Torino 2018: High Life, finché c’è sperma c’è speranza

high life

Credetemi, è davvero difficile fare ancora qualcosa di nuovo, diverso, innovativo con la fantascienza. Forse è il genere più abusato e per mille finalità diverse, grazie alle infinite possibilità metaforiche che offre. Anche quando si riesce a fare qualcosa di originale, influenze e citazioni, seppur solo formali, rimangono sempre evidenti.

Eppure, adesso High Life è riuscito a scrivere una pagina nuova nel genere. Anzi, pur stando attenti alle iperboli, e ancora in attesa di metabolizzarlo veramente, c’è da dire che High Life sembra fin da subito un qualcosa di nuovo nel cinema che discuteremo per anni.

Tolte le ovvie influenze di Andrej Tarkovskij, che siano scenografiche (Solaris) o meditative (Stalker), in realtà High Life è un qualcosa di assolutamente unico e nuovo. Grande e piccolo, enorme nella sua ambizione e intimo nella sua riflessione, depravato ma ipnotico, respingente ma affascinante, cerebrale ma esistenziale. Solo una grande autrice come Claire Denis, che qui debutta in lingua inglese, poteva prendere un genere ormai stanco per trasformarlo in altro, non seguendo le sue linee guida ma puntando ai concetti.

Dopotutto non c’è da aspettarsi verosimiglianza in un film simile, e nemmeno una vera e propria fantascienza. Sì, ci sono tute spaziali, una stazione spaziale e un buco nero da inseguire, ma la scienza dietro a High Life è la biologia. L’interesse non è da cercare nelle stelle, ma da ritrovare nel sangue, nei fluidi corporei, nelle piante, nella terra, nei capelli che si ingrigiscono, nei corpi che si feriscono.

Il fine del film è cercare di capire come si formi, letteralmente, la vita.

Il buco nero che rappresenta la missione della trama del film nasconde altri significati. La scelta di costruire la storia su un gruppo di detenuti inviati nello spazio per una missione suicida, in un futuro post apocalittico, nasconde altri significati. Una inquietante dottoressa, a metà strada tra una strega e una ape regina, incaricata di prelevare lo sperma dai maschi per inseminare le donne, però, non nasconde significati diversi. Il significato stavolta è letterale.

Lo sperma, che il film mostra più volte, è forse il vero protagonista. Visto per ciò che è, la fonte della vita. E lo sperma, al tempo stesso, diventa anche il simbolo degli istinti, della sessualità più viscerale che comanda i nostri comportamenti. L’analisi del film mostra l’equilibrio precario tra le necessità biologiche dell’uomo e gli istinti di cui non può fare a meno. Negli astronauti già condannati sulla Terra, e ora costretti nuovamente a una prigione, che si lanciano dentro un buco nero con le loro tute chiare, è impossibile non rivedere gli spermatozoi che si lanciano verso la fecondazione.

La ricerca della vita oltre la Terra, in qualche angolo nello spazio, è da sempre il fine ultimo dell’umanità. Capire se c’è vita e dove, cercarla ovunque per continuare la razza umana. Continuare a vivere, che può solo avvenire continuando a procreare. Il mistero della vita nell’universo diventa il mistero della vita che si forma biologicamente.

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E la cosa più incredibile di High Life, forse, è il modo con cui Claire Denis porta avanti discorsi tanto complessi.

Le spiegazioni sono tenute al minimo, così come ogni backstory dei personaggi. I quali, semmai, sono descritti in base ai loro desideri, alle loro pulsioni istintive. La linearità narrativa è annullata, non c’è attimo per momenti didascalici o retorici. Rumori e dialoghi quasi spariscono. Temi così complicati in un film così ambizioso sono trattati nella maniera più contenuta, muta e intima possibile.

Non sobria però, perché la sobrietà non fa parte di High Life. Il grottesco, violento, perverso e quasi erotico comportamento dei personaggi deve uscire fuori come unica valvola segnaletica di ciò che ci rende umani. Uomo e donna non fa distinzione, perché ai nostri il colore dell’eiaculazione o del latte che esce dal seno è il medesimo.

L’ambizione di Claire Denis, la vastità e le complessità delle domande che pone, non si può ancora stimare veramente. Sicuramente una visione del film non basta, e forse parleremo di High Life ancora per anni, ponendoci gli stessi interrogativi senza risposta. Come facciamo ancora oggi, dopotutto, con le escursioni nella fantascienza di Tarkovskij o Kubrick. Desiderio umano, mistero della vita, dolore esistenziale e solitudine sono quesiti che la filosofia, e talvolta la teologia, non riesce a decifrare, figuriamoci se lo possa fare un film. Eppure il cinema può renderli ancora più interessanti, ancor più affascinanti, se possibili ancora più laceranti.

Le possibilità, del cinema e della vita, sono davvero infinite.

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Emanuele D’Aniello

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