarlo?

La trama è ben nota

Sperelli/Eroe/Don Giovanni che attrae e seduce prima un’amata già amata, la femme fatale, e poi una casta donna fino a confonderle e a confondere se stesso tanto da sentirsi vuoto e perso nella stessa arte della vita che l’aveva condotto in mille coinvolgimenti di ogni tipo sempre ricchi di furore. Le due donne sono per lo Sperelli una piacevole sofferenza, una sfida con se stesso ed un incessante incontro di boxe tra lui e il piacere stesso. Ma se alla fine, dopo tutti gli “artefizi”, dopo tutte le sofferenze e le ricerche del bello in ogni dove l’eroe giunge a confondere le due donne, vuol dire che non può esserci speranza di salvezza e tanto meno di redenzione, il suo destino è già scritto, confinato, chiuso.

L’artista che a poco a poco perde le sue facoltà non si accorge della sua debolezza progressiva; poiché insieme con la potenza di produrre e di riprodurre lo abbandona anche il giudizio critico, il criterio. Egli non distingue più i difetti dell’opera sua, non sa che la sua opera è cattiva o mediocre; s’illude che il suo quadro, che la sua statua, che il suo poema siano nelle leggi dell’Arte mentre son fuori. Qui sta il terribile.

Quando Andrea compie l’orribile sacrilegio di possedere il fantasma-ricordo della Muti attraverso il corpo di Maria, mentre quest’ultima si commuove tant’è appassionata la forza dell’amante da fargliela sembrare sincera, si giunge al culmine di tutto. 

Divenne lo spietato carnefice di se stesso…

Da lì in avanti il protagonista sarà solo una nullità, un soggetto svuotato che procede per inerzia. E chi l’avrebbe mai detto? Quel D’Annunzio che tanto vaneggia ed esalta il bello, il piacere, l’amore per la bellezza si ritrova poi a presentare questo suo alter ego come uno sconfitto!

L’eccitazione efimera languì, si spense, passò come tutto passa nella vita mondana.

E con ciò chi l’ha vinta? Ma nessuno, si sa, però è sempre bene approfondire prima di trarre giudizi sconsiderati, almeno quando si trattano tali mostri.

D’Annunzio sta antipatico perché ha stile, perché ostenta e, ovviamente, per tanti non è facile bypassare questo velo e allora ci si ferma al primo step. Come abbiamo visto, andando oltre si possono cogliere tantissimi altri aspetti di considerevole valore: la bellezza del suo stile, le sue magnifiche capacità nei panni di romanziere, il fascino che è in grado di emanare, diciamo così, anche per tramite di terzi e delle riflessioni quasi da vinto che nessuno si aspetterebbe.

Il libro è arte allo stato puro, non vi è discussione che tenga, è un manuale di stile! 

Come supporto le parole del critico Henry James: “Non si distingue dove comincia e finisce l’arte e dove comincia e finisce la vita”. 

È arte della letteratura perché è un concentrato di aggettivi, nomi, verbi, assolutamente ricercati, particolari, così deliziosi da esaltare continuamente lo stile, la ricerca, l’arte; persino parole molto comuni subiscono un abbellimento certosino (artefizio, iscambierebbe, intiero, de’, ne’, ispirito e tantissime altre).

Un ricco sistema di paratassi che non stanca il lettore, tutt’altro! Lo porta ancor più dentro al racconto accendendo in esso quella passione, sia intima che letteraria, che è propria, a monte, dello scrittore. 

Il verso è tutto. Nella imitazion della natura nessun istrumento d’arte è più vivo, agile, acuto, vario, multiforme, plastico, obediente, sensibile, fedele.

|…|

Può definire l’indefinibile e dire l’ineffabile; può abbracciare l’illimitato e penetrare l’abisso; può avere dimensioni d’eternità.”

Non credo sia possibile esprimere meglio di così i propri moti del cuore.

È arte della poesia poiché lo stile di ogni verso consente a chi legge di planare su universi paralleli concedendosi attimi di sospensione che possono essere raggiunti soltanto dall’abbandono, proprio della poesia. 

Uno de’ più alti piaceri, nella conversazione non volgare, appunto è sentire che uno stesso grado di calore anima tutte le intelligenze presenti. Allora soltanto, le parole prendono il suono della sincerità e danno a chi le profferisce e a chi le ode il supremo diletto.

E soprattutto:

Eleggeva, nell’esercizio dell’arte, gli strumenti difficili, esatti, perfetti, incorruttibili: la metrica e l’incisione; e intendeva proseguire e rinnovare le forme tradizionali italiane, con severità, riallacciandosi ai poeti dello Stil novo e ai pittori che precorrono il Rinascimento.”

È arte dell’arte stessa poiché immergendovisi ci si riesce a figurare ogni minimo aspetto, dalle figure di oggetti alle scene descritte, in ogni minuzioso dettaglio. 

Pareva, in vero, ch’egli conoscesse direi quasi la virtualità afrodisiaca latente in ciascuno di quegli oggetti e la sentisse in certi momenti sprigionarsi e svolgersi e palpitare intorno a lui.

E questo è possibile grazie a quella meravigliosa penna, grazie a quella instancabile forza di andare alla ricerca del cavillo, di non esser mai stanco di limare un particolare (quasi fosse una scultura, ed ecco qui l’arte!) fino ad ottenerlo com’era nei progetti.

Il Piacere” è arte allo stato puro. È un turbinio di emozioni che prende per mano il lettore e lo accompagna per tutto il percorso della lettura; lo fa entrare nella testa di tutti i personaggi, gli consente di vedere e leggere le situazioni e dagli occhi dello Sperelli e dagli occhi delle amate, financo dagli occhi dei soggetti che fan da corredo alle scene.

Sappiamo bene che i personaggi dei romanzi non sono altro che la bocca del pensiero di chi scrive, son tutti figli dei flussi di coscienza delle personalità plurime che albergano nella mente del compositore; poi ci sono le sfaccettature, le constatazioni, i dati di fatto nel confronto col reale, è vero, ma quanto detto non si può negare: D’Annunzio è Sperelli (e non c’è dubbio!), ma è anche nella bocca di Elena, di Donna Maria, di Donna Ippolita, dei convenuti alle feste mondane, al combattimento, ecc.

Se si cade nella lettura non si può tornare indietro, non c’è partito che tenga, perché è un vortice che prende a forza e non lascia più andare via. 

A testimonianza, si provi a restare inermi dinanzi alle seguenti seducenti frasi!

Ormai il suo spirito stava per entrare in quello stato delizioso, direi quasi di fluidità sentimentale, in cui riceve ogni movimento, ogni attitudine, ogni forma delle vicende esterne, come un vapore aereo dalle mutazioni dell’atmosfera

Ci sono certi sguardi di donna che l’uomo amante non iscambierebbe con l’intero possesso del corpo di lei. Chi non ha veduto accendersi in un occhio limpido il fulgore della prima tenerezza non sa la più alta delle felicità umane.

E torniamo, per chiudere, al discorso di cui sopra sull’uomo di intelletto e la superiorità.

D’Annunzio ha avuto onore e gloria anche da vivo, ha reso la sua vita un’opera d’arte ed ancora oggi scandalizza, ferisce, rapisce e colpisce come se fosse tra noi, perché ha cucita addosso la targhetta del classico, dell’eterno ed in quanto tale è stipato per sempre in quel limbo che gli consente la vita eterna. Ecco la superiorità dell’uomo di intelletto, non era una celia la sua.

Il mio sogno è l’ “Esemplare Unico” da offerire alla “Donna Unica”. In una società democratica com’è la nostra, l’artefice di prosa o di verso deve rinunziare ad ogni beneficio che non sia di amore. Il lettor vero è dunque la dama benevolente. Il lauro ad altro non serve che ad attirare il mirto…

Ma la gloria?

La vera gloria è postuma, e quindi non godibile…”.    

Non vi è modo migliore per suggellare e sigillare (chissà quale tra i due sinonimi avrebbe scelto il Vate!) il nostro discorso se non quello di lasciar parlare direttamente il diretto interessato.

Chiusura che, chiaramente, sarà fatta con sommo stile, per riassumere, con arte, tutto quel che fin qui si è detto:

L’Arte! L’Arte! – Ecco l’Amante fedele, sempre giovane, immortale; ecco la Fonte della gioia pure, vietata alle moltitudini, concessa agli eletti; ecco il prezioso Alimento che fa l’uomo simile a un dio.

Lorenzo Romano

Nato a Galatina in provincia di Lecce nell'Agosto del 1993, è un docente di scuola primaria. Amante della letteratura da sempre, da tempo pubblica articolo di stampo culturale con diverse riviste online. Il suo campo di interesse spazia tra la letteratura e la musica d'autore passando per il teatro ed il cinema.

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